IL "LASCITO" DEI PONTEFICI AL FRIULI E ALLE GENTI VENETE
"Fràdis furlàns, us invìdi a tignî dûr cu lis tradiziòns, te fède cristiàne e tài valôrs dal fogolàr, e a fàju incrèssi tal cûr dài vuèstris fiis" (Insegnamenti XV, 1 [1992], p. 1346).
PAOLO VI

INTERVENTI DEL SANTO PADRE PAOLO VI
AL CLERO ED AI RELIGIOSI NELLA BASILICA DI SAN MARCO
AI FEDELI DELLA SERENISSIMA CONGRESSO EUCARISTICO
AD UDINE E SOSTE A VENEZIA ED AQUILEIA
INTERVENTI DEL SANTO PADRE PAOLO VI
Sabato,
ANNUNZIO AL POPOLO
Oggi, qui a Castel Gandolfo - così il Santo Padre prima della recita dell’Angelus Domini domenica 10 settembre - è festa, una festa tutta sua, la festa patronale, dedicata a San Sebastiano, scelto come protettore celeste di questa comunità terrestre. Mentre onoriamo questa tradizione religiosa, che per essere sotto ogni aspetto comunitaria si esprime anche nel costume civile della popolazione, la festa locale anticipa nel nostro spirito l’interesse felice del nostro prossimo viaggio a Udine, il 16 settembre, a Dio piacendo, come è stato annunciato, per partecipare, sia pure con un rapido intervento, quasi fuori programma, al Congresso Eucaristico Nazionale, dove tema centrale di riflessione è stato fissato il risalto, anzi la pienezza, che il mistero eucaristico appunto conferisce alla Chiesa locale. Il centro, il cuore della fede e del culto cattolico, cioè l’Eucaristia, Sacramento della presenza reale di Cristo, raffigurato nel suo sacrificio per la nostra salvezza, irradia infatti una luce, una virtù che i moderni possono ben dire sociologica, destinato, com’è, a riunire intorno a sé un gruppo, una famiglia, una comunità di credenti e di partecipanti al mistero, e a fare di loro quella comunità, quella città di Dio, che chiamiamo «Chiesa», il Corpo Mistico di Cristo.
E questa è teologia e sociologia insieme, meravigliosa, e diventa ora per noi, storicamente, di grande attualità. Essa canonizza il processo perfettivo dell’umanità, che tende alla unificazione, e nello stesso tempo lo integra conservando alla società, che fatalmente cammina verso le forme quantitative e impersonali della moltitudine umana, la spiritualità, altrimenti in via di spegnersi, tanto delle singole persone quanto dell’unità collettiva. La società cristiana non è una pura concentrazione anagrafica, tecnicamente organizzata; è un popolo vivo e cosciente, composto di singole persone vive, libere, responsabili, capaci d’un proprio colloquio con Dio e di una conversazione interpersonale con tutti gli altri, ispirata dal reciproco amore.
È
E tale sia in ogni sua espressione locale, oggi qui, domani a Udine, nell’Italia intera e nel mondo.
Auspice Maria.
AL CLERO ED AI RELIGIOSI NELLA BASILICA DI SAN MARCO
Pace a voi, Fratelli e Figli, in nomine Domini!
Giunti felicemente a Venezia, nella Basilica di S. Marco - cuore della Città - rivolgiamo il nostro primo saluto a voi, cari sacerdoti, religiosi e religiose, parte eletta di questa amatissima comunità ecclesiale.
Non vi nascondiamo la gioia di questa sosta, di questa visita, desiderata e voluta; non vi nascondiamo il gaudio e il conforto di questo primo significativo incontro, che è stato fin dall’inizio nei nostri auspici e nelle nostre intenzioni. Sia per noi tutti, la presente riunione, momento di grazia, illuminante e corroborante.
Che cosa vi dirà il Papa, dopo avervi manifestato la sua paterna affezione e la sua sincera riconoscenza per una presenza così cordiale e così numerosa?
Vi parliamo nella cornice di un luogo tanto nobile ascoltandone noi stessi la voce misteriosa, carica di storia, risonante di echi confluenti da civiltà diverse; densa di sublimi espressioni artistiche, maturate in tempi lontani, e pur sempre potentemente eloquenti nel corso dei secoli, fino ai nostri giorni; nel quadro di un luogo pieno di melodie e di armonie religiose - voce che certo voi, fors’anche meglio di noi avvertite e cogliete con la vostra squisita ed abituata sensibilità spirituale -; è voce piena di sacertà e di cultuale grandezza - anche l’arte qui è sacra, e forma di culto - e di testimonianze di fede, risalenti alle origini cristiane, e tuttora, e proprio per questo, vibranti nel profondo delle anime nostre, suscitandovi un’ondata di intensa purissima emozione. E come non menzionare subito esplicitamente San Marco, «evangelista meus», del quale l’umile successore di Pietro non può non ricordare i singolari legami col Principe degli Apostoli?
E quale visione incantevole, questa che ci è concesso di poter ricreare nell’intimità del nostro spirito, evocatore di una meravigliosa e secolare esperienza cristiana, che ha qui costruito non solo e non tanto il suo monumento, quanto una sua viva e originale espressione, che raccoglie ed unisce in un identico e ininterrotto palpito di fede e di amore le generazioni lontane alle generazioni presenti e a quelle avvenire.
Vorremmo allora sottolineare l’importanza della tradizione; raccomandarvi di conservarne, di alimentarne il senso e il rispetto; incoraggiarvi a mantenere in essa la vostra fiducia: a capirla e ad usarla come potente forza ispiratrice, e come grave e responsabile impegno di ulteriori incrementi, di continuo progresso.
Pensiamo che la bontà e la saggezza delle genti venete, a cui appartenete, insieme con la solidità e la serietà della vostra consacrazione sacerdotale e religiosa, vi rendano particolarmente aperti ad accogliere e a rendere fruttuosa questa nostra ovvia e paterna esortazione : amate il tesoro dell’eredità spirituale che qui Venezia quasi in forma riassuntiva ed emblematica a voi consegna.
Il problema della fedeltà al patrimonio religioso ricevuto non è soltanto di oggi, anche se oggi si presenta con qualche gravità, che maggiormente giustifica, ci pare, questa spontanea conversazione. Del resto, quale altra parola potreste, in una occasione come questa, aspettare da noi? Ricordate la preoccupazione di San Paolo? «Si quis vobis evangelizaverit praeter id quod accepistis, anathema sit» (Gal. 1, 9): dove l’«accipere», il ricevere, indica un momento essenziale della continuità e della fecondità del messaggio cristiano, cioè della tradizione. Lo confermano, voi ricordate, le parole con cui l’Apostolo introduce la sua importante testimonianza circa il Mistero Eucaristico, che tra poche ore celebreremo a Udine: «Ego enim accepi a Domino quod et tradidi vobis» (1 Cor. 11, 23). Ricevere e trasmettere: ecco la tradizione, della quale San Paolo si mostra tanto geloso.
Questo ricevere dal Signore, e quindi trasmettere, e ancora ricevere e continuare a trasmettere - con fedeltà e nella integrità: «depositum custodi, devitans profanas vocum novitates» (1 Tim. 6, 20) senza alterazioni, senza distogliere l’ascolto dalla verità e indirizzarlo alle interpretazioni arbitrarie, o alle favole, ai miti di ieri e di oggi (Cfr. 2 Tim. 4, 4) - costituisce una catena che non può essere infranta. È il dovere del nostro momento storico. E riguarda anzitutto, com’è ovvio, il contenuto immutabile della dottrina religiosa e morale della fede cattolica.
Ma poi la tradizione è portatrice di tanti altri valori. Basti pensare a quelli riguardanti la disciplina ecclesiastica, il culto e la pietà cristiana, la spiritualità, l’ascesi; a quelli concernenti la figura o, come oggi si usa dire - indulgendo talvolta ad un problematicismo spesso vano e pericoloso - la identità del sacerdote e del religioso, venutasi definendo e consolidando nel corso dei secoli, sulla base degli elementi essenziali che risalgono alla volontà del Signore. Sono tutti valori sperimentati, comprovati, e variamente garantiti dagli insegnamenti e dalle direttive dell’Autorità ecclesiastica, dalla vita dei Santi, dal «sensus fidelium». Quale ricchissimo e prezioso patrimonio! , che certa mentalità conformista, iconoclasta, mondanizzante e desacralizzante rischia ora di minare e di disperdere. È facile togliere, sopprimere ma non è facile sostituire, sempre che si cerchi e si voglia davvero non una sostituzione qualunque, ma una sostituzione che abbia un autentico valore.
E considerazioni analoghe potremmo fare per taluni e non pochi valori umani, del pensiero, dell’arte, della vita e della convivenza civile. Non vuole essere, la nostra - badate bene - una «laudatio temporis acti», ma il riconoscimento e l’accettazione - consapevole, giustificata, doverosa - di valori che trascendono la competenza umana e vincono il tempo, anche se la maturazione di alcuni di essi è avvenuta attraverso la storia.
Riconoscere e apprezzare i valori della tradizione non è passività, ma un atteggiamento positivo, riflesso, critico, libero. È un modo di essere impegnati. Il rispetto, il senso e l’amore della tradizione non è immobilismo. Al contrario, richiede forza morale, disciplina nel pensiero e nel costume, solidità, profondità, capacità di resistenza alla effimera moda dei tempi; richiede, in una parola, personalità: quella personalità, umana e cristiana, di cui tanto si discute, ma che non è tanto facile formarsi e possedere.
Per i valori di cui essa è veicolo, e per l’impegno che essa esige da noi, è ovvio che la tradizione non può non essere elemento di progresso, tanto personale come comunitario. Essendo una realtà viva, la tradizione ha in se stessa una proiezione in avanti. Essa garantisce una crescita organica; assicura, del progresso, l’autentica, non ingannevole, realizzazione; assicura il genuino, e non solo apparente, sviluppo. Rispecchia, a noi pare, il problema di Venezia: durare e crescere fedele a se stessa.
Ed allora possiamo sinceramente rallegrarci degli sforzi che anche a Venezia si compiono, e incoraggiare quelli che è doveroso intraprendere, per un sano aggiornamento sul piano della dottrina e della pastorale, allo scopo di ottenere una fede più profonda, più pura, più impegnata; una vita cristiana più intensa in tutte le sue dimensioni, individuali e sociali; una testimonianza di vita sacerdotale e religiosa maggiormente aderente al Vangelo e all’esempio di Gesù, nostro Signore, e quindi maggiormente efficace in ordine alla salvezza dell’uomo moderno. A quante grandi iniziative ha saputo dare impulso
Nell’affidare alla vostra intelligenza e alla vostra buona volontà queste riflessioni, concludiamo esortandovi: Siate fedeli, generosamente e dinamicamente fedeli a Cristo, alla Chiesa, alla vostra vocazione, alla vostra missione. Portate il nostro paterno ricordo ai confratelli e alle consorelle che non hanno potuto partecipare a questo incontro, specialmente a quelli che fossero ammalati e sofferenti. A tutti, di gran cuore, la nostra confortatrice e propiziatrice Benedizione Apostolica.
AI FEDELI
DELLA SERENISSIMA
Veneziani!
Poteva il Papa, pellegrino in volo verso Udine, dove in questi giorni si celebra il XVIII Congresso Eucaristico Nazionale, sorvolare Venezia senza sentirsi attratto a discendere, come uccello migratore alla pastura, e a posare un istante su questa Città incantata e benedetta?
Non poteva; ed eccoci tra voi, Veneziani, con nostra gioia e con nostra sorpresa.
Ma prima che il nostro saluto a voi si pronunci, noi non possiamo sottrarci all’incantesimo, di cui la breve visita ora compiuta alla vostra Basilica d’oro e il primo incontro col vostro Patriarca circondato dalla sua comunità ecclesiale ci hanno inebriato lo spirito. Sì, noi stiamo sognando, mentre l’una su l’altra le onde dei ricordi portano lontano il nostro pensiero. L’una, quella delle memorie personali, che rievoca a noi stessi dolci memorie della nostra infanzia, quando bambino, con i nostri familiari, noi fummo in questa Piazza, non senza provarne fin d’allora un fascino singolare ed arcano: era allora appena iniziata la ricostruzione del prestigioso Campanile, «com’era e dov’era» quello da poco tempo caduto, e noi stavamo accanto all’impalcatura della fabbrica ad osservare l’incantevole facciata di San Marco, con i cavalli apocalittici, e ad attendere che i fanti di bronzo battessero le ore, e c’era anche allora
Ed ecco allora affluire al nostro animo impetuosa l’altra onda di ricordi, l’onda di quelli storici, dieci secoli di meravigliose avventure. Ci appare come una delle Città tipiche nella storia della civiltà. La vediamo sorgere dalla laguna quasi come un mito; affermarsi ed estendere il suo dominio nel retroterra con faticoso ma incessante progresso; galleggiare e poi veleggiare sul mare, ardita spola fra l’Oriente mediterraneo e l’Occidente latino; aristocratica e democratica la sua legge; fortezza e ricchezza e bellezza le sue corone, religioso il suo genio, cattolica la sua fede.
Ed a questo riguardo quanto interesse rappresenta Venezia per Roma! Ed oggi più che mai. Ai cinque Papi che Venezia diede alla sede di Pietro nei secoli andati, due se ne sono aggiunti in questo secolo, venerati nel mondo, S. Pio X (di cui noi ricordiamo l’Udienza privata, alla quale noi avemmo la fortuna di partecipare, non ancora decenni, con la nostra Famiglia, meravigliati di tanta sua bontà, e divertiti di ascoltare le sue frizzanti parole in dialetto veneto); e Papa Giovanni XXIII, ch’ebbe per noi costante e speciale affezione, sempre ricambiata da noi da cordiale devozione, e che con gli atti sapienti del suo Pontificato e con l’esempio della sua gioconda e profonda virtù è ancor oggi a noi Maestro di apostolico ministero.
Vedete, Veneziani, come trovandoci in mezzo a voi, noi vi siamo non meno vicini col cuore che con la persona. Gustiamo noi pure, dopo la rievocazione del passato, la bellezza di questo pur fugace momento presente. Siamo fra voi come un Amico. Ringraziamo il Signor Sindaco delle sue alte e cortesi parole; esse resteranno nel nostro cuore. A lui porgiamo il nostro distinto saluto. Lo porgiamo a tutte le Autorità, che abbiamo l’onore di vedere presenti. Lo porgiamo a quanti ci circondano, a tutta
E possiamo noi ancora da questa Piazza rivolgere una menzione speciale ad alcune categorie di persone, che noi abbiamo in questo momento particolarmente presenti nell’animo nostro? Ecco: vada un pensiero e un augurio ai Gondolieri di Venezia: siamo lieti d’aver anche noi, poco fa, profittato delle loro prestazioni attraversando in gondola lo specchio di mare dalla Madonna della Salute al Molo della Piazzetta. Tutti li salutiamo e li benediciamo; che il loro caratteristico profilo abbellisca sempre la veduta veneziana, e sia sempre simbolo della bontà, dell'operosità e della eleganza del popolo di Venezia.
Poi vogliamo rivolgere un elogio e un ringraziamento per tutti coloro - Governanti, Amministratori, Tecnici, Operai e Benefattori - che s’interessano della conservazione, della difesa, dell’incremento della Città. Sappiamo anche noi quanto Venezia sia minacciata nella sua statica e nella complicazione dei suoi problemi urbanistici. Venezia deve vivere. Il nostro voto è quello di quanti amano questa Città, per i cento titoli che le conciliano l’ammirazione universale, dei quali uno primeggia per noi, quello d’essere intitolata a S. Marco, evangelista di Cristo.
E non solo sopravvivere alla corrosione del suo mare deve Venezia, ma vivere. Dal presente il nostro sguardo si dirige al futuro. Un futuro, ch’è già in atto, ma che ha per sé il tempo avvenire: vogliamo dire il suo sviluppo moderno, il quale non può prescindere dal lavoro moderno, che già si attesta nei centri industriali attorno alla Città storica, come Mestre, Marghera, Murano, eccetera. Problema assai difficile, ma che deve trovare soluzione plausibile tanto per l’incolumità del carattere peculiare della Città e dei suoi incomparabili monumenti, quanto per il benessere delle popolazioni lavoratrici, alle quali mandiamo oggi un nostro benedicente saluto.
E neppure corrosa da manifestazioni di decadenza estetica e morale sia Venezia, città di bellezza ideale; ma coerente alla sua storia e alla sua dignità possa essa risplendere sempre con regale eccellenza nei cieli della cultura e della fede. Sì, figli carissimi, perché le glorie del passato non devono costituire soltanto oggetto di sterile contemplazione o di pur legittimo orgoglio; ma patrimonio vivo e fecondo devono essere anche per i nostri tempi, sorgente di ispirazione e di impegno, motivo di emulazione per i fortunati e intelligenti eredi di quelle tradizioni. E questo tanto più si avvererà per voi, quanto maggiormente sarà in armonia coi valori familiari, morali e spirituali, che hanno fatto Venezia nobile e stimata nel mondo, e quanto più soprattutto si inserirà sul tronco di una tradizione che non muore, quella della fede cattolica.
Ecco allora i voti che salgono dal nostro cuore per la prosperità della vostra vita religiosa e civile, e che noi desideriamo lasciarvi come un ricordo e una consegna di questo nostro memorabile incontro: fate vostra la formula evangelica: «Nova et vetera»! Sappiate avere, sì, il senso della storia scritta nei monumenti e nelle antiche vestigia dei secoli andati; ma abbiate insieme l’ambizione di fare di Venezia una città viva, bella, moderna e buona.
Confermi questi voti la nostra pontificale e cordiale benedizione.
ALLE AUTORITÀ CIVILI
Onorevoli Signori,
Vi esprimiamo la nostra sentita riconoscenza per questo incontro, tanto gradito, e vi porgiamo il nostro deferente e cordiale saluto.
Fin dal primo annuncio della nostra visita a Venezia, il vostro signorile senso dell’ospitalità si è cortesemente fatto interprete dell’attesa di tutti i Veneziani e delle gentili disposizioni d’animo con cui erano pronti a riceverci. Ora abbiamo visto come l’accoglienza che ci è stata riservata non smentisca le vostre nobili e grandi tradizioni civili. Di nuovo, a voi e all’intera popolazione, il nostro grazie sincero e commosso.
Parlando a responsabili della cosa pubblica, non possiamo non considerare la molteplicità delle gravi questioni, che domandano il vostro studio, la vostra dedizione, il vostro sacrificio. Sono davvero tanti i problemi d’ordine sociale ed economico, che interessano la civile convivenza di una città, di una provincia, di una regione; e di essi non debbono sfuggire le implicazioni e le dimensioni etiche, morali ed anche religiose, da rispettare e da curare quali imprescindibili istanze dell’autentico e completo bene comune. Per talune manifestazioni, poi, Venezia diventa spesso centro di attrazione e punto di riferimento a cui si guarda da tutta l’Italia e da altri Paesi del mondo; e a questo proposito lasciateci dire che tanto maggiore diventa anche l’obbligo di rendere testimonianza ai valori genuini, e di evitare tutto ciò che potrebbe offendere la sentita e vissuta tradizione cristiana della Città di San Marco.
Ma ora il nostro pensiero, che è insieme partecipazione ed augurio, va soprattutto a quello che possiamo chiamare «il problema di Venezia», il problema, cioè, della conservazione, dell’esistenza, dell’essere stesso di questa meravigliosa e singolare città.
Arduo è il vostro compito, grande la vostra responsabilità dinanzi al mondo e alla storia. Ma conosciamo la determinazione che vi anima, e la varietà di iniziative che avete promosso e secondato, e nelle quali è attiva la lodevole collaborazione di altre persone, enti ed istituzioni.
Vi sia di incoraggiamento il ricordo e l’esempio dei vostri avi, che alla difesa e alla protezione della città e della sua incantevole laguna hanno dedicato opere memorabili, prima fra esse i celebri Murazzi, costruiti «ausu romano, aere veneto»: scultorea e potente espressione, della quale ci piace sottolineare la ben meritata esaltazione dell’audacia, l’appropriato e significativo accostamento a Roma, e il realistico richiamo alla necessità dei mezzi materiali, della cui effettiva disponibilità si poteva essere, allora, legittimamente orgogliosi.
Venezia è vostra, ma, come Roma, appartiene anche all’umanità e alla civiltà, nelle sue più nobili ed alte espressioni. Per questo formuliamo fervido l’auspicio che non venga meno l’ardire e che non manchino i mezzi. La felice soluzione del problema di Venezia è e deve essere un impegno comune, da fomentare con motivazioni morali profonde e da assolvere nel nome della fraternità e della pace. L’impegno vostro è oggi tanto più difficile, ma insieme anche tanto più degno e stringente per i bisogni della Venezia odierna, avvolta anche essa dai problemi del lavoro moderno, dall’affluenza di nuove ondate di popolazione meritevole delle cure più attente e più gravi: l’interesse per questi fenomeni sociali conferisce all’opera vostra il dovere e il merito d’un’ardua, ma indeclinabile missione umana e cristiana.
Questi i nostri voti di prosperità e di progresso: che volentieri estendiamo alle vostre illustri persone e a tutte le vostre attività. Con la nostra Benedizione Apostolica.
VISITA AD AQUILEIA
Figli carissimi!
Ripartiti da Venezia per continuare il nostro viaggio verso Udine, non potevamo non sostare, sia pur brevemente, qui ad Aquileia, il cui solo nome serve a ridestare un’onda di ricordi e di tradizioni nobilissime nella storia ecclesiastica e civile. Aquileia, bel nome romano, «urbs primaria in decima regione Italiae», il suo antico Patriarcato, che esercitò nei secoli una vasta giurisdizione e fu centro d’irradiazione cristiana per tutta
Ma non una meditazione storica, indubbiamente suggestiva, intendiamo ora proporvi. Non ce lo consentono né il breve tempo a disposizione, né la natura squisitamente spirituale del nostro pellegrinaggio. Piuttosto, è l’incalzare delle memorie che ci invita a ripensare al tesoro della tradizione ed a raccogliere le alte lezioni, che ne derivano per la nostra vita. La tradizione dev’essere conosciuta, apprezzata e rispettata! Aquileia fu, fin dalle sue origini, punto d’incontro di vari popoli, autentico «crocevia» delle genti che entrarono, in epoche successive, a contatto col mondo romano e cristiano. Non vale, forse, tale rapido accenno a suggerire, in termini di attualità e di urgenza, l’ideale dell’unione? Proprio qui, in questa terra illustre e sacra, noi vogliamo richiamarvi, carissimi Figli, questo alto ideale, perché l’unione è incontro spirituale, è armonia di intenti, è coordinamento di opere. Sì, è nostro dovere approfondire le ragioni e studiare i modi per stare insieme, per lavorare insieme, per costruire insieme. E se un tale proposito appare validissimo nell’ordine umano e civile, in quanto aiuta efficacemente a superare i dissidi emergenti dalle differenze di lingua, di cultura e di stirpe, quanto più non si rivela utile e prezioso per la vita religiosa e morale? Esso contiene, anzitutto, una precisa indicazione per la causa ecumenica, la quale chiama tutti i Fratelli cristiani all’unità che il divino Fondatore ha voluto e chiesto al Padre suo per la sua Chiesa; rappresenta, ancora, per i Cattolici un diretto invito a sviluppare ed a vivere, nell’unione operosa, il senso della propria fede, collocando in giusta prospettiva il necessario servizio dell’autorità e la libertà che Dio dona a ciascuno; vuol essere, da ultimo, un rinnovato appello a trovar sempre nel- l’Eucaristia la fonte alimentatrice della vera unità. Così questa sosta, mentre procediamo per
INCONTRO CON LE RAPPRESENTANZE CIVICHE
Signor Sindaco,
Le nobili espressioni con le quali Ella ha voluto porgerci il cordiale benvenuto non ci trovano insensibili, ma suscitano nel nostro animo sentimenti di profonda e sincera benevolenza per questa amabile città, verso la quale, in queste radiose giornate di preghiera, di studio e di pietà eucaristica, sono rivolti i cuori di tutti i cattolici d’Italia.
A Lei, pertanto, al Consiglio comunale al quale Ella presiede, alle personalità religiose e civili presenti davanti a noi, e a quanti sono qua convenuti, la nostra più viva gratitudine per il deferente omaggio e per questa calorosa accoglienza, ben degna della tradizionale ospitalità del popolo friulano.
Tanto più volentieri, poi, accettiamo l’onore che ci è reso, in quanto l’alto ufficio che La qualifica e La distingue conduce il nostro pensiero ad abbracciare con un palpito di riverente affetto l’intera cittadinanza, che Ella così degnamente rappresenta e di cui qui ci porta il saluto e l’omaggio. Sentiamo anzi che tutta la gente del Friuli è qui presente con Lei per attestarci la sua devozione sincera, la sua franca e spontanea generosità e la vitalità della sua secolare fede religiosa.
Giungiamo or ora dall’antica e gloriosa città di Aquileia, dove in pensosa ammirazione abbiamo sostato davanti ai monumenti che testimoniano fin dai più remoti tempi la presenza operosa della Chiesa in mezzo a voi; presenza che si è radicata profondamente nella vita e nei costumi del vostro popolo, contribuendo alla formazione di quelle robuste virtù civiche, morali e familiari, caratteristiche di questa terra, che costituiscono un patrimonio spirituale di incomparabile valore. Noi vorremmo ricordare, nella significativa e solenne circostanza del presente Congresso Eucaristico, la necessità di custodire nella maniera più gelosa questa eredità preziosa lasciata dai vostri padri, perché essa, oggi non meno che nel passato, costituisce la premessa indispensabile per una costante pacifica convivenza e per un ordinato progresso civile e sociale.
E allora ecco l’augurio che formuliamo davanti a voi, signor Sindaco, per il prospero avvenire di Udine, cuore pulsante della forte e laboriosa terra del Friuli: che il Signore continui ad effondere i suoi favori su questa tanto amata città, affinché le sue autorità e ogni ordine dei suoi cittadini vivano nella concordia degli spiriti e progrediscano continuamente nella comune ricerca del giusto benessere e della sana prosperità alla luce dei principi del Vangelo.
Intanto, mentre vi assicuriamo di tenere presenti nel nostro spirito le intenzioni, le necessità, le ansie di ciascuno, le nostre mani si elevano per benedire voi tutti, con l’ardente desiderio che insieme alla nostra Benedizione discenda larga e propiziatrice di ogni vero bene l’abbondanza dei divini favori.
PATERNO COMPIACIMENTO PER GLI ORGANIZZATORI DEL CONGRESSO

Ci procura un'intima consolazione questo incontro con voi, membri del Comitato del Congresso Eucaristico. Salutandovi con paterno affetto, siamo lieti di esprimervi la nostra gratitudine per le varie iniziative opportunamente promosse e per gli sforzi generosamente compiuti, allo scopo di preparare nel modo più adeguato queste giornate di fede e di pietà.
Ben sappiamo che la vostra attenzione non si è soffermata soltanto alle manifestazioni esteriori, le quali, peraltro, hanno richiesto un notevole impegno unitario; voi avete dedicato le vostre energie e il vostro zelo soprattutto nel disporre gli animi, affinché il Signore non soltanto ricevesse il tributo di devozione e di lode nelle assemblee solenni, ma avesse anche in ogni cuore e in ogni famiglia come un Tabernacolo, dove fosse accolto ed amato. Questa preparazione spirituale è stata l’anima della partecipazione delle moltitudini di fedeli, che hanno ricolmato di gioia il nostro cuore e di meritata soddisfazione le vostre persone.
Una nota fra tutte vogliamo rilevare, traendone motivo dal tema generale del Congresso. Le assise eucaristiche, richiamando davanti al Santissimo Sacramento le folle adoranti, sono anch’esse una espressione, quanto mai viva ed efficace, dell’unità ecclesiale interiore ed esteriore: sì, Cristo presente sotto le Specie eucaristiche chiama a sé tutta
Continuate ad adoperarvi, affinché gli ideali e i frutti del Congresso abbiano a sopravvivere e a diffondersi; affinché la consapevolezza approfondita dell’ineffabile Mistero del Corpo e del Sangue di Cristo, del dinamismo che da esso promana, delle esigenze individuali e comunitarie che esso impone, come Sacramento di unità e vincolo di carità, costituisca uno stimolo e una energia costante in ogni sacerdote, in ogni anima consacrata, in ogni fedele.
Noi auspichiamo che la comunione di fede, di amore e di vita soprannaturale, sgorgata dal Sacramento che la significa e la produce, sia sempre una realtà meravigliosa nelle famiglie, nelle comunità ecclesiali e anche nella società civile.
Risponda il Signore ai nostri ardenti voti, con l’effusione segreta e possente della sua grazia, che invochiamo su ciascuno di voi, e su quanti hanno contribuito alla riuscita di questo XVIII Congresso Eucaristico Nazionale, mentre di cuore a tutti impartiamo la nostra speciale Benedizione Apostolica.
COMMIATO NEL DUOMO DELLA CITTÀ
Figli carissimi,
Desideriamo manifestarvi la nostra profonda gioia per questo incontro con voi, sacerdoti, religiosi, religiose, laici impegnati nell’apostolato. Pellegrino in mezzo ai pellegrini di tutta l’Italia, abbiamo adorato il Cristo Eucaristia, fonte e centro della vita della Chiesa, ed ora, nel congedarci alla fine di questo giorno benedetto, sentiamo il bisogno di rivolgervi una parola di saluto, di conforto, di speranza e di fiducia.
Ogni Congresso Eucaristico vuole essere una manifestazione pubblica e solenne della fede, che
Questo rinnovamento della vostra Chiesa locale è affidato in modo del tutto speciale a voi, sacerdoti, religiosi, religiose, laici delle varie organizzazioni dell’Azione Cattolica.
E anzitutto, voi, sacerdoti secolari e regolari, siete, in mezzo alla comunità cristiana, che vive dello Spirito Santo, il pegno della presenza salvifica di Cristo, Figlio di Dio e figlio dell’uomo, il quale mediante
Configurati in tal modo a Cristo sarete gli apostoli dell’autentico rinnovamento delle vostre parrocchie, delle vostre comunità, dei vostri gruppi, che diverranno centri di animazione e di irradiazione di testimonianza cristiana.
Anche voi, religiosi e religiose, vivendo con amore e fedeltà i consigli evangelici mediante i sacri voti della povertà, della castità e dell’obbedienza, uniti a Cristo con una donazione che coinvolge l’intera vita, contribuirete all’arricchimento della vitalità della Chiesa e alla fecondità del suo apostolato (Cfr. Perfectae Caritatis, 1). In mezzo ad un mondo che, purtroppo, pone sempre più il suo scopo nel facile successo, nel denaro, nell’esasperato spirito di indipendenza, voi dovrete testimoniare il Cristo povero, puro, obbediente al Padre fino alla morte di croce (Cfr. Phil. 2 , 8), e la realtà dei valori e dei beni che non passano.
Anche da voi, membri dell’Azione Cattolica e delle altre organizzazioni dedite all’animazione cristiana delle realtà temporali,
In tal modo,
Al riguardo non possiamo fare a meno di ricordare in questo momento, i vincoli di profonda amicizia che, nella gioventù, ci legarono a Monsignor Giuseppe Nogara, vostro indimenticabile Arcivescovo; e ci viene, altresì, alla mente, con venerazione, la figura di Monsignor Pio Paschini, sacerdote esemplare e cultore insigne della storia ecclesiastica.
Abbiamo voluto manifestarvi in questo incontro, figli carissimi, il nostro affetto e la nostra trepidazione di Padre. Nel salutarvi, invochiamo su tutti voi l’abbondanza delle grazie divine e la celeste protezione di Maria Santissima «Mater Ecclesiae», mentre vi impartiamo di cuore
SCAMBIO DI MESSAGGI CON IL PRESIDENTE LEONE
Nel momento in cui lasciamo il suolo di Roma iniziando il nostro pellegrinaggio verso la sede del XVIII Congresso Eucaristico Nazionale, desideriamo rivolgere un pensiero grato e beneaugurante al popolo italiano e a Lei, Signor Presidente, che così degnamente lo rappresenta, mentre di gran cuore benediciamo invocando su tutta
PAULUS PP. VI
A Sua Eccellenza il Signor Giovanni Leone, Presidente della Repubblica Italiana, Roma.
Al termine dell’odierno nostro pellegrinaggio fra le popolazioni laboriose e fedeli del Veneto, e dopo aver sorvolato benedicendo con sempre vivo commosso ricordo il sacrario di Redipuglia, il nostro primo deferente saluto si dirige a Lei, Signor Presidente, e a tutto il caro popolo italiano, che con la sua fervorosa adesione alle celebrazioni Eucaristiche di Udine ha confermato in maniera solenne la partecipazione grande e generosa alla fede dei padri, e mentre con animo grato rinnoviamo i nostri voti augurali di prosperità e di pace, volentieri li accompagniamo con la nostra propiziatrice Apostolica Benedizione.
PAULUS PP. VI
Risposta dell’on. Presidente
Ringrazio di cuore Vostra Santità per il saluto che ha voluto rivolgermi al ritorno dal Suo apostolico viaggio a Venezia e ad Udine e per le parole di paterna sollecitudine per il popolo italiano che lo hanno accompagnato.
Il viaggio di Vostra Santità è stato salutato con commossa unanime gratitudine dalle genti venete e friulane e seguito con devota partecipazione dal popolo italiano che è stato particolarmente toccato dal benedicente pensiero rivolto al sacrario di Redipuglia. Nel confermarle la viva gratitudine della Nazione per la particolare considerazione che
AUSPICI DI NUOVE AFFERMAZIONI CON MARIA MADRE DELLA CHIESA
Ieri - così il Santo Padre prima dell’Angelus Domini di domenica 17 settembre - noi eravamo a Udine, al Congresso Eucaristico Nazionale, ed è stata una bellissima giornata sotto ogni aspetto, specialmente per la moltitudine di popolo, di Autorità, di Cardinali, di Vescovi, di Sacerdoti, di Religiosi e di Religiose, di fedeli, tra cui molti giovani e molti pellegrini da molte parti d’Italia e anche da zone oltre i confini nazionali; ma ciò che tutti abbiamo ammirato e goduto è stato il senso religioso, animatore del Congresso, nell’ordine, nella serietà, nella devozione, e questo ci ha lasciato capire che il tema prefisso al Congresso, cioè l’Eucaristia come centro animatore delle Comunità ecclesiastiche locali, è stato da tutti meditato e, in qualche misura, certamente capito, e sarà perciò ricordato e messo in pratica secondo le varie condizioni locali e ambientali.
E cioè: primo, Gesù Cristo deve essere il fulcro, il punto centrale, la sorgente della nostra religiosità soggettiva, personale e collettiva, come lo è della nostra Religione oggettiva, via, verità, vita. Non c’è fede senza di Lui; secondo, questo contatto con Cristo, che può e deve avvenire, in un primo grado, mediante la conoscenza di Lui, Gesù Cristo, e del suo Vangelo, si perfeziona e si integra nella meravigliosa e misteriosa realtà dell’Eucaristia; terzo, la quale realtà non si raggiunge se non mediante un ministero, cioè, mediante il Sacerdozio ministeriale, prodigiosamente ed esclusivamente qualificato ad attuare l’Eucaristia, a celebrare
Preghiamo, affinché questa sia efficace e felice, con l’assistenza di Maria Madre della Chiesa.
Onorevoli Signori,
Figli carissimi, 

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AL PELLEGRINAGGIO DELLE DIOCESI DEL FRIULI
IN PREPARAZIONE AL GRANDE GIUBILEO DEL DUEMILA
Sabato, 27 novembre 1999
Venerati Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,
Illustri Signori e Signore,
Carissimi friulani!
1. È una gioia per me porgere il benvenuto a tutti voi, convenuti a Roma per predisporvi alla celebrazione del Grande Giubileo dell'Anno Duemila ormai alle porte, e per ricordare il cinquantesimo anniversario di fondazione del "Fogolâr Furlan" di questa Città.
Saluto con affetto Mons. Alfredo Battisti, Arcivescovo di Udine, e lo ringrazio per le calorose parole con le quali poc'anzi si è fatto interprete dei comuni sentimenti. Con lui saluto i Vescovi ed i Sacerdoti presenti, come pure le Autorità ed i rappresentanti delle varie Istituzioni civili, culturali e sociali, insieme con i numerosi pellegrini provenienti dall'amata terra friulana. Il Friuli è ben rappresentato in questo nostro incontro!
Un particolare pensiero va ai soci del "Fogolâr Furlan" di Roma, l'associazione dei friulani residenti nella Capitale, ed ai rappresentanti di Aprilia, di Latina e dell'Agro Pontino, come pure a quelli dell'Umbria e della Sardegna.
Questo vostro pellegrinaggio "ad Petri sedem", alla vigilia del Giubileo, assume un particolare significato ecclesiale: esso indica che le Comunità cristiane del Friuli desiderano prepararsi alla celebrazione dei duemila anni del grande evento della nascita del Redentore con fede rinnovata, ripercorrendo innanzitutto la strada della memoria.
2. Le origini della Chiesa madre di Aquileia risalgono a san Marco, interprete e "figlio" (cfr 1 Pt 5, 13) di san Pietro. Secondo la Passio di sant'Ermagora, san Marco, inviato da Pietro nella grande e prosperosa metropoli adriatica di Aquileia, per primo fece risuonare in terra friulana la Parola del Vangelo, e portò a Roma un illustre rappresentante di quella comunità, Ermagora, che il Principe degli Apostoli consacrò primo Vescovo di Aquileia.
Questa vostra visita alle "Tombe degli Apostoli", dunque, assume il valore di un ritorno alle sorgenti della fede cristiana in terra friulana, per rinvigorire lo spirito genuino e lo spirito missionario delle vostre Comunità sull'esempio di Pietro, di Marco e dei numerosi martiri e santi della terra friulana, che lungo i secoli hanno segnato la vostra storia.
Il fermento del Vangelo ha corroborato le tradizionali virtù del vostro popolo friulano, che nella fede cristiana ha consolidato la propria identità, elaborando una peculiare civiltà e cultura, di cui la lingua friulana è la cifra ed in certo modo l'anima.
Il Friuli emerge nel cuore dell'Europa come esempio di convivenza fra diverse popolazioni etnico-linguistiche. Eredi del grande Patriarcato di Aquileia, che accoglieva nel suo seno molti popoli di diverse culture, anche i friulani d'oggi si sentono fortemente impegnati a promuovere una convivenza basata sul rispetto delle singole identità culturali. Questo deve continuare ad essere il tratto caratteristico degli atteggiamenti e dei comportamenti delle vostre Comunità cristiane. Mi piace qui ricordare gli incontri promossi tra i popoli friulano, carinziano e sloveno, come pure la generosa accoglienza dei numerosi profughi durante i tragici avvenimenti dei Balcani e la solidarietà manifestata verso le popolazioni sofferenti.
3. È spontaneo, in un momento come questo, volgere uno sguardo alla realtà della vostra Regione che, soprattutto a partire dal disastroso terremoto del 1976, ha registrato uno sviluppo rapido, giungendo ad una condizione di benessere accentuato. Ciò ha comportato però anche conseguenze non sempre positive come, ad esempio, una sorta di desertificazione della montagna, in particolare della Carnia e delle Valli del Natisone, ed una contrazione demografica rilevante, con conseguente invecchiamento della popolazione nel suo insieme. Non meno importanti gli effetti socio-culturali che stanno intaccando l'etica comunitaria: gli studiosi di sociologia religiosa rilevano una certa perdita d'identità da parte della popolazione con affievolimento del senso della tradizione. Molte persone appaiono disorientate, soggette a forme di relativismo morale, accompagnato da spinte individualistiche e consumistiche. Persino l'istituto familiare, che in Friuli godeva di una proverbiale considerazione, è oggi sottoposto a un fenomeno sismico di elevata potenza, i cui segni più evidenti sono l'instabilità delle unioni e la denatalità.
4. Fortunatamente nella maggioranza della popolazione permane un profondo senso religioso: esso è radicato nella cultura friulana da qualificarne l'identità. Anche il senso religioso, tuttavia, risente - e come potrebbe essere altrimenti? - delle difficoltà ora ricordate. Occorre trasformare questi rischi in una nuova sfida per le vostre Comunità. Il Friuli può e deve disegnare il suo futuro in continuità ideale con i grandi valori ecclesiali, culturali e familiari della propria tradizione cristiana.
Venerati Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio, nel vostro impegno pastorale abbiate come punti di riferimento prioritario la famiglia e i giovani, e non mancate di fare quanto è possibile per promuovere una migliore coscienza dell'autentico protagonismo dei laici. Potranno essere di grande aiuto in tal senso le missioni del popolo con il popolo: esse infatti stimolano le stesse comunità e gli stessi laici credenti a farsi missionari nei loro paesi e nelle loro zone, approfondendo la consapevolezza della propria vocazione cristiana e testimoniando la fede nel contesto quotidiano.
5. Carissimi, la storia della Chiesa in Friuli insegna a far tesoro del "segno di Giona" (cfr Mt 16, 4), il segno indicato da Cristo come simbolo della sua Risurrezione e della vita nuova del cristiano rinato nel Battesimo. Il libro di Giona fu particolarmente commentato da Cromazio di Aquileia, uno dei maggiori Padri della Chiesa occidentale del quarto secolo. Giona è anche il punto di convergenza del magnifico pavimento musivo della Basilica meridionale di Aquileia.
Ma Giona può anche essere simbolo dell'uomo e del cristiano, che si sente a volte immerso "negli abissi marini e nel ventre dell'immane pesce" (Cromazio, Tractatus in Matthaeum, 27), e simbolo pure della fatica evangelica della Chiesa apostolica e delle Chiese attuali del Friuli, eredi del grande Patriarcato di Aquileia. Giona, dunque, non è soltanto prefigurazione del Risorto, ma è anche segno della sfida che la fede comporta per ogni credente e della missione evangelizzatrice delle nostre Chiese.
6. Al termine di questo nostro incontro desidero rinnovarvi l'augurio che ho rivolto a tutti i friulani al termine della mia intensa Visita pastorale da me compiuta nella vostra amata Regione nel maggio 1992: "Fràdis furlàns, us invìdi a tignî dûr cu lis tradiziòns, te fède cristiàne e tài valôrs dal fogolàr, e a fàju incrèssi tal cûr dài vuèstris fiis" (Insegnamenti XV, 1 [1992], p. 1346).
Mentre vi benedico con affetto, insieme con tutti i membri dei "Fogolârs" e con l'intero caro popolo del Friuli, affido tutti alla materna protezione della Madonna di Castelmonte, tanto venerata nella vostra Terra, e vi saluto con l'espressione tipica della lingua friulana "Mandi!", che rivolgo a voi qui presenti ed all'intera popolazione della vostra "Piccola Patria": "Mandi Friul"!
© Copyright 1999 - Libreria Editrice Vaticana
VISITA PASTORALE IN FRIULI-VENEZIA GIULIA
SANTA MESSA NELLA BASILICA DI AQUILEIA
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
Aquilea (Gorizia) - Giovedì, 30 aprile 1992
1. “Quanto son belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene” (Rm 10, 15; cf. Is 52, 7). L’Apostolo, con queste parole tratte dal libro del profeta Isaia, intende esprimere la particolare bellezza dell’evangelizzazione, del ministero della buona novella. Ecco, vengono “coloro che recano un lieto annunzio di bene” - e a quei tempi si viaggiava molto a piedi -, vengono e annunziano. I loro piedi sono affaticati, coperti della polvere delle strade, la loro bocca è piena della verità divina, che è la buona novella per gli uomini e per i popoli. Cristo, il primo messaggero del Vangelo, aveva inviato i suoi discepoli dicendo: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni” (Mt 28, 19). “Quanto son belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio . . .”.
2. Quest’annuncio riecheggia oggi tra noi, in questo luogo storico, che in passato è stato uno dei primi centri dell’evangelizzazione dell’Europa. L’antichissimo patriarcato di Aquileia, ha accolto i primi cristiani nel I e II secolo dopo Cristo e già nel trecento contava una comunità di credenti ben consolidata. La Chiesa aquileiese fondata sul sacrificio coraggioso dei martiri ha sempre avuto, nonostante le tremende distruzioni dei secoli successivi per le invasioni dei barbari, la forza di risorgere. Anzi, si è contraddistinta per le sue vaste aperture apostoliche e missionarie. Nel V secolo venne costituita la Provincia ecclesiastica d’Aquileia, che in seguito prenderà il nome di Patriarcato. Nel suo massimo splendore, il Patriarcato d’Aquileia sarà metropolia di ben 25 diocesi, quattordici nell’attuale Triveneto, quattro in Istria e sette Oltralpe, abbracciando i centri dell’entroterra Alto-Adriatico sino a tutta la Mitteleuropa infradanubiana, dalla Baviera alla Slovenia e all’Ungheria. Quale sorprendente testimonianza di dinamismo apostolico! Tra popoli disseminati in regioni così distanti tra loro, si rese visibile per la prima volta un’autentica cattolicità, un’effettiva comunione, cioè, fra gruppi etnici differenti, accomunati dall’unica fede.
3. Visitando la vostra diocesi, il Vescovo di Roma desidera prendere parte alla gioia di una Chiesa che, come il seme evangelico, qui attecchì tanti secoli fa ed è diventata albero ricco di fronde e di frutti. Sotto i rami di quest’albero rigoglioso hanno trovato la pace divina della fede moltitudini di vostri avi. Da qui sono partiti numerosi messaggeri della buona novella diretti verso le popolazioni dimoranti nelle regioni circostanti, portando ad esse l’irradiazione della parola evangelica. Cristo ha detto: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Mt 28, 18). Ecco il divino potere della redenzione: il potere della pace e della risurrezione, il potere della Pentecoste, il regno di Dio. Dall’antico Patriarcato di Aquileia il divino potere della redenzione si è diffuso rapidamente e di ciò la Chiesa conserva ancor oggi grato e lieto ricordo.
4. Il ministero della buona novella è la testimonianza. Dopo la risurrezione prima di tornare al Padre, Cristo assicurò agli Apostoli: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At 1, 8). Così essi diventarono testimoni, testimoni oculari. I loro occhi avevano visto, le orecchie avevano udito, le mani toccato il divino mistero del Signore crocefisso e risorto. Ma per la testimonianza non erano sufficienti gli occhi, le orecchie e le umane parole soltanto. Occorreva il battesimo. Battezzati nello Spirito Santo diventarono testimoni. Ed essi - coloro che avevano visto, come pure tanti altri dopo di loro che “pur non avendo visto avrebbero creduto” - diventarono testimoni di generazione in generazione.
5. Scrive l’Apostolo ai Romani: “Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo” (Rm 10, 9). Nell’introduzione, e nel seguito della lettera di Paolo, risuona una medesima intensa invocazione per i confessori e gli apostoli della fede. “Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentire parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati?” (Rm 10, 14-15). Che grande grido per i confessori e i messaggeri della fede! Quanto è eloquente questo grido nell’antichissima Aquileia!
6. All’incessante invito del Signore a diffondere il suo messaggio salvifico a ogni creatura, Aquileia ha risposto sin dall’inizio con disponibile apertura di cuore. I vostri antenati, carissimi fratelli e sorelle, hanno trasmesso la verità rivelata con la tenacia della loro fedeltà. Essi hanno unito all’annuncio di Gesù vero Dio e vero uomo, ancor prima del Concilio di Efeso, la proclamazione della divina maternità di Maria, quale argomento qualificante per difendere la divinità di Cristo contro l’eresia ariana. “Non si può parlare di Chiesa - osservava opportunamente il Beato Vescovo Cromazio sul finire del Trecento - dove non c’è Maria Madre del Signore con i suoi fratelli. La Chiesa di Cristo, infatti, è dove viene predicata l’incarnazione di Cristo dalla Vergine” (Sermone, 30). Ad Aquileia si è combattuta con fermezza l’eresia ariana, grazie soprattutto ai Vescovi S. Valeriano e al già citato Cromazio. Ad Aquileia, ancora, si sono formati Rufino e San Girolamo, che conservò poi sempre una grande nostalgia del presbiterio aquileiese da lui ritenuto “sicut domus beatorum”. E poi, come non menzionare il forte sviluppo dello spirito missionario nell’ottavo e nono secolo, sulla scia dell’impulso dato dal Patriarca San Paolino, che inviò i primi evangelizzatori tra i popoli slavi?
7. Carissimi fratelli e sorelle, la memoria di un passato così ricco di frutti apostolici stimola la vostra comunità a un rinnovato, coraggioso slancio missionario. Come nel primo millennio le due realtà ecclesiali, quella occidentale e quella orientale, trovarono nella Chiesa di Aquileia una felice e costruttiva opportunità di incontro e di interazione, e il mondo slavo e latino iniziarono a crescere insieme nel nome di Cristo, così ai nostri giorni è necessario che la vostra Comunità riscopra il suo storico ruolo di mediazione fra l’Oriente e l’Occidente europeo. Si tratta di promuovere un atteggiamento rispettoso e positivo verso le autonomie e le diverse etnie, con uno spirito universalistico e aperto alla solidarietà. Il contributo dei credenti, radicati nella fede viva in Gesù Uomo-Dio, è indispensabile per permettere all’Europa di ritrovare la sua identità e la sua unità, e, oggi come ieri, è compito della Chiesa - compito della vostra Chiesa di Aquileia - ancorare con vigore la storia degli uomini all’azione di Cristo, Redentore dell’uomo.
8. Affido questa missione a ciascuno di voi, carissimi fratelli e sorelle, qui presenti. Vi saluto tutti con affetto. Saluto, in maniera particolare, il vostro Arcivescovo, il carissimo Mons. Antonio Vitale Bommarco, e con lui gli altri Presuli del Triveneto, e quelli provenienti dalla Slovenia e dall’Austria. Saluto i Sacerdoti, i Religiosi, le Religiose e i fedeli laici generosamente impegnati nel servizio dell’apostolato. Rivolgo un deferente pensiero alle Autorità civili, amministrative e militari. Saluto, poi, gli ammalati, i sofferenti, gli anziani, i giovani, le famiglie. A ciascuno giunga il mio abbraccio cordiale da questa Basilica, simbolo dell’unità dei credenti e luogo dell’incontro privilegiato col Signore. Mentre rendiamo grazie a Dio, per quanto egli ha compiuto sino a ora, guardiamo fiduciosi verso l’avvenire. Gesù illumina il cammino dei credenti. Il grande mosaico di Giona, che è possibile ammirare sul pavimento di questo storico tempio, costituisce un significativo incoraggiamento a non temere, ma a risorgere con Cristo per annunziare, come il profeta, la salvezza di Dio a ogni persona.
9. In questo tempo pasquale, ci rechiamo con Cristo su un monte in Galilea: il monte dell’ascensione al Cielo, il monte dell’invio: “Mi è stato dato ogni potere . . . Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni . . . io sono con voi . . . fino alla fine del mondo” (Mt 28, 18-20). Sono le ultime parole pronunciate sulla terra dal Redentore del mondo: esse rimangono per sempre nel cuore della Chiesa, suo mistico Corpo. “La fede dipende dunque dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo” (Rm 10, 17). L’apostolo Paolo, citando il profeta Isaia, domanda: “Chi ha creduto alla nostra predicazione?” (Rm 10, 16; cf. Is 53, 1). E prosegue: “Non hanno forse udito? Tutt’altro: per tutta la terra è corsa la loro voce, e fino ai confini del mondo le loro parole” (Rm 10, 18).
Fino ad Aquileia sono giunte quelle parole, e di qui esse si sono diffuse in tutto il vasto territorio circostante. Gloria a te, Re dei secoli!
Amen.
© Copyright 1992 - Libreria Editrice Vatica
DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
ALLA CITTADINANZA DI AQUILEIA
Aquileia (Gorizia) - Giovedì, 30 aprile 1992
Signor Sindaco,
Signor Ministro,
Onorevole Presidente della Giunta Regionale,
Cittadini di questa cara Terra!
1. “Pace a voi!” Con questo augurio del Cristo Risorto, rivolgo con gioia il mio primo, cordiale saluto a voi, qui presenti, e a tutti gli abitanti del Friuli-Venezia Giulia.
Vi ringrazio sentitamente per la vostra accoglienza. In modo particolare esprimo viva gratitudine al Signor Sindaco e al Signor Ministro Carlo Bernini, Rappresentante del Governo Italiano, che si sono fatti interpreti attenti dei vostri comuni sentimenti. Saluto le Autorità Amministrative, Politiche e Militari, che hanno voluto essere presenti a questa cerimonia di benvenuto.
Dirigo, poi, il mio fraterno pensiero al Pastore di questa Arcidiocesi di Gorizia, il carissimo Mons. Antonio Bommarco, ai Presuli della Regione qui intervenuti insieme col Cardinale Marco Cè, Presidente della Conferenza Episcopale Triveneta, e all’intero Popolo di Dio della Chiesa friulana e giuliana, che vive e cresce nella fede, nella speranza e nella carità.
2. Sono lieto di iniziare questa mia Visita pastorale proprio dalla storica ed illustre città di Aquileia, che conserva tuttora tracce significative dell’antica civiltà romana. Da questo piazzale, dinanzi alla celebre Basilica carica di memorie spirituali, come non ricordare che Aquileia fu principale centro della “decima regione italica” e che ebbe una singolare missione tanto per la diffusione del cristianesimo quanto per la difesa della tradizione autentica della fede? Aquileia, capitale della “Venetia et Histria”, accolse nel primo e secondo secolo i primi cristiani. Da qui si diffuse l’annuncio evangelico in queste terre e la predicazione si estese poi su di un’area vastissima, comprendente l’entroterra veneto ed istriano, la Carinzia e l’antica Dalmazia, la Slovenia e l’Ungheria. Aquileia divenne così un importante polo d’irradiazione missionaria, da cui Vescovi santi, esperti nella dottrina e nella carità, difesero strenuamente, mediante la predicazione, gli scritti, la convocazione di Sinodi, il patrimonio della verità rivelata. Le cronache ricordano come Ambrogio di Milano incoraggiò e confortò i fratelli Vescovi, radunati nella vostra Città in Concilio. Consapevoli delle radici apostoliche della Chiesa aquileiese, i Vescovi della Regione Triveneta hanno voluto recentemente tenere qui un Sinodo pastorale, al quale hanno invitato anche i Pastori delle Chiese limitrofe. Richiamandosi alle antiche tradizioni cristiane, si sono preoccupati di tracciare le linee programmatiche della nuova evangelizzazione, guardando con attenzione alle numerose sfide del tempo presente.
3. Anch’io, conscio di quest’impegno arduo ed esigente, sono venuto, oggi, per confortare e incoraggiare le vostre Comunità. Sono venuto come Vescovo di Roma e continuatore del ministero di Pietro, per confermare tutti voi nella comunione e nella fedeltà al Vangelo. Sono venuto per condividere con i Vescovi e i Presbiteri l’ansia dell’annuncio missionario, che tutti ci deve coinvolgere in un serio e articolato servizio alla causa del regno di Dio. Come in passato, quando la Chiesa aquileiese si distinse per il fervore apostolico e il dinamismo pastorale, così anche oggi occorre promuovere e difendere con coraggio la verità e l’unità della fede. È necessario proclamare il primato di Dio e della giustizia su ogni altro umano interesse, pur legittimo e positivo. Ci è richiesto di rendere conto della speranza cristiana all’uomo moderno, sopraffatto non di rado - come ha anche ricordato poco fa il Signor Sindaco - da vaste e inquietanti problematiche che pongono in crisi i fondamenti stessi del suo essere e del suo agire. Molti, oggi, ricercano con sincerità le ragioni della trascendenza, anelano a dare un senso più profondo alla loro esistenza, per non cadere in una prospettiva puramente terrestre e chiusa ai valori del soprannaturale. Occorre dar loro la possibilità di incontrare la risposta che vanno ansiosamente cercando.
4. Mi è nota la cura che, come Comunità ecclesiale, ponete nel comprendere le ragioni del cuore dell’uomo moderno e so bene che con grande apertura di spirito vi state impegnando nel servizio dei fratelli. Vi incoraggio in tale impresa che fa di voi, figli di questa antica ed illustre Chiesa, autentici apostoli della nuova evangelizzazione. Desidero con la mia presenza sostenere la vostra opera e quella delle Chiese della vostra Regione, infondere in tutti fiducia nell’intenso programma pastorale, generosamente aperto alla testimonianza della carità cristiana e sempre ispirato alla fraternità e all’unità degli uomini in Cristo. Aquileia con la sua storia e la forza delle sue tradizioni cristiane attesta costantemente che è possibile l’intesa fraterna tra i popoli. Si tratta di un’intesa e di una collaborazione che gli eventi attuali fanno sentire ancor più necessaria, particolarmente in questa vostra Regione, posta come cerniera tra l’Est e l’Ovest della parte meridionale del Continente europeo. Aquileia fin dalla sua nascita fu punto d’incontro di popoli, crocevia di Nazioni che insieme seppero convivere e crescere in modo armonioso. C’è tanto bisogno, ai nostri giorni, di rinsaldare quest’antica unità spirituale! Occorre approfondire le ragioni e studiare i modi per incontrarsi e condividere i comuni ideali, per lavorare insieme e costruire un ordine umano e civile improntato al rispetto vero di ogni persona e alla autentica solidarietà.
La fede cristiana può ben contribuire alla concretezza di un tale programma, che interessa l’armonioso e integrale sviluppo dell’uomo e della società in cui egli vive. Questo è il mio auspicio, carissimi Amici, questa è la preghiera che rivolgo a Dio per tutti voi, abitanti della Regione Friuli-Venezia Giulia. Voglia il Signore accordare alle vostre città, paesi e contrade il dono dell’intesa fra popoli di origini e di lingue diverse, ma che insieme qui convivono da secoli. Queste popolazioni, anzi, dalla irradiazione missionaria della vostra Città ottennero il dono della fede e maturarono nella coscienza cristiana. La Chiesa di Aquileia, infatti, fondata sulla testimonianza dei martiri, malgrado le tremende distruzioni del quarto e quinto secolo per le invasioni barbariche, ha sempre avuto la forza di risorgere e di crescere.
Cari Amici! Auspico che pari coraggio e costanza animino il vostro cammino e vi accompagnino nel costruire una società aperta agli immutabili valori del Vangelo. Città di Aquileia, terra di martiri e di santi, patria di San Valeriano, San Cromazio e del Patriarca San Paolino, non dimenticare le tue illustri tradizioni spirituali; cammina nel solco della fedeltà a Cristo nostro Salvatore e guarda fiduciosa verso l’avvenire! Ti sostenga in questo tuo impegno Maria, “Mater Dei”, a cui è dedicata la tua Basilica, prima chiesa intitolata alla “Madre di Dio”. Brilli ai tuoi occhi la verità di Cristo, figlio della Vergine Santa, propugnata e strenuamente difesa proprio qui ad Aquileia. Gesù, Redentore dell’uomo, ti aiuterà a riscoprire le radici evangeliche della tua esistenza.
Popolazione di Aquileia, e voi tutte, genti di questa amata terra del Friuli-Venezia Giulia, “aprite le porte a Cristo”!
Il Papa vi custodisce nel cuore e con grande affetto vi benedice!