GORIZIA - Gli interventi dell'Arcivescovo Dino De Antoni

Solennità dei Ss. Ilario Vescovo e Taziano Diacono - Gorizia, Chiesa Metropolitana, 16 marzo 2006
giovedì 16 marzo 2006
- “Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi”( 2 Cor 4,7).
Con queste parole vogliamo celebrare la Solennità dei SS.Ilario e Taziano principali Patroni della città di Gorizia, lasciandoci illuminare dalle parole dell’autore, Paolo.
Proviamo ad immaginare lo stato d’animo dell’apostolo nel momento in cui ha scritto queste parole.
Egli veniva criticato dei segni di debolezza del suo ministero. Era stato in visita a Corinto, ma i contrasti erano stati così forti, che aveva preferito ripartire. Tanto che alcune persone avevano avuto l’impressione che se ne era andato, per non essere stato capace di affrontare i problemi, di non aver risolto la situazione ‘in loco’; per loro se ne era andato via, prendendo per così dire l’uscita di sicurezza. Poi a distanza aveva scritto una “lettera” fra le lacrime.
Ad essi Paolo era sembrato un indeciso, uno che non sapeva gestire la situazione, mancante di coraggio, incapace di portare a compimento con coerenza ciò che aveva programmato. Se rivendicava a sé il titolo di apostolo, doveva quanto meno avere l’autorità di prendere in mano la situazione, manifestare il valore, la dignità, l’autorità apostolica!
Mostrasse le qualità di Colui che lo aveva mandato!
E siccome Dio è grande e potente e glorioso, fosse egli pure grande, potente, glorioso ! Così i suoi contraddittori!
A ben riflettere, negli avversari dell’apostolo era presente l’ideologia che veste personalità carismatiche, affascinanti, emozionanti nel parlare.
Per l’apostolo non è questo il modo di testimoniare il Signore. La grazia di Dio convive con la nostra fragilità. Siamo a immagine e somiglianza di Dio, ma continuamente esposti alle debolezze umane e al male, perciò dice: “Abbiamo questo tesoro in vasi di creta”
, l’immagine è efficace e densamente ricca di significati.
Siamo argilla, plasmata dalla mano del Vasaio (cfr Gn 2; Is 64,7; Ger 8,1-11). La nostra fragilità è sostanziale.
Il riflesso di Dio che si comunica nell’apostolato non può essere prodotto dalle qualità umane, dall’abilità o dal carisma dell’apostolo. Dio stesso ha scelto di affidare se stesso a chi è segnato da una fragilità strutturale (l’essere umano) e da una storia di fragilità personale (il peccato) con un amore che rischia il Calvario. Il fatto prodigioso che questo vaso sia di creta, è la storia della salvezza.
Nel vaso d’argilla dunque sta l’annuncio propriamente cristiano dell’Incarnazione : la pienezza di Dio sulla debolezza umana.
- Il tema della fragilità porta poi a delineare elenchi di difficoltà : “siamo infatti tribolati…, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi” (2 Cor 4,8-9).
Sono le difficoltà che Ilario e Taziano hanno affrontato per vivere in se stessi la vita di Gesù. È la legge della croce, ma nel contempo della vita; è la sofferenza dell’evangelizzazione, perché Cristo sia generato in tutti, perché non si è mai visto un parto in cui una persona soffre e gli altri generano. È l’esperienza della paternità e maternità : morire a se stessi, perché il sacrificio compiuto ha valore per la vita dei figli. Le sofferenze del ministero – dice Paolo – continuano a plasmare quel vaso che siamo noi.
È possibile dunque vivere ogni condizione di ministero con grande spirito di fiducia, riconoscendo le difficoltà presenti e reali senza demoralizzarsi, ma, al contrario, essendo consapevoli che in queste sofferte fatiche c’è un germe di grazia, di vita e di risurrezione.
La prova appartiene al mandato apostolico e lo feconda.
- Di fronte a una tale visione della vita apostolica, mi pare si apra per noi, fratelli e sorelle, un orizzonte di grande libertà, profondamente evangelico : tutto è per la comunità, anche se la comunità non è tutto. Non dobbiamo pertanto dimenticare che essere latori del Vangelo, a volte, condurrà a fare esperienza di morte (Ilario e Taziano sono lì a confermarlo), ma la forza e la bellezza stanno insieme alla debolezza e alla povertà.
Non saremo noi abbastanza forti, per non dirci deboli, ma non saremo mai così deboli da perderci nello scoraggiamento. È il mistero del tesoro in un vaso di creta.
Le nostre faticose fragilità sono un ambone da cui il Signore può annunciare il suo Vangelo.
- È bello ricordare ciò nella Solennità odierna, a dei cristiani ai quali Cristo ha affidato il compito di continuare la sua opera di salvezza. Certamente è il mondo l’orizzonte al quale rivolgersi, ma il mondo al quale portare l’annuncio cristiano inizia là dove siamo chiamati a vivere. È quanto ci chiede il documento Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo, che intende prepararci per il Convegno ecclesiale di ottobre 2006 a Verona.
Scopo del IV° Convegno ecclesiale nazionale è quello di aiutare i fedeli ad essere testimoni di Gesù Risorto, cominciando con il “narrare l’incontro con Lui, facendo sorgere il desiderio di Lui in chi vede e ascolta e sua volta decide di farsi discepolo” (Traccia di riflessione, n° 10).
La testimonianza deve infatti narrare il contenuto della speranza cristiana, ma, nel contempo deve indicare anche il cammino che porta a riconquistarla.
E l’esercizio della testimonianza contempla anche un’area dell’esperienza personale e sociale che ha una valenza antropologica che interpella ogni cristiano e ogni comunità.
Nella festa della città è opportuno che ricordiamo che un ambito di riferimento della vita dell’uomo è quello della cittadinanza, in cui si esprime la dimensione dell’appartenenza sociale e civile degli uomini.
Un cristiano non può dimenticare che è radicato in una storia civile, dotata delle sue tradizioni e dei suoi personaggi, e insieme il suo significato universale di civiltà politica.
Siamo al contempo al centro di processi di globalizzazione in cui la cittadinanza si trova ad essere insieme locale e mondiale.
Pur considerandoci, aiutati dalle statistiche ufficiali, in una oasi di relativa tranquillità (Gorizia tra le prime città vivibili d’Italia), i grandi problemi della cittadinanza mondiale non ci sono estranei..
Siamo coinvolti negli emergenti problemi della fame e della povertà, della giustizia economica internazionale, della emigrazione, della pace e dell’ambiente.
I cristiani non possono non chiedersi : che cosa apporta la speranza cristiana all’impegno di cittadinanza?
Sanno che l’impegno civile, nel rispetto della sua specificità sociale e politica, può essere un modo della testimonianza cristiana.
Devono cercare di evitare che l’interesse per le grandi questioni della cittadinanza del nostro tempo si riduca a una questione di schieramento ideologico, stimolando invece forme di impegno significativo.
Un cristiano sa di trovare nella Dottrina sociale della Chiesa un riferimento fecondo al suo agire, non preferendo o premettendo la sua opinione alla Dottrina, il suo vedere parziale a quello condiviso dalla Comunità.
Carissimi fratelli e sorelle, l’apostolo Pietro nella sua prima lettera, richiamata dai vescovi nel percorso verso Verona, ci esorta ad essere testimonidi Gesù Risorto con “dolcezza”, “rispetto” e “retta coscienza”. E ci invita ad un atteggiamento umile nei confronti della verità, da cui nasce anche attenzione verso gli altri e verso le condizioni della loro esistenza, così che la testimonianza non sia mai fonte di divisione o di contrasto, ma sempre di edificazione vicendevole.
Non so se siamo riusciti sempre a mettere in pratica l’esortazione dell’apostolo, vorremmo però farlo per essere testimoni di Gesù Cristo, speranza del mondo in “questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena” (Paolo VI, Testamento) che è la nostra vita.
Amen
† Dino De Antoni
Arcivescovo Metropolita di Gorizia

Avere lo sguardo di Cristo camminando dietro a Lui - Gorizia, Chiesa Metropolitana, 1 Marzo 2006
mercoledì 1 marzo 2006
Carissimi,
- è bello pensare alla Quaresima, che iniziamo questa sera con il rito delle Ceneri, come a un "tempo privilegiato del pellegrinaggio interiore che è la fonte della misericordia" (Benedetto XVI). Sarà bello viverla come chiamata e invito ad uscire dalla nostra terra, come Abramo; a percorrere il deserto della vita, verso la Pasqua, come Mosè; ma soprattutto a percorrere i quaranta giorni nella scia di Cristo, pellegrino in mezzo a noi, per redimerci dal peccato e dalla morte.
Questo tempo infatti ci è offerto per prepararci con gioia, purificati nello spirito, alla celebrazione della Pasqua. È un tempo di rinnovamento spirituale, per convertirci a Dio con tutto il cuore,e per liberarci dai fermenti del peccato; è invito a glorificare il Signore con le opere della penitenza quaresimale, perché la vittoria sul nostro egoismo ci renda disponibili alla necessità dei poveri, a imitazione di Cristo, nostro Salvatore.
- Nel nostro pellegrinaggio ci accompagnerà, attraverso il deserto della nostra povertà, la Parola di Dio, per sostenerci nel cammino verso la gioia intensa della Pasqua.
Saremo invitati nelle domeniche a ripercorrere le grandi tappe della storia della salvezza, attraverso necessarie alleanze che Dio ha stabilito con gli uomini: l’alleanza con Noè dopo il diluvio, riguardante l’uomo e ogni essere vivente; l’alleanza con Abramo dopo l’offerta del figlio Isacco in sacrificio, con la promessa di una numerosa discendenza; l’alleanza ai piedi del Sinai con il dono della legge attraverso Mosè; le vicende di infedeltà del popolo e la paziente opera di recupero e di riconciliazione da parte di Dio (esilio babilonese e ritorno a Gerusalemme); e infine l’annuncio profetico (Ger 31) di un’alleanza nuova ed eterna con una legge scritta nel cuore dell’uomo.
Un percorso biblico dunque che ci interpellerà per chiederci qual è la consapevolezza di noi cristiani di questo disegno di alleanza e di salvezza da parte di Dio.
Con le letture del Vangelo e dell’apostolo saremo accompagnati ogni domenica nel nostro itinerario verso la Pasqua, attraverso il brano delle tentazioni, della trasfigurazione, dell’annuncio della risurrezione e della misericordia di Dio, fino a prendere coscienza che la fecondità della vita passa attraverso la morte, evocata dal chicco di grano, e dall’"ora" di Gesù ormai vicina.
Quaresima sulle orme di Gesù!
- Quaresima, tempo per educarci al pensiero di Cristo, imparare a pensare con Lui, ad avere i suoi sentimenti per diventare capaci di comunicare anche agli altri il suo pensiero e i suoi sentimenti.
Ma qual è il pensiero di Cristo, quali i suoi sentimenti ? La pagina del Vangelo di Matteo ce li ha suggeriti, invitandoci a riporre la nostra vita, le nostre azioni nelle mani di Dio, che vede nel segreto.
E Gioele ci ha ricordato che il Signore ascolta il grido del suo popolo, a patto che noi non esprimiamo il nostro desiderio di ricerca di lui solo lacerando le vesti e assumendo atteggiamenti esterni di penitenza, ma sentendo il bisogno di digiunare, piangere e pregare, sia a livello strettamente individuale che nell’ambito della comunità.
Questo può avvenire nella misura in cui prendiamo atto della miseria, della solitudine, della violenza e della fame, che colpiscono senza distinzione anziani, adulti e bambini.
Su questa realtà che ci è vicina dovremmo avere lo stesso sguardo di Gesù, "che vedendo le folle, ne sentì compassione" (9,36).
Avere lo sguardo di Gesù !
Ma me lo sono ricordato nel Baby-Hospital di Betlemme, dove un’ottantina di piccoli palestinesi, in maggioranza islamici, sono curati dalle suore Elisabettine di Padova e nell’istituto "Effetà" del paese natale di Gesù, che cura la rieducazione audiofonetica di bambini sordi palestinesi, diretta dalle suore Dorotee di Vicenza.
Celebrare una quaresima non può ridursi a lacerare le vesti, ma il cuore e a ritornare al Signore, non chiudendo gli occhi davanti alle terribili sfide della povertà di tanta parte dell’umanità.
Avere lo sguardo di Cristo significa digiunare, fare elemosina, pregare per conformarsi a quello sguardo.
Il Patriarca Sabbah, Patriarca latino di Gerusalemme, ci ricordava la povertà dei cristiani di Cisgiordania, vissuta dignitosamente, anche se attratta dalla sirena di abbandonare la Terra Santa.
Celebrare la quaresima diventa allora attenzione ai bisogni di uomini e donne che ci chiedono di promuovere lo sviluppo degli ospedali, delle università, delle scuole professionali, delle microimprese.
Con la stessa compassione di Gesù per le folle, sentiamo anche nostro il compito di essere attenti alle necessità di quanti sono vicini e di quelli lontani geograficamente da noi.
Certo non si tratta di ridurre il cristianesimo quasi a una scienza del buon vivere nostro e degli altri; né di sostituire il credere col fare.
L’invito alla conversione di Cristo ci chiede di digiunare coinvolgendo tutto l’uomo, anima e corpo; di digiunare dai cibi, ma anche dai peccati; di rivolgerci a Dio per mezzo della preghiera e verso il prossimo per mezzo della carità fraterna.
Questa società dominata dal "benessere" che non è sempre un "essere bene", rischia di fiaccarci tutti; bisogna reagire recuperando la capacità di rinuncia e di sacrificio che è la nota dominante della vita di ogni serio cristiano.
Con lo sguardo fisso al Cristo e alle folle, intraprendiamo il cammino quaresimale, gli occhi fissi sulla croce che si erge in fondo alla strada, per accoglierci, ma anche per invitarci poche decine di metri più in là dove, a Pasqua, troveremo il sepolcro vuoto e sentiremo che Cristo è Risorto.
Ci accompagni in questo nostro cammino quaresimale la Vergine Maria, con la stessa premura materna con la quale ha accompagnato Cristo nel suo cammino verso la croce e la gioia della Risurrezione.
Buona Quaresima!
† Dino De Antoni
Arcivescovo Metropolita di Gorizia
Festa della Presentazione del Signore al Tempio - Gorizia, Chiesa S. Giuseppe Artigiano, 2 febbraio 2006
giovedì 2 febbraio 2006
Carissimi Religiosi e Religiose,
fratelli e sorelle.
- Anche noi “mossi dallo Spirito Santo” siamo convenuti oggi qui per celebrare insieme la Festa della Presentazione del Signore, come spinto dallo Spirito fu l’uomo giusto e timorato di Dio, Simeone.
Egli ci viene incontro con la veneranda profetessa Anna, che aveva vissuto tutta la sua esistenza in attesa del Signore. Insieme ci vengono proposti come figure chiamate a offrire la loro testimonianza di vita nella casa del Signore, anticipando quell’impegno di vita donata al Signore nella consacrazione, che è la vostra.
Anna, dei due, è la più emblematica, perché non parla, ma vive la sua esistenza senza allontanarsi mai dal tempio, “servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere” (Lc 2,37).
È bello pensare che rimaneva nella dimora del Signore, digiunando e pregando.
E mi piace ricordare che la vita consacrata, nella storia della Chiesa, ha avuto come originaria destinazione quella di essere al servizio della vita ecclesiale, per ricordare che a Dio spetta il primo posto e che a ciascuno è data la gioia di stringere tra le braccia il Figlio di Dio.
Un esperienzaumana, intensissima di compimento che si realizza pienamente nell’incontro orante con il Signore.
Ciò che infatti è concesso al vecchio Simeone, capita anche a noi. Anche a noi è accordata la consolazione di Israele, di poter cantare il nostro cantico di fedeltà, nella misura in cui la nostra vita si svolge nella dimensione dell’orazione.
- Ma lasciate che il Pastore vi chieda: è proprio questa l’esperienza che facciamo nelle nostre comunità e nelle nostre Case?
In giorni inquieti come i nostri, presi da mille attività, non c’è il rischio che l’ambiguità si faccia strada nei nostri cuori e tra di noi,e che la vita comunitaria, perla preziosa della vita consacrata, non ci sia di impedimento al custodire, sorreggere e alimentare un rapporto personale col Signore?
Potrebbe sembrare domanda scorretta, ove si pensi che la vita di ogni comunità è scandita dalla preghiera comune e quotidiana.
Ma pur convinto che la preghiera comune, legata ai ritmi comunitari, trova fedele risposta nella vita di ciascuno di voi, potremmo chiederci quale posto ha la preghiera personale, quella che non usa formule, quella che potremo definire preghiera contemplativa? Qualeospitalità riceve nella vostra vita?
Guardando al Vangelo, notiamo che i discepoli di Gesù non Gli hanno chiesto di insegnare loro delle formule (avevano i Salmi che conoscevano a memoria e recitavano in Sinagoga), ma di insegnare loro a pregare.
E pregare significa percorrere un cammino che presuppone un iniziazione, perché l’arte del pregare è difficile.
Pregare in primo luogo è un fatto personale, essendo principalmente un rapporto con Dio. Pregare non è primariamente dire preghiere. Anzi è opportuno ricordarci che un rischio della preghiera è quello di affidarsi alle parole, anzi all’abbondanza di parole; e non è questo l’unico pericolo.
La minaccia più vera è la sottile tentazione di parlare non alla Presenza del Signore, ma davanti a una sorta di platea. C’è una teatralità della preghiera che non sta nell’enfasi delle parole, ma proprio in questa ricerca di uditorio che dia ad essa risonanza e plausibilità.
E ciò può capitare quando diciamo che non sappiamo pregare da soli. Ma la preghiera, anche personale e privata, può essere ipocrita se ci si mette al proprio cospetto, in una sorta di platea interiore, che paralizza la preghiera stessa.
Che la platea cercata siano gli occhi degli altri o il nostro occhio, sempre una teatralità cerchiamo.
Gesù ci dice invece di pregare sotto lo sguardo che dà validità alla preghiera, quello del Padre: “Quando pregate,non siate simili agliipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze,per essere visti dagli uomini. Inveritàvidico :hannogiàricevutolaloro ricompensa. Tu invece,quando preghi,entra nella tua camera e, chiusa la porta,prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo,che vede nel segreto,ti ricompenserà” (Mt 6, 5-6).
È chiaro quello che Gesù domanda, è la condizione previa di verità della preghiera : bisogna rinunciare ad una platea, ad avere degli spettatori, magari immaginari, delle proprie opere di pietà.
Certamente le parole di Gesù non intendono pronunciarsi sulla possibilità di una vita contemplativa, dove il primo servizio della comunità è la preghiera, mal’invito a “chiudere la porta ”simboleggia appunto la necessità di fuggire la platea, anche quella di sé stessi, che a volte potrebbe essere la più difficile da vincere.
Non si tratta di negare valore alla preghiera in comune a vantaggio di quella individuale. Anche quella in comune è esaltata dal Vangelo: “Se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,19-20)
Ma il Vangelo ci dice che la verità del metodo non è ancora la verità del pregare, che diventa tale quando è personalizzato e autentico rapporto col Padre. La verità del pregare ènel diventare credenti quando si prega, nel diventare la nostra preghiera.
Solo per questa via si sfugge la deformazione ipocrita della preghiera.
- Una seconda qualità della preghiera personale, secondo l’insegnamento di Gesù, è la brevità , non tanto in termini di tempo. I pagani erano convinti di strappare quanto richiesto stancando gli dei (═ fatigare deos), ma Gesù domanda di non sprecare parole, ma di “stare” alla presenza del Signore stesso.
Egli sapeva che c’è un grande rischio, quello di confondere il “pregare” con il “dire le preghiere”, pur restando vero che dire le preghiere può certamente educare ed aprire il cuore alla preghiera.
Pregare è riconoscere l’ineffabilepaternità di Dio rivelata in Gesù, è prendere coscienza che ci si rivolge a un Dio vicino, potente, misericordioso, clemente, che ha dato ai Suoi figli prova della propria bontàcon innumerevoli benefici.
Infine abbiamo bisogno della preghiera personale per diventare disponibili al perdono.
Qui voi capite bene che spesso corriamo il rischio di “giocare” la nostra preghiera.
Se la preghiera infatti non mi porta a perdonare, piombo nella falsità, perché dimentico di essere io stesso peccatore, bisognoso del perdono.
Possiamo allora formulare così una nuova domanda: Se non sono disponibile a perdonare chi mi ha offeso, prego genuinamente?
Un’ultima caratteristica di quella preghiera personale, che oggi nella comunità cristiana è poco praticata, è quella della perseveranza , che si traduce nella tenacia della vedova che chiede giustizia, nell’indiscrezione dell’amico importuno. Essa tende a espugnare il cuore di Dio, meglio, a espugnare il Suo silenzio.
Tutto ciò ovviamente chiede il silenzio, cioè la pacificazione di tutti i nostri cicalecci, riduzione delle paure, degli egoismi e delle vanità che li provoca, per aprirsi positivamente alla presenza dell’Indicibile.
È possibile che dei cristiani, e a maggior ragione dei consacrati, siano talmente alienati da aver abitualmente bisogno di parlare, di udire parole, di sentire rumori e farne, che il silenzio – anche nei giorni di ritiro e di esercizi – causi loro una tensione nervosa?
Le molte cose da fare in una simile condizione non sono nient’altro che attivismo disordinato che non permettono la preghiera.
Preghiera e silenzio si identificano. Quando questo non si realizza, bisogna domandarsi se non ci sia in corso, dentro di noi, una fuga da noi stessi e da ciò che veramente dovremmo essere.
In questa festa in cui Maria e Giuseppe portano il Bambino nelle mani di Simeone, uomo giusto e timorato, e in quelle di Anna, invitiamo la Madre del Signore a restare insieme a noi nella preghiera, sopra di noi posi il suo sguardo, ai nostri orecchi ci parli dell’Amore di Dio, dentro di noi ci renda capaci di accogliere e stringere il Figlio di Dio.
Amen
† Dino De Antoni
Arcivescovo Metropolita di Gorizia
Solennità dell’Epifania di Nostro Signore Gesù Cristo - Gorizia, Chiesa Metropolitana, 6 gennaio 2006
venerdì 6 gennaio 2006
Carissimi tutti!
- Siamo venuti insieme oggi qui, perché una stella ha brillato per noi: la stella della fede in Gesù Cristo, che ci unisce e ci ha mostrato il cammino per incontrarlo.
Possiamo ripetere come i Magi: "Siamo venuti per adorarlo" (Mt 2,2) e con loro vogliamo ancora una volta riconoscere in Gesù Cristo, figlio della Vergine Maria, il Messia promesso. Infatti i Magi sono pellegrini come è un pellegrinaggio la vita di tutti, un cammino alla ricerca della verità, della giustizia, dell’amore alla luce della stella.
Dobbiamo cercare questa stella, dobbiamo seguirla. E noi sappiamo che la meta risolutiva si può trovare soltanto mediante l’incontro con Cristo, un incontro che non si realizza senza fede.
Dobbiamo realizzare questo incontro con il volto di Dio svelato nel bambino del Presepio, personalmente , ma anche comunitariamente.
Ma perché i Magi avevano affrontato il lungo viaggio fino a Gerusalemme, sopportando fatiche e privazioni, senza cedere allo scoraggiamento e alla tentazione di ritornare sui loro passi? Perché una domanda ardeva nel loro cuore. Essi cercavano la risposta a un interrogativo: "Dove è il Re dei Giudei che è nato?" (Mt 2,2).
È una domanda che spinge anche noi oggi e che possiamo tradurre con altre parole:
"Dov’è Colui che può offrirmi la risposta appagante per le attese del cuore?"
"Dove trovare qualcuno che offra criteri per la mia vita, al fine di renderla piena e di rendermi collaboratore responsabile dell’edificazione del presente e del futuro?".
Alla loro domanda i Magi ebbero una precisa risposta: "A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta" (Mt 2,5).
E a Betlemme di Giudea, trovarono un bambino con Maria sua Madre. Possiamo immaginare lo stupore dei Magi davanti al Bambino in fasce! È lo stupore di quanti si pongono alla ricerca di Dio e lo immaginano potente, glorioso, tremendo.
E invece, è un bambino che solo la fede permette di riconoscere come Dio nei tratti del neonato del Presepe. È lui il Re dell’universo, il Dio verso il quale siamo tutti orientati, Colui che ha colmato il fossato esistente tra il finito e l’infinito, tra il visibile e l’invisibile, tra l’Eterno e ciò che è mortale.
È bello sapere che la felicità che l’uomo cerca, che ha il diritto di gustare, ha un nome e un volto: Gesù di Nazareth!
La felicità che tutti cercano, che taluni provano a ridurre in ricette e ingredienti, è il figlio di Maria, perché la felicità è la gioia che viene dalla verità e dal godimento di Dio. E Gesù è la via, la verità e la vita.
- I Magi affermano davanti agli scribi e ad Erode che sono venuti per adorare il Re dei giudei.
Essi diventano così per noi un modello di ogni persona che cerca ed ha bisogno di qualcuno o qualcosa che serva da guida anche nel buio, per giungere alla meta. Il loro viaggio diventa così il viaggio della vita di ognuno di noi, perché mosso dalla forza di una speranza. Il senso dell’esistenza è rispondere infatti a quel desiderio del cuore di trovare veramente il re, non solo dei giudei, ma il Re del mondo. E allora noi dobbiamo fare come i Magi lasciare tutto e metterci in cammino. Quel viaggio è scritto nel nostro destino, il viaggio che porta a Gesù è un bisogno del cuore.
Giunti a Betlemme, i Magi, "entrati nella casa" - come ha detto il Vangelo - "videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono" (Mt 2,11).
"Entrati nella casa": questa casa rappresenta in un certo modo la Chiesa. Per incontrare il Salvatore bisogna entrare nella casa che è la Chiesa, che è la parrocchia, - chiesa tra le case vicine -, dove ogni famiglia si arricchisce e trova il suo equilibrio nella trama stabile dei rapporti che la comunità propone. Nella casa troveremo Gesù: in parrocchia troviamo Lui. Spesso constatiamo che senza la dimora della comunità, la famiglia per sé sola non ce la fa a mostrare il Bambino o, se lo presenta, corre il rischio di fermarsi ad aspetti liquorosi della figura di Cristo.
È nella Chiesa che si riconosce la presenza di Cristo ed è per mezzo di essa e in essa che Gesù continua a rendersi visibile oggi e a farsi incontrare dagli uomini.
- I Magi poi "fecero ritorno". Infatti non ci si può fermare alla capanna di Betlemme. Dopo essersi prostrati, cioè dopo essersi sottomessi, (che significa riconoscere Dio come nostra vera misura, la cui norma accettiamo di seguire), se vogliamo cogliere in profondità il senso di ciò che è accaduto, dobbiamo ritornare. Cioè portare altri verso di Lui.
Il bambino, che sorride nel presepio, è venuto per realizzare il progetto del Padre, cioè portare un lieto annuncio che cambia la vita di tutti quelli che l’accoglieranno.
Restare al presepio può rappresentare un comodo espediente per non andare oltre una generica dolcezza, una consolazione e una poesia che non vanno oltre i giorni del Natale.
Con i Magi e i pastori abbiamo incontrato Dio che si è fatto uomo. Ma fermarsi lì vorrebbe dire perdere ciò che conta veramente: incontrare il Salvatore oggi, accogliere la sua Parola, ricevere la sua grazia nei Sacramenti, riconoscerlo nei poveri che incontriamo.
"Per un’altra via" ritornarono alle loro case, portando nel cuore una grande gioia. Quando si è felici, non si può tenere la gioia per sé. Bisogna trasmetterla. Per questo partono i missionari per i paesi dove Gesù non è ancora conosciuto, per questo alcuni abbracciano la strada del servizio ai fratelli, per questo altri vivono la loro vita solo per Lui nella contemplazione e nell’adorazione.
Per questo come i Magi dobbiamo cercare, trovare, adorare e infine ritornare alla quotidianità che è il campo dove vivere la gioia dell’incontro col Signore.
Facendo così ci accorgeremo ben presto che è molto bello raccontare chi abbiamo incontrato e come Egli ha cambiato la nostra vita.
Ma Cristo ha cambiato veramente la nostra vita? Osereste dire che le nostre celebrazioni eucaristiche o le nostre riunioni di associazione, o gli incontri di catechismo ci fanno sperimentare la gioia di aver incontrato il Signore?
Lasciatemi immaginare che i Magi, tornati ai loro paesi, abbiano cominciato a raccontare il viaggio, gli incontri, i disagi, ma soprattutto il fatto di aver trovato qualcuno che finalmente saziava la loro sete di felicità, che ciascuno porta nel cuore.
Finalmente avevano trovato risposta alla loro ricerca di felicità, che in loro era nata dalla capacità di desiderare.
Ma voi tornando a casa, quest’oggi, raccontando la vostra vita ai figli, al marito, alla moglie, agli amici sareste capaci di dire come l’incontro con Cristo ha reso più piena e compiuta la vostra vita?
Pensate ai poveri che avete incontrato, al prete che vi ha consolato, ai catechisti che vi hanno formato, alla comunità in cui vi trovate, all’associazione o al gruppo scout che vi ha accolto, provate a raccontare come vi hanno aiutato ad incontrare il Signore? Come sono stati per voi stella che vi ha condotto a Gesù.
Solo così l’essere venuti qui stamattina sarà avere percorso non invano il nostro viaggio coi Magi.
Amen
† Dino De Antoni
Arcivescovo Metropolita
Solennità della Maternità di Maria SS.ma e XXXIX Giornata Mondiale per la Pace - Gorizia, Chiesa Metropolitana, 1 gennaio 2006
domenica 1 gennaio 2006
Fratelli e sorelle carissime, predragi bratje in sestre
- In questo primo giorno dell’anno, oltre ad onorare Maria SS. Madre di Dio, siamo invitatia celebrare la Giornata Mondiale della Pace.
Cominciamo così sotto il manto di Maria questo nuovo anno che ci auguriamo di percorrere con la benedizione del Signore.
Nel brano del Vangelo appena proclamato, l’evangelista Luca ci ha riproposto la scena dei pastori e il presepio, dove Maria ha partorito il Figlio di Dio. Quel luogo di fortuna, riservato agli animali e riparo dalle intemperie, pone il bimbo di Betlemme al centro del cosmo, attraverso anche le creature non umane.
Quella mangiatoia, divenuta culla,anticipa la verità delle parole che quel Bambino, divenuto adulto, dirà, quando confesserà di non aver dove posare il capo e di essere povero come le volpi e gli uccelli che pure hanno tane e nidi.
Iniziare l’anno, alla scuola di Maria, diventa occasione per noi per ricordarci che dobbiamo serbare nel cuore, tutti gli eventi, conservando tutte le parole.
Conservare le cose, sottraendole all’oblio, facendole vivere ancora per noi. Questo ha fatto la giovane fanciulla, Vergine – Madre, consegnando all’Evangelista Luca e a noi tutti questi avvenimenti, per lasciarci inserire in qualcosa più grande di ciò che era visibile.
Lei sola poteva darci il senso profondo di ciò che stava accadendo, perché non è ovvio capire ciò che è accaduto in quel luogo: la gloria di Dio e la piccolezza del Bambino, il canto degli angeli e la stalla.
Maria meditava, tenendo insieme cose apparentemente contraddittorie : il cielo e la terra, il volto di un Bimbo e quello di Dio.
Quale lezione per ogni credente! Maria custodiva (v. 29), Maria meditava (v. 19), Maria conservava con cuore e continuità (v. 51).
Quale migliore inizio d’anno di questo aver davanti come modello Maria. Colei che custodisce Gesù nel suo grembo e Lo conserva e Lo riguarda. Cercando di comprendere, ci invita a scoprire Dio nell’ordinarietà della vita in questo anno appena iniziato.
RiconoscendoLo presente negli avvenimenti normali, tra le persone come noi, nelle cose comuni.
Apriamo allora nel nostro cuore spazi di interiorità come Lei, per confrontare e comprendere.
- Ma accanto alla Madre di Dio, siamo invitati a parlare del dono della pace.
Il messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per questa 39ª giornata Mondiale della Pace, vuole invitarci a riflettere sul tema: Nella Verità la pace .
Egli si rifà alle parole della Costituzione Conciliare Gaudium et Spes (n. 77), dove viene affermato che l’umanità non riuscirà ad edificare un mondo più umano per tutti, se “non si volgeranno con animo rinnovato alla verità della pace” (ivi).
Il messaggio ricorda che la pace possiede una sua intrinseca ed invincibile verità, corrispondendo ad un anelito e ad una speranza che vivono indistruttibili nel cuore degli uomini.
La pace è vera perché risponde al desiderio iscritto dal Creatore nel cuore di ogni uomo, nel quale Dio ha posto esigenze profonde. Quando queste non vengono rispettate, e si tratta dei diritti inalienabili della persona, la pace non c’è, perché non si ha alcun rispetto per la verità delle cose.
Ancora la pace domanda tranquillità dell’ordine, per il pieno dispiegamento della verità dell’uomo.
La sete che l’uomo ha della verità, come premessa dell’essere,si traduce in un desiderio di pace, di non – disordine, di pace vera o della verità della pace.
La pace vera – dice ancora il Papa – è anche pacifica.
Essa riconcilia, fa uscire dal proprio isolamento.
La verità illumina, fa intravedere la strada delle autentiche relazioni umane, permette di correggere gli errori, di riconciliarsi con se stessi e con gli altri, di essere trasparenti nelle contrattazioni e fedeli alla parola data.
Il messaggio del Pontefice ci ricorda che ci sono persone e situazioni che possono impedire la realizzazione della pace. In primo luogo “il padre della menzogna”, poi il terrorismo, il nichilismo e il fondamentalismo fanatico, i conflitti fratricidi e le guerre devastanti, l’aumento preoccupante delle spese militari e il sempre prospero commercio delle armi.
Non mancano promettenti segnali nel cammino della costruzione della pace : calo numerico di conflitti armati, tensione ridotta nella Terra di Gesù e in alcune regioni dell’Africa e dell’Asia, l’impegno delle organizzazioni internazionali. Sono segnali che hanno bisogno di un maggior impegno da parte di tutti e che devono vedere i cristiani in prima linea.
A trarne vantaggio saranno i Paesi poveri, che reclamano giustamente, dopo tante promesse, l’attuazione concreta del diritto allo sviluppo.
Le parole del Papa, rivolte a tutti gli uomini di buona volontà, sono però dirette particolarmente ai credenti in Cristo.
“Ascoltando il Vangelo, cari fratelli e sorelle, - dice il Pontefice – impariamo a fondare la pace nella verità di un’esistenza quotidiana ispirata al comandamento dell’amore” (n° 16).
Volgiamo con fiducia e filiale abbandono lo sguardo verso Maria, la Madre del Principe della Pace.
È l’augurio che io faccio a tutti voi, fratelli e sorelle della Diocesi. Z ZauPanjem in Sinovsko Vdánostjo obrnimo svoj Pogled K Mariji, Ki Je Mati Kneza Miru’.
Le chiediamo di aiutare all’inizio di questo nuovo anno l’intero Popolo di Dio ad essere in ogni situazione operatore di pace, lasciandosi illuminare dalla Verità che rende liberi (cfr. Gv 8,32).
Na Zaèetku Novega Leta Je Prosímo, Naj Pomaga Vsemu Božjemu Ljudstvu, Da Bo V Vseh O Kólišcinah Delalo Za Mir, Da Se Bo Prepustilo Resnici, Ki Ga Bo Osvobodila (prim, Jn 8,32).
Per Sua intercessione possa l’umanità crescere nell’apprezzamento di questo fondamentale bene ed impegnarsi a consolidarne la presenza nel mondo per consegnare un avvenire più sereno e più sicuro alle generazioni che verranno.
Amen
† Dino De Antoni
Arcivescovo Metropolita di Gorizia
AI GIOVANI
"Dall’uomo nuovo, nuove parole: Voi siete il sale della terra" - Basilica Patriarcale di Aquileia, 7 febbraio 2006
martedì 7 febbraio 2006
- La rivisitazione del percorso battesimale che le celebrazioni di questi giorni cercano di mettere a fuoco, ci propone di sottolineare, in questa veglia, il senso del gusto, mediante la memoria del rito dell’imposizione del sale, secondo l’antica liturgia aquileiese.
È bello che questo avvenga in questa basilica che ha avuto la sorte di ascoltare le catechesi di Cromazio di Aquileia, consacrato Vescovo da Ambrogio di Milano nel 388, e tra queste mura, dove è risuonata la possente voce di Girolamo, di Rufino, di Ambrogio, di Eliodoro, di Valeriano e da questo luogo in cui furono scritte lettere in difesa di Giovanni Crisostomo, vittima degli intrighi della corte di Costantinopoli.
L’invito è di contemplare la bocca del Cristo, fonte della sapienza, da cui esce la Parola capace di conferire nuovo sapore e senso alla vita.
L’antica liturgia battesimale contemplava il rito della consegna del sale, che secondo gli antichi riti sacrificali, doveva salare tutte le offerte a Dio (Lev 2,13; Ez 43,26), e dar sapore agli “alimenti di Dio” (Lev 21,6.8.17.22).
Certamente l’utilizzo del sale aveva anche una funzione purificatrice, come testimonia il brano di Eliseo che rese salubre un’acqua cattiva (2Re 2,19-22)e, probabilmente,c’era anche una preoccupazione conservatrice legata all’usanza di sfregare con del sale il corpo dei neonati (Ez 16,4).
Più evidente però nel segno del sale, era il riferimento al fatto che esso è uno degli alimenti più necessari alla vita dell’uomo, rende sapidi gli alimenti e li conserva. Il segno del sale in ambito cristiano poi rimanda principalmente a Cristo.
- “Ricevi il sale della sapienza”, dicevano le paroledel rito battesimale. Ricevi dunque il sale che è Cristo.
Cristo che dà sapore alla Chiesa. Senza di Lui essa non esisterebbe e non avrebbe parole di vita eterna. Senza di Lui l’uomo non può conoscere la verità tutta intera del suo essere e del suo destino, non può comprendere pienamente che cosa è bene eche cosa è male, non può scoprire il suo essere figlio.
Ricevere il sale della sapienza che è Cristo, significa allora riconoscerLo liberatore dell’uomo dall’avidità del desiderio delle cose; ascoltarLo quando dice che un uomo vale più delle cose che ha, della bellezza che ostenta, della forza che esibisce; accoglierLo come Colui che lo libera dalla paura di non essere amato, perché tutti siamo amati da Dio e ogni uomo è importante agli occhi Suoi; ringraziarLo perché ci ha annunciato che non dobbiamo aver paura della morte che per Lui non è la fine di tutto, ma un passaggio alla casa del Padre dove Egli è andato a prepararci un posto.
Ricevere Cristo è trovare la dignità dell’uomo e il gusto eil senso della vita. Senza di Lui la società corre il rischio di perdersi nelle secche del relativismo, dell’indifferentismo e del nichilismo, divenendo consumista ed edonista.
- “Ricevi il sale della sapienza”diventa allora invito a far proprie le parole del Vangelo per i discepoli, che dice : “Voi siete il sale della terra” che tradotto significa : conservate e rendete saporito il mondo, quale sfida che interpella voi cristiani.
Sfida che è dono ecompito.
E, se compito, è anche dovere grave e irrinunciabile.
Giovani, siete il sale; ma se il sale perdesse il sapore?
Il mondo sarebbe come l’acqua cattiva, la terra sterile del tempo di Eliseo. Se il sale perde il sapore a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
Un giovane cristiano sa che non può perdere sapore e sa che potrà rendere buona l’acqua in cui vive e fertile la terra in cui cammina, documentando nella propria persona, quale prospettiva di pienezza scaturisca dalla sequela di Cristo.
E allora annunciate che Cristo è morto per tutti e la Sua salvezza è veramente universale, contro ogni particolarismo, date sapore a questo mondo e rendete fertile questa umanità.
Siete chiamati all’edificazione di comunità di uomini capaci di vitabuona e di vita piena. Sentitevi afferrati nel profondo dall’evento di Cristo, affrontando tutti i rapporti secondo la forma nuova della carità ed essendo tesi a dare gusto, attraverso comunità sensibilmente incontrabili, alla nostra civiltà!
E “tutto ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo – come ci dice l’Apostolo Paolo – sia oggetto dei vostri pensieri” (Fil 4,8) e delle vostre azioni.
Siate promotori di vita buona, sapida, saporita, gustosa : è questo il compito del cristiano.
Ciò comporta l’assunzione quotidiana del reale mediante gli affetti e il lavoro, sensibilialle fragilità, non trascurando la trasmissione della fede, essendo attenti ai nuovi linguaggi della comunicazione, amando la città degli uomini.
È ciò che chiedono i Vesovi a tutta la Chiesa che è in Italia : essere testimoni di Cristo Risorto, speranza del mondo, il che equivale a dire:
Non dimenticatevi che siete il sale della terra, perciò potete e dovete convincere il mondo della verità della parola della lettera a Diogneto:
“Come l’anima è nel corpo, così nel mondo sono i cristiani”(VI,1), al punto che si possa dire di voi:
ecco dei giovani uomini e giovani donne che, gustato il sale di Cristo, portano al mondo il fervore dello spirito, la gioia della speranza, nella fedeltà al servizio del Suo nome.
Amen
† Dino De Antoni
Arcivescovo Metropolita di Gorizia
350° Fate-Bene-Fratelli in Gorizia
L'Arcivescovo DINO DE ANTONI
Omelia nella Celebrazione Eucaristica in occasione dei 350 anni di presenza in Gorizia dei Fatebenefratelli
Gorizia S. Giusto, 4 marzo 2007
(Santa Messa trasmessa da RAI 1 alle ore 11.00)
1. La Liturgia della Parola, con l’annuncio centrale del Vangelo, ci ha parlato di Gesù e del suo ministero itinerante, mentre si muove verso Gerusalemme.
Da lì non tornerà più indietro, perché in quella città, e soltanto in quella, sarà stipulato, attraverso la sua morte e la sua risurrezione, l’atto di nascita del nuovo popolo messianico.
Nell’andare prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e sale sul monte per pregare.
Lo stesso invito rivolge a noi, oggi, il tempo quaresimale per condurci a celebrare la Pasqua con Lui. Siamo invitati a passare dal deserto delle tentazioni della prima domenica al monte della visione, dalla pianura della fatica e della debolezza al monte della luce e della contemplazione, dove, insieme ai discepoli, siamo pregati di contemplare ciò che avviene lassù, con gli occhi del cuore, per diventare anche noi portatori del messaggio evangelico.
Sul monte Gesù prega e la preghiera cambia il suo volto, mentre risuona la parola: “Ascoltatelo!”, atteggiamento primordiale del discepolo che trasforma chi la accoglie e la mette in pratica.
Gesù però avverte: La luce della montagna dell’estasi non cancellerà l’oscurità della notte sul monte degli ulivi, perché nella vita di ogni uomo gocce di sangue e gocce di luce si intrecciano.
Ma senza quella luce la sofferenza, il dolore e la croce sarebbero cieche, così come la trasfigurazione senza la croce potrebbe trasformarsi in una fuga dalla realtà.
2. Questo messaggio aveva ben intuito San Giovanni di Dio, il fondatore dei Fatebenefratelli, che oggi ci ospitano in questa chiesa di San Giusto in Gorizia, presente il Padre Provinciale con i suoi confratelli.
San Giovanni di Dio sapeva che bisognava tenere insieme sofferenza e trasfigurazione, croce e gloria, volti intrisi di dolore e di gioia per farli attraversare dalla luce del Vangelo, della fraternità, dell’amore, dell’ospitalità.
La sua intuizione, tradotta nella pratica quotidiana del soccorso ai sofferenti per le vie di Granada prima e dei suoi ospedali poi, ha trovato qui a Gorizia quotidiana attuazione da 350 anni, grazie alla presenza dei suoi figli, che dovettero gestire le gravi epidemie della peste, del vaiolo, del colera, del morbillo e oggi della senescenza e della lungodegenza.
Questa loro missione è condivisa attualmente in molte parti del mondo, là dove i Fatebenefratelli accolgono i malati, trattandoli da fratelli senza pregiudizi e senza discriminazioni, convinti che quando una persona è colpita dalla malattia, essa si identifica con la stessa e allora c’è bisogno di qualcuno che patisca insieme, si appassioni al proprio destino e faccia vedere che la dignità umana non è sconfitta da nulla, neppure dalla morte.
Spinti dall’invito di S. Giovanni di Dio che li spronava a fare il bene, facendolo bene, i suoi figli non si limitano alla semplice assistenza, ne promuovono anche la qualità, coniugando la giustizia con la carità cristiana e offrendo ai malati e ai bisognosi, ai vecchi e ai bambini rimasti ai blocchi di partenza della vita, un servizio efficiente e qualificato, arricchito dal carisma dell’Ospitalità che parte dal riconoscimento che Cristo è tutto in tutti e particolarmente nei più deboli.
Essi si sentono chiamati ad essere coscienza critica, guida morale, presenza profetica, aperta ai nuovi bisogni dei malati in un rinnovato spirito di integrazione con una molteplicità di collaboratori che si impegnano a vivere l’ospitalità così come la visse San Giovanni di Dio, facendosi ospitalità per gli altri.
3. E’ quanto dovrebbe fare ogni cristiano quotidianamente: far vedere che la luce della trasfigurazione proveniente da Cristo, mediatore della vicinanza di Dio, rende preziosa e feconda ogni esistenza.
Alla luce di questa riflessione il nostro pensiero và spontaneamente alla Vergine Maria, Madre di Cristo, al suo volto luminoso dal quale, come in nessun altro Cristo traspare: “la faccia che a Cristo più s’assomiglia” (Dante).
Accogliendo l’invito del Padre ad ascoltare il Figlio, l’Eletto, l’Amato, siamo invitati a cogliere il senso della vita nonostante i momenti di insicurezza, di cui sono segnate le nostre giornate e quelle di chi ci resta accanto.
Accompagnati da Cristo a salire sul monte e ad uscire da noi stessi, contempliamo il suo volto radioso, per riconoscere in esso il segno di una promessa carica di fecondità.
A ciò siamo resi capaci dall’Eucaristia che celebriamo, per diventare sempre di più discepoli degni del Vangelo.
Amen.
Buona Quaresima!
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