Cromazio d’Aquileia:
una casa aperta, un pozzo ancora attivo.
Di Angelo Nocent
Le diocesi di quello che fu il Patriarcato di Aquileia, crocevia di genti e religioni, hanno indetto l’anno cromaziano con una serie di iniziative per ricordare la figura del dalmata San Cromazio, vescovo di Aquileia, scrittore ecclesiastico e padre della Chiesa, nel XVI centenario della sua morte (408–2008). E stato costituito il Comitato “San Cromazio” cui aderiscono le Diocesi cattoliche italiane di Udine, Gorizia, Trieste e Concordia–Pordenone, le diocesi slovene di Ljubljana e Koper/Capodistria, la Diocesi austro-carinziana di Gurk-Klagenfurt, la Regione autonoma del Friuli Venezia Giulia, le Università di Udine e Trieste, l’Istituto per la Storia della Chiesa in Friuli “Pio Paschini”, la Facoltà Teologica del Triveneto, l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Udine e lo Studio teologico interdiocesano “San Cromazio di Aquileia”.
Nei nomi una cascata di carismi
In tale ricorrenza, con quelli dei santi, amo citare nomi cari di Fatebenefratelli friulani dell’ultimo secolo che riesco a ricordare e che risuonano in benedizione. Coloro che ho dimenticato sono qui egualmente presenti, nella comunione dei santi. Andrebbero chiamati tutti “Padri”, indistintamente, perché, da memoria, i goriziani li chiamano “i Padri di San Giusto”:
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Fra Mario Trampus, nato a Gorizia 1l 27 Dic.1893
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Fra Dalmazio Puja, nato a Belvedere d' Aquileia (Udine) il 3.12.1894
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Fra Giovita Colautti, nato a Mortegliano (Udine) il 10.07.1896
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Fra Natale Paolini, nato a Moggio (Udine) il 12.09.1911
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Fra Giuseppe Bastiani, nato a Villa del Nevoso (Fiume) il m20.11.1913
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Fra Gaetano Buzzi, nato a Ronzina (Gorizia) il 16.10.1912
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Fra Cristoforo Danelut, nato a Isola Morosini (Gorizia) il 22.06.1940
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I fratelli Fra Raimondo (5.9.1942) e Fra Marco Fabello (8.6.1944) nati a Virco di Bertiolo (Udine)
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Fra Stanislao Snider,oblato, nato a Raconik, (Novo Mesto) il 4.2.1914
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Mi sentirei di aggiungere anche il migliore: San Riccardo Pampuri che, pur di origine pavese, ha iniziato ad esercitare e sviluppare il suo carisma di medico di Dio per gli uomini, proprio sul Fronte, nelle terre carsiche e nei paesi della Bassa Friulana, durante la Prima Guerra Mondiale. Mai avrebbe allora pensato di farvi ritorno e, per di più da religioso. Destino volle che sul suo cammino incontrasse due dei sopraelencati friulani: il P. Natale che gli fu compagno di noviziato ed il P. Dalmazio che gli fu Priore a Brescia.
Dietro i loro nomi uno stuolo di laici, donne e uomini, che hanno condiviso il servizio diaconale nella Chiesa di Ermacora e Fortunato, Ilario, secondo vescovo di Aquileia, Taziano, suo diacono, di Eufemia, Tecla, Dorotea ed Erasma, di Cromazio, insieme ai laici Felice, Largio e Dionigi, Paolino, Canzio, Canziano, Canzianilla, Rufino, Proto, Crisogono..... fino a
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Dino, Arcivescovo metropolita di Gorizia
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Pietro, Arcidiocesi di Udine,
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Eugenio, Diocesi di Trieste,
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Ovidio, Diocesi di Concordia-Pordenone,
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Alojzij, Arcivescovo metropolita di Lubiana-Capo d’Istria,
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Alois, Diocesi di Gurk-Klagenfurt (Austria).
Con la creazione degli Arcivescovadi di Udine e Gorizia è stata sancita la fine del Patriarcato di Aquileia trasferito a Venezia. Ma in tutti i popoli confinanti che vi hanno fatto parte, “la Madre” è rimasta nel cuore. Prova ne sia l' Anno Cromaziano, appena indetto, per ricordare uno dei suoi vescovi più illustri e tra i massimi Padri della Chiesa.
Ricordare la figura di Cromazio significa evocare i tratti salienti e peculiari di quella Chiesa di cui egli fu Pastore zelante, la civiltà romana sullo scorcio del IV secolo nei suoi trapassi epocali, l’incontro-scontro del mondo romano con i nuovi popoli che si affacciavano sul confine illirico, il ruolo di Aquilea crocevia di genti e culture mediterranee e germaniche, la peculiarità della storia ecclesiale di Aquileia, ponte tra l’Oriente, l’Africa e l’Occidente cristiani, l’importanza di Aquileia quale centro propulsore di evangelizzazione cristiana verso il nordest della futura Europa. Significa anche trarre dall’oblio, causato dagli eventi infausti che hanno investito Aquileia e il suo territorio dopo la caduta dell’impero romano, una delle figure di massimo rilievo del IV-V secolo non soltanto della Chiesa di Aquileia ma delle Chiese cristiane orientali e occidentali. E, come ricaduta, purificare la storia.
Ultimi nella chiamata ma primi nel sacrificio
L’11 Gennaio 2008 si sono ufficialmente concluse le celebrazioni del 350° anniversario di presenza dei Fatebenefratelli in Gorizia, una storia di condivisione con la città. Ciò che non mi è riuscito per mancanza di tempo alla presentazione del bellissimo volume “I Fatebenefratelli a Gorizia”, riccamente illustrato, tenacemente voluto e realizzato dall’amico Fra Luigi Garbin o.h., vorrei tentarlo ora, principalmente per due ragioni:
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per evidenziare come l’Hospitalitas dei Fatebenefratelli, il loro carisma, sia nel segno della continuità con l’Hospitalitas della Chiesa Aquileiese, di quella Chiesa Madre Aquileiese che ha tenuto aperte le porte al dialogo ed esercitato l’ospitalità materiale, religiosa, culturale con molteplici e diverse nazionalità e culture, dal Norico alla Pannonia, dai Longobardi alle popolazioni di lingua slava, rispettosa delle lingue e delle culture. Essi hanno riportato in Gorizia in cuore dei Padri di Aquileia, ossia il cuore del Vangelo.
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Per sottolineare il disegno Provvidenziale, in una prospettiva di fede.
Se il “Va’ e anche tu fa’ lo stesso” (Lc 10, 37) è stato recepito da San Giovanni di Dio nel 1539 ed è stato ereditato come carisma del fondatore dai suoi discepoli, qui la Chiesa Aquileiese, se non propriamente di origine apostolica, certamente molto vicina, si è da subito distinta per questo carisma, vero o no che San Marco sia sbarcato alla pineta di Belvedere d’Aquileia, dove riposano i miei avi. Se non lui in persona, certamente è sbarcato il suo Vangelo che ha dato vita alla Comunità dei credenti: una comunità ospitale, una casa di santi, una liturgia di volti.
Quella di Cromazio è una "domus hospitalis". Ciò significa che non è solamente una cattedrale, ma una casa allargata, accogliente, fucina di idee, palestra di allenamento degli atleti del Vangelo, i messaggeri della Parola che, partita da Gerusalemme, deve raggiungere gli estremi confini della terra; una grande stazione, un porto, un crocevia, un pozzo sorgivo...Sanatorium del corpo e dello spirito, hospitium per le infermità e il buon morire, faro per chi giunge dal mare o dalla terra ferma,...Qui l’hospitalitas è sacra, l’accoglienza è di casa, e gli ospitanti si fanno carico di ogni necessità degli ospitati, siano essi clero o popolo, eruditi o volgo, portuali o commercianti, locali o stranieri... Un solido punto di riferimento per tutti. Dunque, luogo di fede e di cultura della mente, oasi dello spirito, per predisporli a....
A che cosa? A ciò che sta più a cuore al Vescovo: la Charitas,espressa in tutte le sue forme, e la Concordia. E sarà proprio Cromazio a consacrare la basilica omonima dell’attuale Diocesi, tra il 388 e il 389 circa, collocandovi le reliquie dei ss. Apostoli. Le basiliche di pietra, sinonimo di Chiesa-viva-Corpo-di-Cristo: “Chi vede la carità, vede la Trinità”, andava dicendo sul versante africano il vescovo Agostino ai cristiani di Ippona.
Degli scritti di Cromazio, rispetto alla mole prodotta, ci è arrivato poco ma quanto basta per cogliere la sua sapienza pastorale e l'ardore apostolico.
Quella aquileiese del prima e dopo Cromazio è una Chiesa carismatica perché dove c’è il Corpo di Cristo, lì ci sono i carismi. La loro grandezza non sta nell’operare miracoli strepitosi, ma nell’infinito potere divino che essi conferiscono. Il carisma dell’hospitalitas, come ogni altra grazia, è un seme che Dio pone in alcuni affinché nel suo svilupparsi e fruttificare, sia destinato agli altri come bene comune. Fra le tante immagini che ogni tanto ci vengono in mente, anche questa ha la sua suggestione, ricavabile dalla catechesi: “un insieme di luce e di vita” e, perciò stesso, destinato a diffondersi ed espandersi. Il carisma è concesso soltanto perché si diffonda sugli altri. Il portatore ne è semplicemente il depositario e il recipiente: egli è come il candelabro, che porta luce, nella quale gli altri camminano.
Dopo sedici secoli, la constatazione è ancora la stessa: Dio ama scavare questi pozzi d’acqua viva in uomini, ai quali gli altri possano rivolgersi nella loro sete e nel bisogno. Come già nella chiesa apostolica (1 Cor 12,7 ss.) anche sulla comunità aquileiese scendono i doni della parola e della profezia, dell’ammonizione e della consolazione. Questo è Cromazio nel quarto secolo, questi sono i Fatebenefratelli dal 1656 nella Chiesa che è in Gorizia, non i soli, ma nel segno della continuità.
Del vescovo aquileiese restano pagine illuminate ed insistenti a vivere la vita della primitiva comunità di Gerusalemme al tempo degli apostoli. E' questo il parametro che vorrebbe - riuscendovi solo in parte - anche per la comunità di Aquileia. Così conclude il sermone 31 che parla degli apostoli che guariscono gli infermi:
" L'abbondanza e la vita di ciascuno non dipende da ciò che possiede"(Lc 12,15). Perciò dobbiamo stare lontani dall'avarizia e dalla cupidigia, dalle discordie a dalla diversità di opinione. Dobbiamo cercare la pace, la concordia e l'unanimità, affinché possiamo raggiungere la vita eterna con tutte le forze, come è stato detto: "Tutti i credenti avevano un cuore solo e un'anima sola, e tutto avevano in comune"(Atti 4,32). Perciò dobbiamo soccorrere i fratelli e ipoveri che sono nelle ristrettezze perché abbiamo un solo Padre e un solo Signore unigentito Figlio di Dio e un solo Spirito santo, e una sola è la grazia del battesimo (cf Ef 4, 5-6) in virtù della quale nasciamo di nuovo alla vita eterna in Dio".
Se sant'Agostino si era ispirato alla primitiva comunità di Gerusalemme nel redigere la sua Regula ad servos Dei, adottata anche dai discepoli di San Giovanni di Dio, non è forzatura considerarli eredi di una tradizione che è anche viva nella primitiva chiesa aquileiese. E questo anniversario è una buona opportunità per verificare quanto di quella regola agostiniana sia rimasto oggi in auge o soltanto sulla carta, visto che negli scritti contemporanei mai vi si accenna.
I sermoni 39 e 41 trattano delle beatitudini. Così inizia il primo: " Dopo che il nostro Signore e Salvatore percorse numerose città e regioni predicando e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo, come riferisce la presente lettura,"vedendo le folle presso di sé, salì sulla montagna" (Mt 5,1). Non c'è lo spazio per assaporare la lectio divina e bisogna accontentarsi dei titoli eloquenti:
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La montagna simbolo della vita virtuosa
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L'eredità della terra è la gloria della risurrezione
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Chi ama la pace ama Cristo.
L’ Hospitalitas del Vescovo Cromazio
Qui si vorrebbe sottolineare un aspetto, fra i tanti possibili, di questo Padre della Chiesa. Della casa di Cromazio, la sua Chiesa, dove vigeva la vita comune, sull’esempio della comunità di Gerusalemme, è stato scritto che era centro di attività spirituale, di studio e di preghiera. La frequentavano sacerdoti e laici in totale scambio di idee e di esperienze. Lo stesso San Girolamo aveva sperimentato l'ospitalità di quel clero dell'antica città di Aquileia e proprio lui, non certo largo di facili elogi, definì una volta simile a «una comunità di Santi». Di quella comunità di Santi, il sacerdote Cromazio fu a lungo il personaggio più in vista, il lievito della vita spirituale della città. Girolamo conosceva bene Aquileia, per esserci vissuto a lungo, prima di ritirarsi a lavorare nel deserto della Calcide. E conosceva bene Cromazio, senza però che l'amicizia e l'affetto facessero velo al suo giudizio, sempre acuto e imparziale, severo più che accondiscendente.
Ci è rimasta una lettera che San Girolamo indirizzò al sacerdote Cromazio, e insieme ai confratelli Gioviniano e Eusebio, che conducevano con lui vita in comune, nella casa di Aquileia. Le espressioni che riporto suona come un vero inno all'amicizia accogliente. Dice infatti:
« Ogni volta che le lettere scritte da ben note mani mi riportano dinanzi al pensiero i vostri amatissimi volti, allora o non sono più qui, oppure voi venite a trovarmi qui. Crediate pure all'affetto, che dice il vero: quando io scrivevo questa lettera, io vi avevo davanti. Mi dolgo anzitutto che voi mentre siete separati da me per tanto spazio di mare e di terra, mi abbiate mandato una lettera tanto corta, salvo che non sia stato io a meritarmela, perché non vi ho scritto avanti...». E così conclude: « Il dovere di non allungare la lettera mi sforza a far punto, ma l'amore che ho per voi mi spingerebbe a dire. Quindi il mio parlare è disordinato, il mio discorso confuso. L'amore non può star legato all'ordine! ».
Aquileia, centro politico della Decima Regione dell'Impero romano, era allora città assai importante, sulla strada che congiungeva Roma alla Dalmazia. Ed era sede vescovile, considerata la terza d'Italia per importanza dopo Roma e Milano. Al tempo di Cromazio, era Vescovo San Valeriano, impegnato a recuperare i cristiani tendenti all'Arianesimo presenti nella Chiesa di Aquileia, che in passato era stata assai vicina agli imperatori ariani. Anche Cromazio assecondò in tal senso il Vescovo Valeriano, durante un concilio svoltosi ad Aquileia contro certi Vescovi accusati di Arianesimo. Il sacerdote amico di San Girolamo vi intervenne con autorità e competenza, finché venne approvata una non equivoca formula di condanna.
Cromazio era ormai degno della mitria vescovile, che infatti Sant'Ambrogio gli attribuì non appena la sede di Aquileia restò vacante. E fu Vescovo saggio e soprattutto dotto, come si conveniva a un difensore dell'integrità della dottrina, amico di uno studioso come San Girolamo. Quest'ultimo lo disse «il più santo e il più dotto» di tutti i Vescovi del tempo, e gli dedicò molte delle sue traduzioni dei libri biblici. Così, per opera di questo saggio Vescovo, la Chiesa di Aquileia manteneva e accresceva la sua reputazione di «comunità di Santi», e quando Cromazio morì, nel 410, la sua diocesi, benché vedova, restò ancora più alta nella storia della Chiesa del tempo.
I Figli della Misericordia
1615. Un salto di secoli. E' l'anno della «guerra Gradiscana», sempre tra Venezia e gli Asburgo: i veneziani riuscirono a giungere fin sotto le porte della città, ma non poterono penetrarvi. Gli Asburgo tennero Gorizia quasi ininterrottamente fino al 1918.
Può venire spontanea una domanda: cosa c’entrano i Fatebenefratelli con questa ricorrenza? Fino ad allora la città è una Contea del Sacro Romano impero. Ma con la segreta aspirazione a diventare sede del Patriarcato, ormai collocato fuori mano rispetto alla nuova geografia. Sono del parere che li riguardi da vicino più di tanti altri. Per chi crede nel Signore della storia, la Comunità Religiosa che lì viene chiamata a stabilirsi è dono provvidenziale: essa è designata ad essere erede e garante di un trapasso, nella Chiesa che è in Gorizia, di quello “spiritum hospitalitatis” che distinse la casa del Vescovo Cromazio, un pozzo dal quale ancora si può attingere. I frati, attraverso le opere della compassione – tanto da essere chiamati i Figli della Misericordia - hanno contribuito sensibilmente a tenerlo vivo nella città. In essa infatti vi sono stati chiamati ad esercitare una duplice missione:
· alleviare ogni tipo di sofferenza presente sul territorio, tanto provato dagli eventi politici;
· porsi, attraverso l’esercizio della carità, senza distinzioni, come baluardo all’avanzata del protestantesimo che premeva da tutti i lati.
Se la prima motivazione è quasi scontata, la seconda ha il suo riscontro nell’accurata documentazione storiografica raccolta nel volume “I Fatebenefratelli in Gorizia 1656-1956”, del goriziano Canonico Metropolita Mons. Enrico Marcon che fu libero docente di Storia della Chiesa all’Università di Trieste. A tal riguardo egli così scrive: “Non coincidenza fortuita, ma volontà della Provvidenza l’insediamento dei Fate-Bene-Fratelli in Gorizia, nel clima della controriforma, faticosa e ferace, quando dalla silente attività caritativa doveva brillare la più radicale confutazione dell’eresia negatrice del valore delle opere di misericordia, cioè della pratica più genuina del Vangelo di Cristo, anzi dall’essenza stessa del mandato evangelico” (p.4).
Il Marcon vede nei Fratelli di San Giovanni di Dio in Gorizia il ripetersi di quanto avvenuto in Granada: a far fronte all’Islam non bastava la luce teologica del primo teologo dei tempi moderni, Francesco Suarez, né quella di Bannez, Toledo, Molina, e Vasquez. Per convertire i moriscos, alla sapienza illuminata “era necessario qualcosa di più concreto e palpitante per attirare le anime alla luce intima del Vangelo: l’opera della carità, fino all’eroismo, cioè fino al sacrificio di se stessi per salvare il prossimo, per sollevarlo dalle sofferenze” (p.3)
L’autore fa notare curiosamente che “proprio nello stesso anno della morte del Santo (1550), usciva a Tubinga, col pseudonimo di Philopatridus Illyricus, un Catechismo sloveno, opera dell’apostata Primo Truber, il quale per la prima volta lo fissava sullo scritto in lingua slovena”. Il Truber, sacerdote nato presso Lubiana nel 1508, cominciò nel Patriarcato d’Aquileia, nella Stiria e Carniola, a inveire contro gli abusi della Chiesa, sostenendo unicamente la salvezza per opera della “sola fide”, nella chiesa dell’ospedale in Lubiana, dove nel 1542 fu nominato canonico con l’onore di predicare in tedesco e in slavo. Peregrinò a Norimberga e a Tubinga e rientrò a Lubiana verso l’estate del 1561, organizzando il protestantesimo in questa città, dalla quale bandìto, si rifugiò a Rubbia, presso Gorizia, dove, predicando al popolo in lingua italiana, cercò di stabilire l’eresia nella città.
Il Marcon non esita a fare un paragone che non sa di forzatura: “Come Granada, per la posizione storica vide dall’opera del Santo la conversione e il rafforzamento dei valori della Religione cattolica, così Gorizia deve all’opera dei Figli di San Giovanni di Dio, la preservazione e l’assodamento della stessa Fede, nell’ora incombente della tragica crisi religiosa. Questa crisi religiosa ha però in Gorizia un epicentro storico che risale alle remote origini stesse della citta”.
E’ impossibile riassumere qui il volume di 284 pagine. Basti ricordare che “Gorizia nel sec.XVI, era ancora una semplice pieve dell’immensa diocesi patriarcale d’Aquileia, la più vasta d’Europa, che s’estendeva dal Tagliamento alla Kulpa e alla Drava, dalle sorgenti all’ingresso nella Pannonia. La grande Chiesa, fiera dei gloriosi fasti dell’antichità cristiana che l’avevan resa la prima d’Occidente dopo Roma, rafforzata dal prestigio d’illustri pastori e dal superamento d’eresie lontane, abbracciava tre popoli: italiano, tedesco e slavo. Anche dopo l’estinzione del potere temporale, la compagine diocesana aveva conservato la sua antica fisionomia geografica e insisteva sul groviglio delle circoscrizioni politiche più strane, come residuo feudale”.
Certo, nelle vicende goriziane, per primi furono chiamati a dar man forte i Gesuiti, i Minori Francescani, le Madri Orsoline, i Carmelitani, le Clarisse. “Ultimi nella chiamata, ma primi nel sacrificio, i Figli della Misericordia di San Giovanni di Dio vennero a Gorizia per iniziare quella missione di carità e di olocausto verso i sofferenti, nell’armonioso concento delle altre istituzioni religiose”.
"Le guerre, benché lontane - scrive il Marcon - avevano portato miseria e contagi e, come vedremo, in tali luttuosi eventi brillò, ben più che gli eroismi civili, la grande carià dei Fate-Bene-Fratelli di Gorizia...La peste, immortalata dalle pagine manzoniane, nel primo seicento aveva colpito i nostri paesi, ma non era comparsa di nuovo prima del 1682. In quest'anno fu però fatale e il Giornale della peste del Marussig ci ha lasciato impressionante relazione...L'istituzione del Lazzaretto sul Corno, vicino alla casa, quasi, in cui avevano aperto ospedale e convento, indica chiaramente che tale isolamento non poteva che essere affidato alla loro carità o addirittura una fioritura e diramazione dell'isituto di S. Giovanni di Dio. Di fatti il Marusing ha un distico dei colpiti che afferma rozzamente, ma significativamente:
...va intricata, Padre mio,
se non prego S. Gioan de Dio.”
Fra le 500 persone che morirono sui cinquemila abitanti di Gorizia, vi è il primo Priore, vittima del morbo, in seguito all'assistenza nel salasso ad un'appestata. In questo breve accenno è la prova lampante di abnegazione pronta e totale di tutta la famiglia religiosa.
Il perdurare della loro presenza, li obbliga in prima persona nell’Anno Cromaziano, attivi e collaborativi nella Chiesa locale, fucina di nuove fantasie della carità, ora che sono caduti gli ultimi confini che separavano la città dal resto dell’Europa.
Da "Fatebenefratelli" N. 1 - Genn/Mar 2008