Dal Sermone XV: La Lavanda dei piedi (Gv 13, 1-20)1
1. Sono certamente molti gli esempi di umiltà che il Signore e Salvatore nostro ci ha offerto dopo aver preso corpo da una vergine. Ma superiore a tutti l'esempio riportato nella presente lettura, dal momento che si degnò di lavare i piedi ai discepoli. Il Vangelo dice così: «Alzatosi dalla mensa, si tolse la tunica, si cinse di un panno e cominciò a lavare i piedi dei suoi discepoli ». E successivamente egli volle spiegare loro perché lo avesse fatto, dicendo: «Voi mi chiamate Maestro e Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, che sono Maestro e Signore, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavarvi i piedi l'un l'altro. Vi ho dato infatti l'esempio perché anche voi facciate altrettanto».
È meravigliosa e senza paragone questa umiltà del Signore. Lui, Signore di eterna maestà, lava i piedi ai suoi servi, e serve gli uomini in terra, lui che gli angeli servono in cielo. Egli si umiliò sulla terra perché tu non voglia esaltarti in nulla. Egli lavò i piedi ai suoi discepoli perché tu non disdegni di lavare i piedi ai tuoi compagni di servitù. Non puoi esaltarti per ricchezze, per natali, per onore perché è il Signore degli onori e delle potestà che si è degnato di compiere fino in fondo questo gesto. Ci ha mostrato infatti un esempio di umiltà che dobbiamo seguire e imitare. D'altronde in questo gesto si nasconde un grande mistero riguardante la nostra salvezza. Ma ne parleremo al momento opportuno.
2. Per ora vediamone intanto il senso letterale. Certo Abramo lavò i piedi al Signore, quando gli apparve alla quercia di Mambre. Ma era anche il servo che li lavava al padrone: era giusto infatti che il servo lavasse i piedi al padrone. Lavando i piedi al Signore, Abramo fece un servizio non al Signore ma a se stesso per riceverne la benedizione. E per tale servizio, ebbe nella vecchiaia un figlio dalla moglie sterile. Fu quando il Signore, sul mezzogiorno, gli apparve presso la quercia di Mambre che Abramo vide la prefigurazione del mistero che doveva compiersi.
La quercia di Mambre prefigurava infatti la croce del Signore; l'ora di mezzogiorno è il tempo della passione, perché il Signore all'ora sesta fu posto in croce per la salvezza del mondo, secondo la testimonianza del Vangelo. E perciò si racconta che Abramo riposava sotto un albero di quercia, perché la fede dei patriarchi non trovò riposo che sotto la croce di Cristo, e si riposò sul mezzogiorno, nell'ora in cui la calura vuol essere più forte, perché solo la croce di Cristo ha potuto ridarci sollievo dall'arsura del peccato con l'ombra della sua passione.
E non senza motivo il Signore apparve sul mezzogiorno ad Abramo presso un albero di quercia, perché il momento culminante della manifestazione di Cristo fu quando a mezzogiorno prese su di sé la croce della beata passione per la nostra salvezza...
Fu poi comandato a Gedeone, mentre partiva per combattere i nemici, di scegliere soltanto trecento uomini, coi quali riportò una splendida vittoria sui nemici. E certamente non sarebbe potuto riuscire vincitore con un numero diverso da questo che simboleggiava il mistero della croce: infatti nel numero trecento, secondo il sistema di numerazione dei greci, è rappresentata la lettera tau, nella quale appare un'immagine evidente della croce. Per di più Gedeone ripartì quei trecento in tre corpi, perché la vittoria della croce si fonda sulla fede della Trinità.
4. Ora però consideriamo il significato misterioso della presente lettura, sebbene sia già un mistero ciò che diciamo. Il Signore dunque si tolse la tunica e si cinse di un panno; versò dell'acqua in un catino e cominciò a lavare i piedi ai suoi discepoli e ad asciugarli col panno di cui si era cinto. Infatti non è riferito senza motivo che il Signore si era spogliato della tunica e così aveva lavato i piedi dei suoi discepoli. In nessun altro momento sono stati lavati i piedi delle nostre anime o purificati i passi del nostro spirito, se non quando il Signore si spogliò della sua tunica; allora, appunto, quando sulla croce, depose la tunica della carne che aveva assunto, di cui si era rivestito invero all'atto della nascita ma di cui si spogliò al momento della passione. E fu per ricoprirel a nostra nudità che egli si spogliò della tunica della sua carne. Perciò la sola tunica del corpo di Cristo rivestì il mondo intero. E benché il Signore nella passione si fosse spogliato della tunica della carne, tuttavia non rimase nudo, poiché indossava gli indumenti delle sue virtù. Questo dunque si deve intendere della tunica deposta.
5. Ma quando Gesù si accostò a Pietro per lavargli i piedi, questi, come riferisce la presente lettura, gli disse: «Non mi laverai mai i piedi». Il Signore gli rispose: «Se non ti laverò i piedi, non avrai parte con me». Allora egli rispondendo gli disse: «Signore, non solamente i piedi ma anche le mani e il capo». All'inizio san Pietro si sottrasse all'omaggio del Signore, perché si riteneva indegno di avere i piedi lavati da lui.
Ma quando il Signore gli disse: «Se non ti laverò i piedi, non avrai parte con me», non rifiutò più l'omaggio di Cristo per poter avere parte con lui. E siccome capì che nella lavanda dei piedi si nascondeva un profondo significato, aggiunse: «Non solamente i piedi ma anche le mani e il capo».
- Presentò i piedi perché i passi della vita, che erano contaminati dalla macchia del peccato di Adamo, fossero lavati nel battesimo.
- Presentò le mani per purificare le nostre col sacro battesimo di Cristo, dal momento che Adamo aveva macchiato le proprie quando le aveva protese illecitamente all'albero.
- Presentò il capo da lavare, affinché l'intelligenza che risiede nella testa non rimanesse nella sozzura del peccato di Adamo. Così si offriva tutto intero al battesimo, perché desiderava essere interamente lavato per avere un cuore puro grazie alla lavanda del capo, per poter compiere opere di giustizia grazie alla lavanda delle mani, per camminare con passi puri nella via della verità grazie alla lavanda dei piedi.
6. Dunque il Signore lavò i piedi dei suoi discepoli, perché non rimanesse in noi traccia alcuna del peccato di Adamo. Oggi infatti il Signore lava i piedi dei suoi servi, che invita alla grazia del battesimo della salvezza. E sebbene tale ufficio appaia esercitato per mezzo di uomini, l'azione tuttavia è di colui che è autore del dono ed è egli stesso a compiere ciò che ha istituito. Noi compiamo il rito, egli concede la grazia. Noi eseguiamo, egli dispone. Ma suo è il dono, anche se nostra è la funzione. Noi laviamo i piedi del corpo, ma egli lava i passi dell'anima.
- Noi immergiamo il corpo nell'acqua; egli rimette i peccati.
- Noi immergiamo; egli santifica.
- Noi sulla terra imponiamo le mani; egli dal cielo dona lo Spirito Santo.
Perciò catecumeni, figli miei, dovete affrettarvi a ricevere la grazia del battesimo, così che, liberati dalle macchie del peccato, possiate divenire perfettamente puri alla presenza del Signore e Salvatore nostro, Gesù Cristo.
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1 Tale sermone, incentrato sulla lavanda dei piedi che ai tempi di Cromazio costituiva uno dei riti battesimali precedenti l'immersione nella vasca, è rivolto ai catecumeni prossimi al battesimo. Il gesto di umiltà di Gesù «contiene un grande mistero», ossia ha un preciso significato teologico che Cromazio spiega citando due esempi veterotestamentari: la quercia sotto la quale Abramo accoglie gli angeli di Dio prelude alla croce di Gesù; così pure i 300 uomini scelti da Gedeone richiamano la croce, giacché in greco questa cifra si scrive con la lettera tau (T).
Questo sermone ci aiuta a comprendere una delle due cifre inserite nel famoso mosaico del gallo in lotta con la tartaruga nella basilica di Aquileia. «CCC», ossia 300, richiama la «tau»: è attraverso la croce di Cristo che al cristiano è data la vita eterna, nel mosaico simboleggiata dalla cifra (1000 o infinito). La tunica assunta e deposta da Gesù rimanda, poi, ai misteri dell'incarnazione e della passione
Sermone XVIII: Il colloquio con Nicodemo (Gv 3,1-21)1
1. Poiché il Signore e Salvatore nostro aveva manifestato la potenza della sua divinità operando diversi segni e prodigi, «venne da lui di notte Nicodemo, uno dei capi dei Giudei – racconta il Vangelo – e gli disse: Sappiamo che tu sei venuto come maestro da parte di Dio; poiché nessuno, se Dio non è con lui, può operare quei prodigi che tu fai».
Questo Nicodemo, uno dei capi dei Giudei, desiderava certo venire dal Signore, ma temeva di offendere i Giudei e perciò si presentò a lui non di giorno ma di notte, perché era ancora trattenuto nella notte dall'ignoranza e nell'incredulità dei Giudei. Cristo, sole di giustizia, infatti non aveva ancora cominciato a risplendere nel suo cuore, perché egli non aveva ancora riconosciuto la luce della verità. Perciò quelle parole del Signore nel Vangelo: «Quando uno cammina di giorno non inciampa; ma quando uno cammina di notte inciampa, perché gli manca la luce del mondo».
Chi segue Cristo, perenne luce, cammina sempre di giorno; il sopraggiungere della notte non gli è d'impedimento, perché la luce della verità è sempre nel suo cuore; chi invece ignora Cristo, la vera luce, è sempre nella notte dell'ignoranza, il testo stesso lo mette in chiaro. Egli dice infatti al Signore: «Sappiamo che tu sei venuto come maestro da parte di Dio; poiché nessuno, se Dio non è con lui, può operare quei prodigi che tu fai». Nicodemo considerò come un maestro qualsiasi chi era l'autore della dottrina celeste; ammirava in lui dei segni prodigiosi,
mentre da quelli avrebbe dovuto riconoscere la maestà del Signore, poiché solo Dio poteva operare tanti e tanto grandi prodigi. Ma sebbene Nicodemo fosse venuto di notte a trovare il Signore, non se ne andò tuttavia senza la grazia della luce, perché era venuto a trovare Dio che è la vera luce.
2. Per spandere dunque nel suo cuore la luce della nuova nascita, il Signore gli disse: «È necessario nascere una seconda volta». Ma poiché Nicodemo non aveva potuto conoscere ancora pienamente la grazia di una nascita tanto grande, rispose: «Come potrà accadere ciò?
Può forse un uomo, da vecchio, entrare nel seno di sua madre e così nascere un'altra volta?».
Allora Gesù gli disse chiaramente: «Se uno non rinasce dall'acqua e dallo Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio. Ciò che è generato da carne è carne e ciò che è generato dallo Spirito è spirito». Dicendo ciò il Signore mostra chiaramente a Nicodemo che ci sono due nascite: una terrena, l'altra celeste; una secondo la carne, l'altra secondo lo Spirito. Ma mostra che la nascita dallo Spirito è ben superiore a quella della carne con queste parole: «Ciò che è generato da carne è carne e ciò che è generato dallo Spirito è spirito».
3. Carnale è dunque la nascita da un uomo, spirituale la nascita da Dio; l'una viene dall'uomo, l'altra da Dio. L'una fa nascere l'uomo al mondo, l'altra lo genera a Dio. L'una consegna il generato alla terra, l'altra lo destina al cielo. Con l'una si entra in possesso della vita temporanea, con l'altra si possiede la vita eterna. L'una infine rende figli degli uomini, l'altra figli di Dio. Infatti la nascita spirituale si compie in modo del tutto invisibile, come l'altra visibilmente.
Chi è battezzato si vede certo venir immerso nel fonte, si vede risalire dall'acqua, ma ciò che si effettua in quel lavacro non si vede: solo l'assemblea dei fedeli comprende spiritualmente che uno scende peccatore nel fonte e ne risale mondo da ogni peccato. Beata dunque e veramente celeste questa nascita che da figli di uomini rendi figli di Dio! Nicodemo ne ignorava ancora il mistero e perciò disse al Signore: «Può forse un uomo, da vecchio, entrare nel seno di sua madre e così nascere un'altra volta?». Nicodemo era ancora carnale e perciò parlava secondo la carne. Ma il Signore, per portare la sua mentalità carnale all'intelligenza spirituale e mostrargli così di quale nascita ognuno deve rinascere, disse: «Se uno non rinasce dall'acqua e dallo Spirito Santo, non può entrare nel regno dei cieli». Infatti questa nascita spirituale trasforma da vecchi in fanciulli. Quanti sono stati rigenerati dal battesimo
rinascono nell'innocenza, dopo essersi spogliati del vecchio errore e della malizia del peccato.
Ed è il ventre spirituale della Chiesa che concepisce e genera figli a Dio.
4. Poiché dunque, o candidati al battesimo, figli miei, state per rinascere nell'innocenza per mezzo della grazia di Dio, dopo aver deposto tutto il peccaminoso passato, dovete conservare intatta e senza macchia la grazia della vostra nascita, per poter essere chiamati ad essere veramente i figli di Dio e per poter essere trovati degni di entrare nel regno dei cieli.
1 Anche questo sermone è rivolto ai catecumeni, anzi ai competentes (dal latino competo che significa «tendere a», al par. 4. tradotto con «candidati al battesimo») ossia a coloro che, dopo anni di preparazione, all'inizio della quaresima avevano espresso il desiderio di ricevere il battesimo nella Pasqua seguente. Erano chiamati così anche a Milano e in Africa, mentre a Roma erano detti «electi» come si usa ancora oggi nel Rito dell'iniziazione cristiana degli adulti. L'omelia probabilmente fu pronunciata il Lunedì della quinta domenica di quaresima. Cromazio riflette sul battesimo che definisce «nuova nascita», nascita «celeste», «secondo lo Spirito». Si noti l'espressione «spiritalis uterus Ecclesiae»: la Chiesa è come un ventre materno capace di dare la vita della grazia. Segno visibile ne è la vasca battesimale da cui si esce figli di Dio.
Sermone XL: La preghiera del Signore (Mt 6,9-13)1
Ascoltate ora, o miei cari, come insegni ai suoi discepoli a pregare Dio Padre onnipotente: «Ma tu, quando preghi, entra nella tua stanza e, chiusa la porta, prega il Padre tuo». La stanza a cui accenna non indica una parte nascosta della casa, ma vuol ricordare che i segreti del nostro cuore si rivelano solo a lui. E il fatto di dover pregare Dio a porta chiusa significa che dobbiamo misticamente chiudere a chiave il nostro cuore per ogni pensiero cattivo e parlare con Dio senza aprir bocca e con animo puro. Il nostro Dio ascolta la voce della fede e non il suono della parole. Chiudiamo dunque con la chiave della fede il nostro cuore alle insidie dell'avversario e spalanchiamolo solo a Dio di cui, come si sa, è il tempio, affinché, mentre abita nei nostri cuori, sia lui ad assisterci nelle nostre preghiere. Cristo, nostro Signore, Parola di Dio e Sapienza di Dio, ci ha dunque insegnato questa orazione, in modo che preghiamo così:
«Padre nostro che sei nei cieli». Sono parole, queste, di uomini liberi e piene di confidenza.
Voi dovete dunque comportarvi in modo da poter essere figli di Dio e fratelli di Cristo. Chi, infatti, traligna dalla sua volontà, con quale temeraria presunzione può chiamare Dio suo Padre? Perciò voi, o carissimi, mostratevi degni dell'adozione divina, poiché è scritto: «A quanti credettero in lui diede il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1, 12).
«Sia santificato il tuo nome». Ciò non significa che le nostre preghiere santificano il Signore, che è sempre santo; ma chiediamo che il suo nome sia santificato in noi, affinché, santificati nel suo battesimo, perseveriamo in ciò che incominciamo ad essere.
«Venga il tuo regno». E quando non regna il nostro Dio, soprattutto dal momento che il suo regno è immortale? Ma quando diciamo: «Venga il tuo regno» chiediamo che venga il nostro regno, quello che ci è stato promesso da Dio e che la passione e il sangue di Cristo ci hanno ottenuto.
«Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra», cioè la tua volontà si compia in modo che noi facciamo irreprensibilmente sulla terra ciò che tu comandi in cielo.
«Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Qui dobbiamo capire che si tratta di un cibo spirituale, perché il nostro pane è Cristo che ha detto: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo»; e questo pane lo diciamo quotidiano, perché dobbiamo sempre chiedere di evitare il peccato in modo da essere degli alimenti celesti.
«E rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Questo precetto significa che noi non possiamo ottenere altrimenti il perdono dei nostri peccati se prima non perdoniamo a quanti hanno peccato contro di noi, secondo la parola del Signore nel Vangelo: «Se non perdonate agli uomini le loro colpe, neanche il Padre vostro perdonerà i vostri peccati » (Mt 6,15).
«E non c'indurre in tentazione», cioè non lasciarci in potere del tentatore, artefice del male. Infatti dice la Scrittura: «Dio, infatti, non tenta al male». Il tentatore invece è il diavolo e per vincerlo il Signore suggerisce: «Vegliate e pregate per non cadere in tentazione».
«Ma liberaci dal male». Egli si esprime così perché l'Apostolo ha detto: «Non sapete ciò che vi conviene chiedere». Dobbiamo dunque chiedere a Dio onnipotente che quanto la fragilità umana non è capace di preavvertire e di evitare, si degni di farcene capaci, nella sua bontà, Gesù Cristo nostro Signore che vive e regna, Dio, nell'unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen
La sintetica spiegazione al Padre nostro fu offerta da Cromazio ai catecumeni nella domenica che precedeva
la Pasqua e nella quale venivano loro consegnati il Credo e la preghiera del Signore (traditio symboli e traditio orationis dominicae).
La preghiera del Padre nostro «Padre nostro che sei nei cieli» (Mt 6,9).
È un’espressione di libertà, colma di fiducia.
Dunque, dovete avere questa condotta di vita, per poter essere figli di Dio e fratelli di Cristo. Infatti, chi oserà chiamare temerariamente Dio suo Padre, se trasgredisce la sua volontà?
Di conseguenza, carissimi, mostratevi degni dell’adozione divina, poiché sta scritto: « A quanti hanno creduto in lui, ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).
«Sia santificato il tuo nome» (Mt 6,9):non perché Dio venga santificato con le nostre preghiere, lui che è sempre santo, bensì chiediamo che il suo nome sia santificato in noi, affinché mentre veniamo santificati nel suo battesimo, siamo perseveranti in ciò che abbiamo iniziato a essere.
« E rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori »: Il significato di questo insegnamento è che noi non possiamo ottenere il perdono dei peccati se prima non perdoniamo coloro che hanno commesso una colpa contro di noi, in conformità a quanto il Signore dice nel Vangelo: « Se non perdonerete agli uomini le loro colpe, neppure il Padre vostro perdonerà agli uomini le vostre colpe» (Mt 6,15).
«E non indurci in tentazione»: non permettere che siamo ingannati da colui che ci tenta, dall’autore della perversità. Dice, infatti, la Scrittura: «Dio non può essere tentato dal male» (Gc 1,13). Il diavolo, invece, è il tentatore; e per poterlo sconfiggere il Signore dice: «Vigilate e pregate per non cadere in tentazione » (Mt 26,41).
Cromazio di Aquileia, Sermone 40,2
Dal Sermone XLI: Le Beatitudini (Mt 5,1-12)
Questo concorso e affluenza di popolo in un giorno di mercato ci offre l'occasione di proporvi, fratelli miei, la parola del Vangelo, perché le cose di questo mondo sono generalmente figura delle realtà spirituali e le cose della terra offrono l'immagine di quelle del cielo. Infatti anche il Signore e Salvatore nostro ci richiama frequentemente le realtà celesti ricorrendo a quelle della terra, come quando dice: «Il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare» (Mt 13,47), o ancora: «Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di una perla preziosa » (Mt 13,45). Se dunque lo scopo del mercato è di consentire a ciascuno, secondi i propri interessi, di mettere in vendita ciò che ha di troppo o di acquistare quanto gli manca, non sarà fuor di luogo che anch'io vi esibisca la merce affidatami dal gnore, la predicazione celeste, dal momento che ha scelto anche me, sebbene infimo e indegno, fra quei servitori ai quali ha distribuito dei talenti per essere impiegati e trarne guadagno. E certamente i mercanti non mancheranno là dove, per grazia di Dio, ci sono tali e tanti uditori.
D'altra parte è più necessario cercare un guadagno celeste là dove non si trascurano gli interessi materiali. Il mio desiderio è di proporvi, fratelli carissimi, le perle preziose delle beatitudini estratte dal santo Vangelo; perciò aprite i forzieri del vostro cuore, comperate, prendete con avidità, impossessatevi con gioia.
«Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli». Principio stupendo, fratelli miei, della dottrina celeste. Il Signore non comincia dalla paura, ma dalla beatitudine, non suscita timore ma piuttosto desiderio. Come un arbitro o un impresario circense, egli propone un premio importante ai lottatori di questo stadio spirituale, affinché non temano le fatiche e non tremino davanti ai pericoli in vista del premio. «Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli». Il Signore non ha detto semplicemente, senza precisare, che sono felici i poveri, ma ha specificato: «i poveri di spirito». Infatti non si può dire beata ogni povertà, perché essa deriva spesso da disgrazia, da costumi depravati e persino dalla collera divina.
Beata è dunque la povertà spirituale, di quegli uomini, cioè, che in spirito e in volontà si fanno poveri per amore di Dio, rinunciando ai beni del mondo e donando spontaneamente le proprie ricchezze. Questi sono chiamati beati a giusto titolo, perché sono «poveri di spirito e perché di essi è il regno dei cieli»; infatti, per mezzo della povertà volontaria conseguono le ricchezze del regno dei cieli.
Il Signore prosegue: «Beati i miti, perché possederanno la terra». In modo mirabile, dopo il primo gradino, ci viene indicato il secondo: «Beati i miti, perché possederanno la terra». Ma come non è possibile, senza rispettare l'ordine degli scalini, fermarsi sul secondo se non abbiamo salito il primo, così non possiamo essere miti se prima non siamo diventati poveri di spirito. Come potrebbe uno spirito in mezzo alle ricchezze, alle preoccupazioni e agli affanni del mondo, da cui nascono agitazioni, processi, ricorsi in appello, ire e malanimi senza fine, come potrebbe dico io, in mezzo a tutto ciò, uno spirito essere mite e tranquillo fin tanto che i venti non siano cessati; il fuoco non si spegne fino a che non si toglie il materiale incendiabile e le frasche secche degli arbusti spinosi. Allo stesso modo uno spirito non potrà essere mite e tranquillo fino a che non avrà rinunciato a quanto eccita e infiamma. Il secondo gradino viene dunque assai opportunamente dopo il primo, perché i poveri di spirito sono già sulla strada della mansuetudine.
Ed ecco il terzo: Beati coloro che piangono, perché saranno consolati. Quali sono per noi queste lacrime salutari? Non certo quelle che nascono dalla perdita dei nostri beni, o dalla morte dei nostri cari, o dalla perdita degli onori di questo mondo, cose tutte, queste, per le quali chi è ormai divenuto povero nello spirito non avrà a dolersi. Sono salutari quelle lacrime che si versano per i propri peccati, ricordando il giudizio di Dio. Infatti, in mezzo alle innumerevoli occupazioni e alle difficoltà di questo mondo, lo spirito non poteva pensare a se stesso, ma, libero ormai da cure e divenuto mansueto, si pone a guardare in sé più da vicino, a esaminare le proprie azioni del giorno e della notte; allora cominciano ad apparire le ferite delle colpe passate, da cui seguono pianti e lacrime salutari e tanto utili da attirare subito la consolazione celeste, poiché è veritiero chi ha detto: «Beati coloro che piangono, perché saranno consolati»...
Ecco, fratelli miei, sotto i nostri occhi questi otto gradini del Vangelo, costruiti, come avevo detto, di pietre preziose. Ecco sotto i nostri occhi quella scala di Giacobbe che dalla terra con la sua cima toccava il cielo; chi vi sale trova la porta del cielo ed, entratovi, starà senza fine con gioia alla presenza di Dio per lodare il Signore con gli angeli santi in eterno. Ecco il nostro commercio, ecco il mercato spirituale. Doniamo, o benedetti, ciò che possediamo; offriamo la povertà dello spirito per ricevere la ricchezza del regno dei cieli che ci è stata promessa; offriamo la nostra mansuetudine, per possedere la terra e il paradiso; piangiamo i peccati, sia i nostri che quelli degli altri, per meritare di essere consolati dalla bontà del Signore; cerchiamo di aver fame e sete di giustizia, per esserne più abbondantemente saziati; usiamo misericordia, per ottenere la vera misericordia; viviamo come operatori di pace, per essere chiamati figli di Dio; offriamo un cuore puro e un corpo casto per poter vedere Dio con chiara coscienza; non temiamo affatto di venir perseguitati per la giustizia, per diventare eredi del regno dei cieli; accogliamo con gioia e con letizia gli insulti, i tormenti, la morte stessa, se dovesse succedere, per la verità di Dio, al fine di ricevere in cielo una grande ricompensa con gli apostoli e i profeti.
E ora desidero concludere il mio discorso in corrispondenza all'esordio: se i commercianti si rallegrano per i fragili guadagni del momento, quanto più dobbiamo rallegrarci e felicitarci tutti insieme per aver oggi trovato tali perle del Signore alle quali non può essere paragonato alcun bene di questo mondo. Per meritare di acquistarle e di possederle, dobbiamo chiedere il soccorso, la grazia e la forza al Signore stesso, a cui sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.
1 È riportata qui solamente una parte del commento alle otto beatitudini proclamate da Gesù. Cromazio le definisce «perle (margaritae) del santo evangelo» e le presenta come altrettanti gradini che conducono a Dio. Ad Aquileia è giorno di mercato e il vescovo sviluppa un efficace parallelismo tra gli acquisti materiali e quelli spirituali
Trattato LIV: Il segno di Giona (Mt 16,1-4)
1. «Una generazione malvagia cerca un segno e non le sarà dato altro segno che quello di Giona» (Mt 16,4). La generazione malvagia e adultera dei Giudei, mentre nella sua infedeltà chiede che le venga dato un seno dal cielo, non meritò di ricevere in fronte il segno della croce, il solo che fu dato a salvezza dei credenti, proprio quel segno del quale in Isaia si legge:
«Innalzate un vessillo per le nazioni» (Is 62,10). È anche dello stesso segno che è dato di leggere in termini assai chiari in Ezechiele, quando afferma: «Passa in mezzo alla città di Gerusalemme e imprimi il sigillo sulla fronte dei viventi, di quelli che piangono sulle iniquità del mio popolo». Poco dopo aggiunge pure: «Andate, colpite ogni uomo ed ogni donna, dal più piccolo fino al più grande tra di essi; non vogliate risparmiare neanche i vecchi. Ma quelli sui quali troverete il mio sigillo1, lasciateli andare e cominciate proprio dai miei santi» (Ez 9,4-6).
Se i farisei e i sadducei avessero voluto conoscere o comprendere questo segno di salvezza, nel quale soltanto c'è via di vita e salvezza, non avrebbero mai e poi mai richiesto un altro segno. Ricevono ciononostante il segno di Giona, nel quale venne fatto balenare in modo manifesto il mistero della passione e della risurrezione del Signore. Anche se in un trattato precedente abbiamo parlato diffusamene del segno di Giona, dal momento che anche qui si fa cenno allo stesso Giona, ci viene fatto l'obbligo di ripercorrere in sintesi ciò che è stato detto in precedenza, perché dal tema riproposto sia dato conseguire una rinnovata grazia della fede.
2. Giona viene inviato a predicare alla gente di Ninive; dovette sopportare le forze scatenate del mare. Il Figlio di Dio, inviato dal Padre ad annunciare la salvezza di tutto il genere umano, deve affrontare – si tratta di un esempio pressoché eguale – la tempesta del mare, cioè la persecuzione del secolo, scatenata dal popolo giudaico. Nel primo caso il vento solleva i marosi a danno di Giona; nel secondo, lo spirito immondo aizza la plebe contro il Signore.
Infine: come quella nave, entro la quale si trovava Giona, sorta la tempesta, veniva sballottata qua e là dai più diversi marosi, così la sinagoga, nella quale il Signore si trovava, veniva spinta allo sbaraglio dagli spiriti immondi, con l'intento di farla sprofondare nei perigliosi flutti di morte.
Sappiamo però che Giona, pur nel mezzo del pericolo, tranquillo dormiva e russava anzi, immerso nel sonno; allo stesso modo anche il Signore, pur nel pericolo che gli veniva dalla sinagoga, in forza della sua natura divina, dormì sereno nel sonno della sua passione. Giona, buttato tra i flutti del mare, viene accolto da un cetaceo; similmente il Signore viene accolto dalla morte.
3. Ma, come quel cetaceo non poté né digerire Giona, né tenerselo entro il ventre mentr'era ancora vivo, allo stesso modo la morte, cupida, ricevette sì dentro di sé il Signore, ma poiché non poteva trattenere dentro colui che è il vivente e colui che non può essere circoscritto, lo rigettò il terzo giorno, come era accaduto a Giona ad opera del cetaceo. La morte, che era solita trangugiare i morti e digerirli, stomacata, rigettò il Signore vivente. Di fatto non le sarebbe riuscito digerirlo; perché era come pietra, dato che l'apostolo così lo definisce: «La pietra poi era Cristo» (1Cor 10,4). Il pesce che aveva inghiottito Giona lo ributtò fuori solamente; qui è la differenza con il Signore: la morte, dopo aver inghiottito il Signore, rivomitò non solo lui, ma molti con lui. Leggiamo difatti che molti corpi di santi risorsero quando il Signore morì.
Si può spiegare mediante un altro paragone: vi sono di quelli che, per rigettar su tutto quello che hanno dentro lo stomaco, prendono delle bevande che provochino il vomito; lo stesso è successo alla morte. Assorbì il corpo del Signore, ma era un cibo che ha avuto l'effetto delle bevande di cui si è appena parlato, così da essere costretta a vomitare anche gli altri corpi che teneva in custodia. La morte, infatti, inghiottendo il corpo del Signore, non riuscì ad intaccarne le carni; piuttosto essa fu ferita mortalmente dalla carne, poiché la carne del Signore non era tale da lasciarsi divorare dalla morte, ma era come una spada di pietra che troncò la gola della morte. Per cui essa si ingannò a proposito del corpo del Signore: la morte ingannò se stessa. Spalancò ben bene le sue fauci; era persuasa di esser come di fronte ad Adamo: l'aveva inghiottito e divorato; pensava di poter fare altrettanto con il secondo Adamo: l'avrebbe inghiottito e divorato, diceva tra sé e sé. Ma fu ingannata dalla carne del Signore. Difatti, mentre gli si getta sopra bramosa di divorarlo, essa fu invece piuttosto presa e divorata. Anche ciò era attestato; dice la Scrittura: «La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov'è, o morte, il tuo pungiglione? Dov'è, o morte, la tua vittoria?» (1Cor 15,54).
Il signum Ionae trova corrispondenza nel pavimento musivo dell'aula sud della prima domus ecclesiae di Aquileia, conosciuta dallo stesso Cromazio. In esso sono riproposti i tre momenti della vicenda del profeta e quindi le tre tappe del mistero della morte e risurrezione di Cristo. L'omelia inoltre sviluppa i temi della persecuzione subita da Gesù da parte ebraica e della salvezza portata da Cristo ai morti prima di lui. «Descendit ad inferna» dice il Simbolo di fede in uso ad Aquileia, e nel Trattato LA si legge che «il Figlio di Dio avrebbe visitato/purificato/illuminato (in latino si usa il verbo lustro) gli inferi e che sarebbe risuscitato il terzo giorno».
Cromazio di Aquileia, Commento al vangelo di Matteo, 1,Trat.17
(Mt 5,1-12) Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Non per il fatto che sono poveri si deve concludere che siano beati! Non è certo l’indigenza a renderci beati, ma la fede di una povertà abbracciata volontariamente. Si tratta qui di coloro che, disprezzate le ricchezze di questo mondo, allo scopo di diventare ricchi davanti a Dio, scelsero di essere poveri di fronte al mondo. Il mondo li giudica poveri, ma essi sono ricchi davanti a Dio; bisognosi di tutto, secondo i criteri del mondo, ma ricchi di fronte a Cristo. Il primo esempio di siffatta povertà è riscontrabile negli apostoli. Essi disprezzarono ogni potenza riposta nelle ricchezze; al primo risuonare della voce del Signore, subito lo seguirono e così meritarono di divenire suoi discepoli. L’apostolo Paolo rende testimonianza che sotto tale povertà, si nascondono immense ricchezze celesti; scrive: Non hanno nulla, eppure possiedono tutto! (2Cor 6,10). Beati i miti, perché erediteranno la terra. Per miti si devono intendere gli uomini mansueti, umili, modesti, di fede semplice, che sanno sopportare ogni sorta di offesa: saldi nei comandi evangelici, sanno imitare l’esempio di mansuetudine del Signore che così si esprime: Imparate da me che sono mite e umile di cuore. Beati i miti, proclama dunque il Signore; ad essi promette il possesso di quella terra felice, non nella vita presente, ma nella futura. Concorda il salmo che così si esprime: I miti possederanno la terra e godranno di una grande pace. Beati i puri di cuore perché vedranno Dio. Anche Davide, ben sapendo che solo con cuore integro si può vedere Dio, supplica in un salmo: Crea in me, o Dio, un cuore puro; rinnova in me uno spirito saldo. Nel regno celeste i puri di cuore meriteranno di vedere il Dio della gloria, non come in uno specchio, in maniera confusa, ma volto a volto, come assicura l’apostolo. Allora lo vedremo in tutto il suo fulgore quando, pronti per la gloria celeste, contempleremo il Dio immortale con i nostri occhi resi immortali. Allora si adempirà per noi l’augurio scritto nel salmo: Come abbiamo udito, così abbiamo visto nella città del Signore delle schiere.
Cromazio di Aquileia, Commento al vangelo di Matteo, 1,Trat.17
(Mt 5,1-12) Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Non per il fatto che sono poveri si deve concludere che siano beati! Non è certo l’indigenza a renderci beati, ma la fede di una povertà abbracciata volontariamente. Si tratta qui di coloro che, disprezzate le ricchezze di questo mondo, allo scopo di diventare ricchi davanti a Dio, scelsero di essere poveri di fronte al mondo. Il mondo li giudica poveri, ma essi sono ricchi davanti a Dio; bisognosi di tutto, secondo i criteri del mondo, ma ricchi di fronte a Cristo. Il primo esempio di siffatta povertà è riscontrabile negli apostoli. Essi disprezzarono ogni potenza riposta nelle ricchezze; al primo risuonare della voce del Signore, subito lo seguirono e così meritarono di divenire suoi discepoli. L’apostolo Paolo rende testimonianza che sotto tale povertà, si nascondono immense ricchezze celesti; scrive: Non hanno nulla, eppure possiedono tutto! (2Cor 6,10). Beati i miti, perché erediteranno la terra. Per miti si devono intendere gli uomini mansueti, umili, modesti, di fede semplice, che sanno sopportare ogni sorta di offesa: saldi nei comandi evangelici, sanno imitare l’esempio di mansuetudine del Signore che così si esprime: Imparate da me che sono mite e umile di cuore. Beati i miti, proclama dunque il Signore; ad essi promette il possesso di quella terra felice, non nella vita presente, ma nella futura. Concorda il salmo che così si esprime: I miti possederanno la terra e godranno di una grande pace. Beati i puri di cuore perché vedranno Dio. Anche Davide, ben sapendo che solo con cuore integro si può vedere Dio, supplica in un salmo: Crea in me, o Dio, un cuore puro; rinnova in me uno spirito saldo. Nel regno celeste i puri di cuore meriteranno di vedere il Dio della gloria, non come in uno specchio, in maniera confusa, ma volto a volto, come assicura l’apostolo. Allora lo vedremo in tutto il suo fulgore quando, pronti per la gloria celeste, contempleremo il Dio immortale con i nostri occhi resi immortali. Allora si adempirà per noi l’augurio scritto nel salmo: Come abbiamo udito, così abbiamo visto nella città del Signore delle schiere.
PASTORE E MAESTRO DA SEDICI SECOLI
Fonti varie