CROMATIANUM ......... Cenacolo culturale "Fides et Ratio"

domenica, 17 febbraio 2008

La Chiesa di Gerusalemme

DECRIPTARE LA BIBBIA...



 
IL CRISTIANESIMO DI FRONTE AD UNA BIBBIA SEGRETA

di Alessandro Conti Puorger
per Edicolaweb

 

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LA CHIESA DI GERUSALEMME E LA GRANDE CHIESA
Il seguente rapido escursus degli sviluppi della Chiesa alle origini fa capire come e perché ci fu il graduale abbandono dell’esegesi biblica ebraica e dell’uso dei libri dell’A.T. in ebraico nella Grande Chiesa rispetto a quanto usava la Chiesa di Gerusalemme.
Una questione, infatti, dibattuta nel Concilio Vaticano II fu la definizione dei giudeo-cristiani e del loro numero.
Nella sessione del 28.10.1965 fu accettato il concetto che si trova al n.4, lin. 10 ss "Recordatur etiam ex populo iudaico natos esse … plurimus illos primos discepulos, qui Evangelium Cristi mundo nuntiaverunt"; e veniva ammessa l’esistenza d’una Chiesa ex circumcisione, numerosa e forte, parallela a quella ex gentibus, detta Grande Chiesa, prendendo così atto delle scoperte archeologiche dello Studium Biblicum Francescanum di Gerusalemme in città ed in Galilea con gli scavi del Dominus Flevit, di Nazaret, di Khirbet Kilkish e degli studi di J.Daniélou sulla teologia giudeo-cristiana, che mutavano i pensieri sulla Chiesa primitiva.
Giudeo-cristiane sono le comunità della Chiesa antica, reclutate tra i giudei, di Palestina o della diaspora, che intendevano coniugare la fede in Gesù-Messia con le prescrizioni della Torah, la maggior parte cioè, degli evangelizzati dalla prima comunità di Gerusalemme.
La predicazione di Gesù di Nazaret attuata essenzialmente in Palestina, a Tiro e Sidone e nella Traconide, terra dei Gadareni, raccolse i 12 apostoli, ma anche numerosi discepoli e simpatizzanti.
Nell’inviare i dodici in missione li istruì: "Non andate tra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani: rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele." (Mt. 10 5b); tra i Samaritani andrà lui Gv. 4, poi vi predicò il diacono Filippo, Pietro e Giovanni.
Anche alla Cananea, alla quale guarì la figlia, disse: "Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d’Israele." (Mt. 15,24)

Questi cenni dei Vangeli riflettono un atteggiamento proprio del giudaismo nato dopo la distruzione del 1° Tempio (586 d.C.), definita "Ombroso particolarismo ed entusiastico universalismo sono i due aspetti fondamentali del monoteismo israelitico: il giudaismo sarà continuativamente attratto, nel corso dei secoli seguenti, verso queste due opposte direzioni. Questa tensione è in effetti la caratteristica dominante della sua storia." da Simon e Benoit in "Giudaismo e Cristianesimo" (Biblioteca universale Laterza 1985).

La predicazione, morte e risurrezione di Gesù furono capaci di raccogliere a Gerusalemme per la prima Pentecoste un nucleo di fedelissimi "il numero delle persone radunate era circa 120."(At. 1,14.15 ) da cui nacque la Comunità di Gerusalemme, essenzialmente di Ebrei.
Gli Atti degli Apostoli indicano il gran numero (3.000) di convertiti nella Pentecoste del 30 d.C. (At. 2,41e 2,48), arrivato a 5.000 (dei soli uomini - At. 4,4), cresciuto (At. 5,14 e 19,20) fino a raggiungere molte migliaia (At. 21,20) nell’epoca relativa a tali Atti (30-60 d.C.); infatti, la Chiesa di Gerusalemme "cresceva moltiplicandosi in modo sorprendente grazie a Giacomo, che il Signore aveva ordinato vescovo e che la governava amministrandola in modo più che retto." (Recogniziones di Pseudo Clemente I 44)
La Chiesa di Gerusalemme dei convertiti raggruppatisi attorno alle "colonne" Giacomo, Cefa e Giovanni (Gal 2,9), era costituita di:

- ebrei poveri e bisognosi (At. 6,1);
- uomini "gelosamente attaccati alla legge" mosaica (At. 21,20);
- alcuni farisei (At. 15,5);
- vari ellenisti (At. 6,1) e numerosi erano gli ebrei della diaspora;
- vari sacerdoti (At. 6,7).

Una disposizione ufficiale, risalente a Cesare, assicurava ai giudei della diaspora ed a quelli di Palestina di poter praticare il proprio culto, che lo Stato romano rispettava ("religio licita" - le monete erano senza immagini umane, gli stranieri non potevano entrare nel Tempio) per l’antichità dei riti, e li dispensava dai doveri civici incompatibili con quella fede e dai riti del culto imperiale e la maggior parte dei giudei della diaspora che s’era abituata a vivere tra i pagani, non poteva sottrarsi del tutto alla loro influenza, ignorava in genere l’ebraico, parlava latino o greco.
Questi non s’associarono alle rivolte del 67-70 e del 132-135 d.C. anche se riconoscevano Gerusalemme come la città santa e vi facevano un pellegrinaggio almeno una volta nella vita, riconoscevano l’autorità del Sinedrio e del Patriarca e pagavano l’imposta annuale del Tempio.
Molti ebrei, non solo in Egitto e nelle altre nazioni, ma anche nella stessa Palestina avevano imparato il greco alla perfezione in quanto apriva a posizioni influenti, l’élite frequentava i ginnasi e manteneva la fede d’Israele.

La traduzione in greco della Bibbia detta dei Settanta fu invero effettuata per soddisfare il desiderio della colonia giudaica di lingua greca d’Alessandria d’avere un testo d’uso corrente. (Nella lettera d’Aristea 150-100 a.C. c’è il racconto, di come Tolomeo II -285-247 a.C. fece tradurre la Torah in greco da 72 scribi fatti appositamente venire da Gerusalemme, processo che poi si estese anche agli altri libri e si concluse sulla fine del II sec. a.C.)
La Bibbia dei Settanta, fu poi respinta dal giudaismo rabbinico che dichiarò vincolante il testo ebraico, mentre i cristiani proseguirono con tale testo in greco che fu sempre più interpretato sotto quel punto di vista. (Ad esempio, il Tetragramma fu sostituito con il Signore, come si pronunciava per rispetto. L’influenza greca si sentì pesantemente in quella traduzione, come nel caso di "Io sono colui che sono" con "Io sono l’esistente" o "Io sono colui che è." Graf Reventlow Henning, in "Storia dell’interpretazione biblica" - Piemme 99, al riguardo dice: "Soprattutto l’idea della risurrezione dei morti e della vita eterna, che affiora soltanto ai margini dell’Antico Testamento in scritti tardivi come Dn. 12,1-3 e Is. 26,19, viene inserita nei Settanta in diversi passi come Sal. 1,5, Is. 38,16 e Gb. 19,26. Nella composizione poetica ebraica di Gb, il Giobbe sofferente esprimeva la convinzione che, prima ancora della sua dipartita, avrebbe visto la propria giustificazione davanti a Dio, da lui tanto attesa.")

La traduzione dei Settanta pur se spesso si discosta dalla lettera del testo ebraico masoretico fu adottata anche nella liturgia di sinagoghe della diaspora e venne a portata di mano anche dei pagani e fu così un’efficace propaganda religiosa, ma "Essa testimonia però anche l’influsso di categorie del pensiero greco sul giudaismo della diaspora; tende ad eliminare o attenuare ciò che poteva urtare un pagano colto, riduce gli antroporfismi del testo ebraico, spiritualizza l’immagine divina, traduce espressioni e nozioni tipicamente semitiche in termini e concetti derivanti dalle scuole filosofiche greche." ("Giudaismo e Cristianesimo" di Simon e Benoit-Bib, Universale Laterza 1985)
I rabbini palestinesi, infatti, dichiararono che il giorno della traduzione della Bibbia dei Settanta fu nefasto come quello del vitello d’oro, sì che le tenebre offuscarono il mondo per trenta giorni.
Quei testi però aprirono la via portata avanti Filone con l’interpretazione allegorica dei testi sacri (ripresa poi sotto alcuni aspetti da San Paolo) per una sintesi dei fondamenti della rivelazione biblica e dei principi più avanzata della filosofia di quei tempi.

Filone, che nacque da facoltosa famiglia ebrea d’Alessandria nel 20 a.C. (risulta che fece parte di una legazione di giudei d’Alessandria a Roma presso Caligola nel 39-40 d.C.) godette d’ampia formazione greca e di filosofia ellenistica, nel cui ambito fu fondamentalmente un Platonico, conobbe bene la Sacra Scrittura nella traduzione dei Settanta (che nel giudaismo ellenistico era considerato testo ispirato come l’originale ebraico) e sosteneva che nella Bibbia c’è la verità, ma nascosta in allegorie valide anche per il mondo greco, estrapolabili in quanto i Greci certamente hanno mutuata la loro filosofia da Mosè (De mutatione nominum).
Questo metodo d’interpretazione, che alcuni pagani avevano applicato alle opere d’Omero, aldilà dei miti e dei racconti, tende a trovare la quintessenza spirituale che vuole essere trasmessa.
Di questa, s’era già servita la già accennata "Lettera d’Aristea o pseudo-Aristea" per giustificare i divieti alimentari della Torah.
Ciò nonostante la sinagoga della diaspora, pur se aperta ai pagani simpatizzanti (Vedi Mt. 23,15; At. 2,11; 6,5; 13,43), non riusciva col proprio legalismo ad attrarre i pagani, sensibili al problema della salvezza e dei culti misterici, come invece fece il Cristianesimo col fresco annuncio cristiano della Chiesa nascente del Salvatore incarnato, morto e risorto.
Il metodo allegorico ebbe grande influenza nella Chiesa che nasceva tra le nazioni, dopo la prima persecuzione di Erode Agrippa (42-44 d.C.), epoca in cui molti convertiti portarono il Vangelo a Roma e sulle costa fenicia. In Svetonio-Claudius 25 si trova: "I Giudei che tumultuavano continuamente per istigazione di Cresto, egli (Claudio) li scacciò da Roma"; notizia ripresa da Dione Cassio che sembra rettificare: …egli (Claudio) non li scacciò ma ordinò di non tenere riunioni, pur continuando nel loro tradizionale stile di vita. (Hist. 60,6,6 - siamo al 41 d.C., morto l’imperatore Caligola).
Da Giuseppe Flavio Bell. 2.80 s’apprende che a Roma ai tempi di Gesù c’era già una consistente comunità ebraica: "Nel frattempo Archelao dovette affrontare a Roma un altro giudizio contro alcuni giudei, che erano stati inviati prima della rivolta col permesso di Varo (governatore della Siria) per trattare del problema dell’indipendenza nazionale. Erano arrivati in 50, ma li appoggiavano più di 8000 giudei che vivevano a Roma."
Gli ebrei della diaspora avevano i privilegi d’"isopoliteia" (Ant. 12,119-124) concessi da Giulio Cesare (vedi Giuseppe Flavio Ant. 14,185-216), con piena libertà di culto, esentati dal venerare la statua dell’imperatore e dal servire nell’esercito (l’isopoliteia fu però di fatto negata ai cristiani, prova sono le "persecuzioni" e i Romani che in genere non s’interessavano di beghe religiose quella volta presero atto e sancirono di fatto che i Cristiani non erano più una setta ebraica.)
I primi cristiani di Gerusalemme, non avevano intenzione di separarsi dal giudaismo, di cui osservano le prescrizioni e molti si limitano ad assegnare un nome al Messia atteso dalla fede giudaica; cioè, allora, la Chiesa nascente era solo una delle sue sette e l’annuncio cristiano s’innestava su preesistenti idee religiose producendo varie sfumature nelle sette dell’ebraismo d’allora, le cui principali erano:

- scribi e farisei rispettosi con rigore della Legge e della tradizione;
- sadducei, (il loro nome sembra modellato su quello di Sadoq, grande sacerdote all’epoca di Salomone. Essi escono di scena nel 70 d.C. dopo la distruzione del Tempio) provenivano essenzialmente dall’aristocrazia sacerdotale, conservatori, in quanto s’attenevano all’interpretazione letterale delle Scritture canoniche e non accettavano la Torah orale e la fede nella risurrezione, la vita futura e l’angelogia che con le dottrine dell’aldilà sembravano un’innovazione rispetto alla fede prima dell’esilio;
- esseni, disgustati dal rigorismo legale e che si opponevano alle gerarchie e ai sacrifici del Tempio e, come i farisei, professavano la fede nell’aldilà ed erano rigorosi nelle pratiche rituali e nello zelo;
- seguaci di Giovanni Battista;
- samaritani, che avevano costruito un tempio (che fu distrutto da Giovanni Ircano nel 129 a.C.) rivale di quello di Gerusalemme;
- zeloti, estremisti, pronti alla guerra santa contro l’occupazione dei romani, considerati questi espressione del regno di satana;
- ebrei della diaspora più o meno ellenizzati;
- stranieri proseliti.

Tra i Romani occupanti ed i loro simpatizzanti, tra i mercanti greci, fenici e arabi e la congerie di stranieri (At. 2,9-11) circolavano anche le idee del paganesimo razionalizzate con spiegazioni filosofiche che intendevano offrire un senso cosmologico alle sue favole religiose.
Con l’acquisizione alla Chiesa di giudei ed ellenizzanti si convertivano, infatti, un gran numero di pagani in quanto al seguito dei commercianti e delle loro carovane viaggiava la fede cristiana.
A tutto ciò s’univano fantasiose speculazioni, fatalismi di oroscopi astrologici ed mitologie connesse all’influenza dello Zoroastrismo della Media e della Persia (religione salvifica e dualistica. Dio con i suoi Santi immortali s’oppone allo Spirito cattivo e ai corrispondenti Antisanti Demoni ed ha un suo proprio libro sacro l’Avesta. L’uomo ha il libero arbitrio ed è aiutato dalla religione a vivere nel campo buono. Alla morte tre giudici pesano le azioni e si va in un paradiso o inferno provvisorio, poi ci sarà una fine dei tempi, i corpi risusciteranno, tutto sarà purificato dal fuoco e le anime dei puri saranno immuni e i cattivi saranno purificati nel fuoco. Questa religione, che si espanse anche in India - Parsi - fu predicata nel VI-VII sec. a.C. da Zarathustra e fu fonte di tante eresie - nestoriane - non fu distrutta dall’Islam, fiorì nella letteratura e se ne trova traccia tra gli sciti.)
In questa sfaccettata realtà con attiva evangelizzazione nascevano le prime comunità, mentre circolavano anche religioni misteriche che offrivano agli uomini la conoscenza delle realtà prime ed ultime ed un sistema etico per liberare l’anima dalla prigionia del corpo e del mondo assicurando la felicità futura, idee che influivano nello gnosticismo giudaizzante che iniziò a serpeggiare, causa poi d’eresie.
È anche da considerare che taluni tra quelli che procedevano all’annuncio non sempre erano in piena sintonia nella predicazione con quella che poi fu definita l’ortodossia, ad esempio:

- un Apollo, che non conosce che il battesimo di Giovanni (At. 18,25s);
- falsi o superapostoli (2 Cor. 11,5 e 13 Ap. 2,2);
- esorcisti ambulanti (At. 19,13);
- già farisei, che volevano la circoncisione dei convertiti (At. 15 1 e5);
- discepoli di Giovanni che lo ritengono il Messia (Lc. 7,26-29);
- culto degli angeli di tipo essenico (Col. 2,18);
- Cerinto, che insegna che Gesù è solo un uomo.

Con la predicazione sempre più numerosi furono gli ascoltatori ed i convertiti e si distinguevano due principali rami:

- ebrei, anche della diaspora, alcuni pagani semitizzati e proseliti ellenisti che conservarono le categorie ebraiche midrashiche e simboliche nell’esegesi biblica, (Girolamo) e la teologia (vari Padri della scuola antiochiena Origene, Epifanio).
- ebrei della diaspora e simpatizzanti, proseliti ellenisti ad Antiochia, in Galazia, a Corinto e pagani (Gal. 2,1ss; 1Cor. 1,13) che preferirono l’universalismo di Paolo;

Col nascere delle comunità cominciava a svilupparsi un pensiero teologico che solo gradualmente poté dare una risposta organizzata ed "ortodossa" ai vari aspetti delle filosofie, religioni, miti e credenze incontrate negli ascoltatori della predicazione, avvisaglia delle prime storture, radice di quelle che poi furono catalogate in eresia.

Tra i convertiti del secondo gruppo si riconoscevano:

- nazirei cattolici, ebrei nei riti (sabato, circoncisione, ecc.);
- ebioniti, solo alcuni non eretici (Cristo profeta, Messia dal battesimo);
- gnostici e samaritani, questi ultimi seguaci di Simon Mago (At. 8);
- correnti encratiche che vivevano in povertà, verginità e in austerità, paralleli cristiani ai monaci esseni di Qumran.

La prima problematica fu l’osservanza o meno dell’intera legge di Mosè per i convertiti provenienti dal paganesimo, che si risolse con il primo Concilio di Gerusalemme, ma che portò un cambiamento reale di mentalità solo dopo alcuni secoli .
La maggior parte dei giudei cristiani propendevano per Giacomo, ed i gentili-cristiani per Pietro pur se in Palestina, soprattutto in Galilea esisteva, una prevalenza petrina come dimostrano gli scavi a Cafarnao, ed a Gerusalemme tenevano il luogo Dormitio Mariae; l’autore anonimo delle "Costituzioni Apostoliche" (PG 1,1085-6) registra una parità di primato tra Gerusalemme e Roma e cita anche Antiochia tra le sedi principali della Chiesa d’allora pur se in secondo piano.
È stato stimato che nel 70 d.C. i cristiani ed i catecumeni erano sui 35-40.000 e che nel 100 d.C crebbero di 8 volte superando il numero di 300.000 (Il grande atlante della Bibbia, edizione Reader’s Digest 86 curata da Gianfranco Ravasi) su tutto il territorio dell’impero romano e di questi circa 80.000 erano in Asia Minore.
Ireneo, vescovo di Lione in Gallia nel 185 d.C. accenna quale era l’espansione nell’Asia Minore, a Roma ad Alessandria, a Cartagine, in Spagna ed anche a nord fino a Colonia, nella valle del Reno.
Tertulliano alla fine del II secolo scrive: "Siamo appena nati ieri eppure abbiamo già oltrepassato i limiti del vostro impero: le vostre città, isole, fortezze, assemblee, accampamenti, palazzi, senato, foro, tutti sono gremiti di Cristiani."
Da questa rapida espansione risultò l’impossibilità pratica per la Grande Chiesa di procedere col catecumenato all’insegnamento della Torah in ebraico, della cultura Biblica e della completa tradizione e fu data sempre maggiore importanza alla teologia della grazia di cui era stato assertore Paolo rispetto al rigorismo della Legge farisaica ("A Mosè sono state rivelate 613 prescrizioni, 365 proibizioni, corrispondenti all’anno solare e 248 comandamenti, corrispondenti alle ossa dell’uomo." - Makkot 23b)
Paolo, anche se fece molti viaggi, in quei decenni di grande evangelizzazione ebbe giocoforza influenza limitata al settore geografico d’alcuni centri dell’Asia Minore e della Grecia; a Roma v’arrivò che la predicazione c’era già stata (non da parte di Pietro, su ciò non concorda Eusebio - l’espulsione da parte di Claudio nel 49 d.C. rivela che c’era già una comunità cristiana, anche la lettera ai Romani del 58d.C. non parla di Pietro).
Al riguardo nella "Nouvelle histoire de l’Eglise" di J.Daniélou e H.I.Marrou - Paris 1963 si legge questa sintesi: "Per Paolo che pensa ai pagano-cristiani, è essenziale liberare il cristianesimo dalle aderenze giudaiche. Pietro, invece, teme defezioni da parte dei giudei-cristiani che, sotto la pressione del nazionalismo giudaico, rischiano di tornare al giudaismo; e perciò vuole mantenerli nella nuova fede mostrando loro che è possibile essere fedeli, nello stesso tempo, alla fede cristiana e alla legge Giudaica."

Il crescere d’importanza della teologia di Paolo, confermata dall’orientamento della Chiesa che inserì le lettere di Paolo nel canone del Nuovo Testamento, portò ad emarginare e ridurre d’importanza chi si collegava alla teologia dei meriti, rispetto a quella della grazia; sta di fatto però che i giudeo-cristiani continuarono per almeno tre secoli ad osservare le prescrizioni della Legge fin quando il Canone del NT fu completamente definito (Decreto Damasi 382 d.C.).
Bellarmino Bagatti in "Alle origini della Chiesa" scrive: "La più intensa occupazione romana della Palestina in seguito alla seconda guerra del 135, aveva reso più facile il contatto tra i cristiani dei due ceppi, giudeo e gentile, sia per la residenza che gli etnico-cristiani potevano prendere sul suolo già ebraico, sia per i pellegrinaggi che potevano intraprendere senza difficoltà. Così si conobbero meglio, ma se ciò per alcuni, fu un allargamento d’idee, per altri fu un motivo di iniziare una lotta religiosa. Infatti qualche gentilo-cristiano non poteva sopportare che i suoi correligionari perpetuassero, dopo più di un secolo dalla morte del Salvatore, quei riti ebrei che egli, avvezzo alla lettura di S. Paolo, credeva giuridicamente aboliti. I cristiani di ceppo giudaico, invece pensavano che era un male lasciare quei riti, perché né N. Signore, né gli Apostoli, ad eccezione di Paolo, li avevano aboliti."

Tra le posizioni estreme c’è la posizione moderata di Giustino in Dialogo con Trifone che sostiene il concetto che ognuno, sulla questione del rispetto dei principali precetti della Torah, faccia come vuole senza pretendere che l’altro si adegui o non si adegui perché la salvezza viene dal Cristo e non da quei precetti e ciò non sia motivo di litigi, ma vivano in comunione.
Di tale opinione è pure l’autore delle "Costituzioni Apostoliche" (PGI, 979-82) che critica chi pensa che dalla donna nei giorni del proprio ciclo s’allontanerebbe lo Spirito Santo e se morisse in quello stato non sarebbe salva e dice: "Non il lutto degli uomini, né le ossa dei morti, né i sepolcri, né i cibi, né le polluzioni notturne, possono macchiare l’anima dell’uomo."

Autori antichi, tra cui lo stesso S. Ignazio di Antiochia, che si nutriva di cultura ebraica, l’anonimo della Lettera di Barnaba (IX) e quello della lettera a Diogneto (IV,1) dissuadono i fedeli dal praticare costumanze che erano in contrasto con la grande Chiesa.
Già attorno alla fine del II sec., poi, le idee sugli scritti canonici, comunque erano già abbastanza chiare come risulta dal Frammento del Muratori (testo latino mutile della parte iniziale, ove evidentemente parlava dei Vangeli di Matteo e Marco e della fine, databile al più tardi al 200 d.C. - in quanto parla anche del Pastore d’Erma fratello di lui il Vescovo Pio che era allora sulla cattedra di Roma - testo scoperto da Ludovico Antonio Muratori nel 1740 nella Biblioteca Ambrosiana) che tra i testi sicuri cita:

- ..., Luca, Giovanni;
- Atti degli apostoli;
- Lettere di Paolo ai (I e II) Corinzi, Efesini, Filippesi, Colossesi, Galati, (I e II) Tessalonicesi, Romani, a Filemone, Tito, (due) Timoteo, (non indica la Lettera agli Ebrei);
- Lettera di Giuda, (due e non tre) di Giovanni, (non indica le due di Pietro e quella di Giacomo);
- (La sapienza di Salomone scritta da Filone !?)
- L’Apocalisse di Giovanni, l’apocalisse di Pietro (ma avverte che alcuni non l’accettano; poi esclusa dal canone definitivo)

Con Ireneo e con Origene la grande Chiesa iniziò a trattare alcuni giudeo-cristiani come una setta eretica (In Jon. 1,1 di questi Origene dice che si considerano gli eletti d’Israele, ma non ne raggiungono nemmeno il numero di 144.000 dell’Apocalisse); in particolare gli ebioniti (poveri) e/o nazareni che praticano le prescrizioni della Legge compresa la circoncisione, si volgono verso Gerusalemme nelle preghiere, sono ostili a Paolo considerato apostata, accettano solo il Vangelo apocrifo detto degli Ebrei (che considerano di Matteo).
Tra questi, in effetti c’erano alcuni per cui Gesù non era che un gran profeta su cui lo spirito di Dio scese al momento del battesimo e quest’eresia ha poi avuto gran peso sulla formazione del credo dell’Islam (Sull’influenza del giudeo-cristianesimo sull’Islam vedi W Rudolph, "Die Abhàngigkeit des Korans von Judentum und Christentum", Stuttgart 1922), altri consideravano che Gesù fosse stato innalzato allo stato divino al appunto al momento del battesimo, unendosi all’eone Cristo, identificato da alcun con lo Spirito Santo e da altri con l’angelo che s’incarnò in Adamo (echeggia l’idea dell’Adam Kadmon che circolò nella Cabbalà).

"Recogniziones di Pseudo Clemente III" e Ireneo Apol. 1,26,56 riferiscono dell’eresia di Simon Mago:
"Dio è la Potenza suprema che ha come corrispondente femminile il proprio pensiero - l’Ennoia che uscita dal padre come Minerva da Giove crea gli angeli ed il mondo, ma gli angeli l’imprigionarono in un corpo femminile che s’incarna di donna in donna, mentre la Potenza suprema si manifestò ai Giudei con il Figlio Gesù, ai samaritani come Padre, in lui Simon Mago, e in altri luoghi come Spirito Santo."

Quest’eresia circolava tra i samaritani che, riferisce Giustino, ai tempi d’Antonino Pio (138-161 d.C.) erano tutti seguaci di Simone, ma che un secolo dopo Origene - "Contra Celsum" 1,57- dice che non superavano ormai il numero di trenta.
Fu nel II sec. che le avvisaglie di crisi per disparità di sintesi teologica, causate dalla gnosi e dalle sue sette, con elucubrazioni ed inserimento di miti traendone miti e credenze arrivarono a situazioni da controbattere, e tra queste alcune procedevano pure con criteri pseudo giudaici sulle scritture; la scelta del giorno della ricorrenza della Pasqua fu poi elemento d’ulteriore divisione.
Ai Valentiniani, Perati, Cainiti, Ofiti … s’opposero Giustino, Ireneo, Ippolito, Epifanio; è di quel periodo una pletora di scritti inseriti poi tra gli apocrifi che nel III e IV sec. vieppiù si moltiplicarono (Nel 1945 a Nag-Hammadi si trovò una giara del V sec. con una biblioteca gnostica con 51 trattati).

Non può però farsi astrazione storicamente da tali testi che tramandano le credenze di primi cristiani trattandosi di materiale che apre spaccati antichi utili per comprendere la maieutica teologica.
Alcuni articoli di fede, infatti, trovano in quegli scritti conferme, come la Verginità di Maria, la discesa di Cristo agli inferi, l’assunzione al cielo di Maria (Vedi apocrifi sulla dormizio), come pure varie convinzioni consolidate, ad esempio i nomi dei genitori di Maria (Gioacchino e Anna), la presentazione di Maria al Tempio, la nascita di Gesù in una grotta e la presenza del bue e dell’asino, che i re Magi erano tre, con i loro nomi, il nome del centurione Longino, la storia della Veronica. (Vedi Apocrifi del N. T. a cura di Luigi Moraldi, TEA 91).

La gnosi sfociò nel dualismo e quindi nel manicheismo e s’arrivò con il marcionismo perfino al rifiuto dell’A. T. a cui però fu opposto un netto rifiuto; l’influenza di questa Chiesa giudeo-cristiana si fece così sentire per lungo tempo, e la Grande Chiesa, anche grazie a quella, non ha mai rinunciato a considerare a base del credo le Scritture; "L’Antico Testamento è una parte ineliminabile della Sacra Scrittura. I suoi libri sono divinamente ispirati e conservano un valore perenne poiché l’Antica Alleanza non è mai stata revocata." (Catechismo della Chiesa Cattolica n° 121)

I primi scritti a base del Vangelo di Matteo, sarebbero stati redatti proprio in ebraico, secondo Eusebio di Cesarea nel sua "Historia Ecclesiastica", (III, 39.16) che riporta di Papia di Gerapoli (II sec d.C.), la "Esposizione degli oracoli del Signore", la quale sostiene: "Di Matteo invece riferisce questo: Matteo raccolse i detti (di Gesù) nella lingua degli ebrei, riducendoli ognuno come poteva.", confermato anche da Ireneo di Lione (135-200d.C), pure citato da Eusebio: "Matteo pubblicò tra gli Ebrei, nella loro lingua, anche un Vangelo scritto, mentre Pietro e Paolo predicavano a Roma e vi fondavano la Chiesa" ("Adversus Haereses", III, I,1 in Eusebio, "Historia Ecclesiastica" V,8.2).
Lo stesso Eusebio in "Historia Ecclesiastica" III, 25 sostiene che: "Alcuni pongono in questa categoria (tra i libri apocrifi) anche il Vangelo degli Ebrei, il Vangelo, cioè caro soprattutto ai giudei cristiani.", perché (Historia Ecclesiastica III, 27,1-6) era usato specie dagli Ebioniti (tra cui c’erano molti eretici).

Un’eco della teologia giudeo-cristiana è nella lettera di Giacomo.
I primi scritti della Chiesa di Roma ascrivibili più alla tradizione giudeo-cristiana che alla tradizione Filone-Paolina sono, anche se non fanno parte del canone, "La lettera di Clemente - vescovo Roma - ai Corinzi" ed "Il Pastore d’Erma" (scritto a Roma nel II sec.)
È nell’Apocalisse che lo schema giudaico apocalittico è evidente, mentre il Vangelo di Giovanni, pur presentando alcune affinità con scritti del Mar Morto, con il Prologo, riguardante la concezione del Cristo-Logos, palesa una corrente che riflette la linea Filone-Paolina che così fu tappa fondamentale nello sviluppo della cristologia.

Fu la Chiesa "ex circumcisione" molto progredita nella teologia basata sulla cristologia e sull’ecclesiologia in quanto usava forme letterarie e midrashiche avendo nelle sue fila tanti sacerdoti, farisei e rabbini e come diceva Egesippo, "i più nobili della nazione" (Eusebio 2,23).
Vari Padri - i Santi Gerolamo, Ignazio d’Antiochia, Giustino, Cirillo di Gerusalemme, Epifanio - guardarono con simpatia a questa Chiesa ebreo-giudaica basata sul rispetto delle tradizioni locali e bibliche.
In particolare S. Epifanio e S. Efrem osteggiavano l’invasione nella chiesa della filosofia greca e S. Eusebio e S. Girolamo, secondo Bellarmino Bagatti, in "Alle origini della Chiesa": "...non si peritarono di togliere dal deposito giudeo-cristiano delle spiegazioni bibliche e soprattutto le varianti delle versioni per comprendere meglio il testo biblico. Ciò li condusse ad avere una mentalità sui giudei-cristiani più equanime di altri cristiani."
Pur tuttavia, nel IV secolo, dopo la vittoria sul paganesimo, si ebbe un riordinamento della chiesa e a Nicea per il Concilio nel 325 d.C. si riunirono 318 vescovi, di cui 18 della Palestina, tutti di ceppo gentile e di città costiere, e questo divario senza dialogo con la chiesa giudeo-cristiana si allargò sempre di più.
In tale occasione fu rinnovata la decisione di celebrare la Pasqua di Domenica, ma le usanze Giudeo cristiane furono definitivamente proibite nel concilio di Antiochia (341 d.C.) decretando che il sabato non si riposa e non si partecipa ai digiuni dei giudei né ai riti in sinagoga pena la scomunica per i disobbedienti.
S. Giovanni Nisseno nel 379 e S. Giovanni Crisostomo con alcune omelie nel 386 palesano che i giudei-cristiani non s’erano adeguati.
Questa chiesa resistette fino all’VIII sec. d.C. poi fu assorbita dalla Grande Chiesa e gli eretici confluirono nell’impero mussulmano passando alla nuova religione come convertiti (i mawali) e diventarono la casta dei Kutab, o scrivani, che introdussero nel Corano elementi cristologici e mariologici connessi all’A.T.

ESEGESI DEI GIUDEO-CRISTIANI




 
VANGELI, PROFEZIE ATTUATE DAL CRISTO

di Alessandro Conti Puorger
per Edicolaweb

 

    parti precedenti:

INTRODUZIONE »
FATTI, TESI E DIMOSTRAZIONI »
1 - IL PROLOGO E GIOVANNI BATTISTA »
2 - NATIVITÀ E SACRA FAMIGLIA »
2a - GIUSEPPE »
2b - MARIA »
3 - BATTESIMO E TENTAZIONI »
4 - IL PADRE ABRAMO »
5 - NAZARENO »
6 - LE NOZZE DI CANA »
7 - PARLARE IN PARABOLE »
8 - L'INGRESSO A GERUSALEMME »
9 - PURIFICAZIONE DEL TEMPIO »
10 - LA MOLTIPLICAZIONE DEI PANI E DEI PESCI »
11 - IL SERVO SOFFERENTE »
12 - DISCORSI DI GESÙ NEL VANGELO DI GIOVANNI »
13 - IL MESSIA »
14 - GIUDA ISCARIOTA »

15 - LA CROCE E IL POZZO


Nel Capitolo 2 della Genesi (2,4b-8) si legge:

"Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata - perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno (non c’era uomo) lavorava il suolo e faceva salire dalla terra (l’acqua) dei canali per irrigare tutto il suolo - allora il Signore Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato."

Leggo con il sistema delle lettere figurate:

"perché il Signore Dio non aveva fatto piovere"


  • :              Vaso è
  • :             che la potenza origina
  • :     fuori la vita dal cuore lancia (-IRH radicale di lancia tirare-con forza dal corpo esce , il participio è arciere)
  • :         l’esistenza fuori porta ; nel mondo
  • :     di Dio entra la forza vitale .

"Vaso è che la potenza origina, fuori la vita dal cuore lancia, l’esistenza fuori porta; nel mondo di Dio entra la forza vitale."

Pare la descrizione dell’orcio di vita NUT di cui abbiamo parlato che emette energia nel giardino.
Questa vita è come un’acqua speciale quella del giardino dell'Eden che s’immagina sgorgare direttamente dal cuore del Signore.
Giovanni e la sua scuola che avranno letto così con i segni quelle parole, con l’evento del Cristo crocifisso hanno fatto evidentemente un passo avanti.
Giovanni, dopo la morte in croce di Gesù, di cui è stato testimone, ha rivisitato le parole ebraiche della Genesi "Perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra" quale profezia su Gesù ed ha letto in luogo di vaso, un retto o rettitudine:
  • :              un retto fu
  • :             dal contrario (di = Dio, cioè il nemico, l’opposto nella realtà un Romano usato da strumento del demonio)
  • :     aperto , l’acqua (oltre al sangue) dal cuore colpito da lancia ( - IRH lanciare)
  • :         fu ad uscire ; porto nel mondo
  • :      la divinità ad entrare per stare nella Madre

"Il Retto fu dal contrario aperto; l’acqua dal cuore colpito di lancia fu ad uscire. Portò nel mondo la divinità ad entrare per stare nella Madre."

Ed in Giovanni (19,34s) si trova:

"Uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera ed egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate."

e questo evangelista è l’unico che cita la presenza della Madre sotto la croce con l’episodio della consegna al discepolo che Egli amava con: "Questa è la tua madre." (Gv. 19,27)

Sono così dimostrate molte cose.
La lettera ebraica è proprio un cuore e/o un pozzo, un vaso particolare da cui esce l’energia di Dio.
La buona notizia di Gesù Cristo - nascita, vita storica, morte e risurrezione - illuminò i segni della Genesi rendendoli compiuti in Lui.
Abbiamo cioè testé constatato che Lui veramente ha fatto piovere sangue e acqua sulla terra rendendo compiute quelle parole:

"perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno (non c’era uomo ) lavorava () il suolo ( ) e faceva salire dalla terra (l’acqua) dei canali per irrigare tutto il suolo" (Gen. 2,5b.6 - Vedi Capitolo V.11.1)

Gv. 19,5 "Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: Ecco l’uomo."

Non c’era uomo che la lavorasse, e si legge:
"porterà prima sangue l’Unigenito per l’oppressione ()", e con altra lettura "ma l’Unigenito aiuterà con l’acqua dell’Unico che sarà ad inviare ".

Finalmente quest’uomo s’è trovato "Ecco l’uomo" è proprio "bastonato uomo " ed anche "si porta l’Unigenito rosso " per il sangue della flagellazione che fu terribile.
È proprio a portarsi l’Adamo pensato da Dio "All’Unico simile ()", e pensando al lavorare "del potente il servo " quello che ha "lavorato la terra ", da cui viene l’Adamah la donna per eccellenza, la nuova Madre che da "Adamo esce " dalla quale verranno "all’Unigenito simili ".

Ci sono secoli e secoli di teologia legati ai semplici simboli delle lettere ed i Padri dei primi secoli paragonarono la croce ad un aratro di legno che serve appunto a lavorare la terra che è diventata rossa del Suo sangue che scende dalla croce, quindi ‘Adamà è la "rossiccia" perché l’ha irrigata.
Da lavorare , che in generale si può leggere "agire dentro con la mano " per Gesù, il servo di Iahveh, si può leggere "agì dentro per aiutare " e con una lettura profetica:

"ha agito da solo " ( bad è solo) - gli apostoli fuggirono;
"si vide tra i lini " ( bad sono anche lini) - al momento della sepoltura, ma anche alla nascita;

per sottolineare che era natio il Servo atteso Luca sottolinea "Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia." (Lc. 2,12)

Tornando alla lettera c’era l’attesa che Dio, l'Unico, il Potente in assoluto mettesse fisicamente in vista, a disposizione degli uomini, il proprio cuore misericordioso e ciò avrebbe coinciso con la definitiva vittoria sul demonio.
I patriarchi ricercavano un pozzo; i profeti, attendono acqua che zampilli dalla parte destra del tempio e c'è inequivocabilmente altrettanto ai tempi di Giovanni il Battista e dei suoi discepoli l'attesa del compimento messianico e una tensione all'acqua del Giordano che scorre a destra di Gerusalemme.
L'attesa è che tutto il popolo possa avere l'incontro faccia a faccia con Iahweh, incontro che avevano avuto come primizia, con il corpo e non solo in visione, solo Mosè ed Elia che costituirebbe il compimento per Israele della storia della salvezza che i demonio tentò d’interrompere al Capitolo 3 della Genesi. (Mosè ed Elia, infatti, sono i personaggi che colloquiano con Gesù sul Monte Tabor nell’episodio della trasfigurazione)

La promessa messianica, fu attesa e letta da generazioni e generazioni fino ai tempi di Gesù; quanti sapienti si saranno fermati ad indagare su quelle parole fatidiche per la vita dell’uomo, quando Dio "Scacciò l'uomo e pose a oriente del giardino dell'Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all'albero della vita." (Gen. 3,24)

Per spada folgorante è scritto lahat haherb e "Il Potente uscirà per amore nel mondo all’Oreb ", così si potevano leggere quei segni fino alla venuta del Cristo, ma Giovanni che ha visto Gesù morto sulla croce ha evidentemente letto "La potenza dall’aperto cuore uscì dall’ucciso "
che in pratica è come dire "il serpente uscirà dai cuori ove entrò chiudendosi nei corpi ad abitare "; questa era la vittoria attesa di Dio sul demonio e ne prepara il compimento nel Vangelo con: "Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori." (Gv. 12,31)

Nel Vangelo di Giovanni Gesù spiegò: "Io quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me" (Gv. 12,32); cioè Giovanni pensa alla manifestazione di Dio sull’Oreb e la collega al Cristo sul monte calvario che si manifesta al mondo come il Figlio di Dio e il Suo Cuore è a disposizione di tutti.
Sull’Oreb invece fece avvicinare solo Mosé mentre il popolo doveva stare lontano "Fisserai per il popolo un limite tutto a torno, dicendo: guardatevi dal salire sul monte e dal toccare le falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte." (Es. 19,12)

Su quel monte, nuovo Oreb, Gesù, Figlio del Padre , perciò pietra scelta fu incisa da un cesello , la lancia di un romano.
Successivamente Giovanni avrà potuto leggere per : "La potenza uscirà dal cuore all’apertura di una spada (o cesello) "; infatti, al momento della crocifissione cita: "Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto." (Gv. 19,37 = Zc. 12,10)

Gesù fu trafitto di lancia fuori delle mura.
Tutti gli Evangelisti citano la presenza storica accanto alla croce dei due ladroni; entrambi hanno le braccia aperte sulla croce.
Nel sinaitico un uomo che prega a braccia aperte è una H = (il che è evidenziato nei sinottici col fatto che uno de due prega con Gesù), tra questi due c'è un legno, la croce di Gesù, che è diversa dalle altre due, perché su questa c’è un profeta ed ha fatto segni miracoli e prodigi, è sofferente, è il Servo (che in egiziano è appunto un bastone ) di Iahweh (di Isaia); la scena è chiara = .
Leggevano i segni, c’erano anche discepoli di Qumran.
Effettivamente era una perversità , una calamità !
Il cuore di Gesù viene trafitto e sgorga sangue ed acqua, fu aperto da un’asta che gli entrò, ma è chiaro: fu aperto da un’asta che gli entrò !
Dopo la risurrezione rilessero con la mente quella scena della crocefissione che diceva, è Iahwèh .
Il suo cuore è un pozzo e il pensiero va a ed alla profezia: "La potenza uscirà dal cuore all’apertura d’un cesello (lancia)".

CONCLUSIONI



PROFEZIE NEI VANGELI



LE LETTERE PARLANTI


L'idea esposta in "
Decriptare le lettere parlanti delle sacre scritture" mi ha portato ad intraprendere una grande impresa enigmistica; l’enigma è l’intero canone ebraico dell’A.T. che, sotto il testo ufficiale, ha nascosto anche un testo segreto da decriptare.
Si tratta di far parlare ciascuna lettera che, scritta con i caratteri rabbino-quadrati, ha conservato traccia grafica dell’immagine o azione che l’ha originata.
Guardo così le parole ebraiche, indipendentemente dal loro significato, anche come rebus da aprire con le immagini espressive delle lettere.
Ho raccolto in schede le tracce che mi hanno portato a definire gli specifici significati, da usare nella decriptazione per le lettere parlanti, descritti con una rosa di parole attinenti al concetto sotteso dal disegno.

Di queste schede, complete in altro capitolo, riporto di seguito la rosa delle parole che descrivono il significato di ciascuna lettera e, nel riportarla, indico i significati base e traslati:

- in grassetto le traduzioni che uso con maggior frequenza;
- con scrittura "normale" quelle d’uso poco frequente;
- tra "apici" quelle d’uso raro.

['alef] - La lettera ‘alef - numerale n. 1

      Base: origine, uno, unico, inizio, primo.
      Traslati: Unigenito, Unico, primogenito, "capo" (quale primo).

[bèt] - La lettera bèt - numerale n. 2

      Base: casa, abitare, dentro-intimo, tenda, "luogo-posto".
      Traslati: Famiglia, "Tempio".

[ghimel] - La lettera ghimel - numerale n. 3

      Base: camminare, scorrere, muovere, "passo", "scappare".
      Traslati: il cammino.

[dalet] - La lettera dalet - numerale n. 4

      Base: porta, sbarrare, "bloccato", mano, battere.
      Traslati: aiuto (dare una mano), "proteggere".

[hè] - La lettera hè - numerale n. 5

      Base: campo, aperto, entrare, uscire, fuori.
      Traslati: "apertura", "larghezza", "ampiezza", mondo.

- La lettera wàw - numerale n. 6

      Base: recare-portare-condurre, bastone-asta-"bastonare".
      Traslati: "servo", "parola" (in egiziano).

- La lettera zàjin - numerale n. 7

      Base: arma, colpire, attrezzo, questo, "tagliare".
      Traslati: "membro", "ferito", "sgozzato".

- La lettera hèt - numerale n. 8

      Base: chiuso, tomba, prigione, stretto/i, assemblea.
      Traslati: chiusi, nascosti (impauriti).

- La lettera tèt - numerale n. 9

      Base: cuore, "pozzo", "sigillato", "utero".
      Traslati: carità, bontà, amore, "bellezza".

- La lettera jod - numerale n. 10

      Base: essere, stare, forza, esistenza, essenza.
      Traslati: l’Essere, Iahwèh.

- La lettera Kàf - numerale n. 20 (a fine parola - numerale n. 500)

      Base: vaso, coppa, piano, piatto, mano aperta.
      Traslati: liscio, retto, rettitudine.

- La lettera lamed - numerale n. 30

      Base: potere, serpente, potente, guizzare, "lingua".
      Traslati: il Potente.

- La lettera Mèm - numerale n. 40 (a fine parola - numerale n. 600)

      Base: vita, vivere, madre, acqua, matrice.
      Traslati: Vivente.

- La lettera nùn - numerale n. 50 (a fine parola - numerale n. 700)

      Base: energia, promanare-emanazione-emettere, inviato.
      Traslati: angelo, apostolo.

- La lettera Samek - numerale n. 60

      Base: avvolgere, riempire, foro, cerchio, buco.
      Traslati: pienezza, luna piena.

- La lettera ‘ajin - numerale n. 70

      Base: azione, vedere, sentire.
      Traslati: agire, "operare", atto.

- La lettera pè - numerale n. 80 (a fine parola - numerale n. 800)

      Base: bocca, soffiare, faccia, parlare, apertura.
      Traslati: Verbo, parola, soffio, Volto.

- La lettera sade - numerale n. 90 (a fine parola - numerale n. 900)

      Base: salire, discendere, su, giù, "veder salire".
      Traslati: alzarsi, abbassarsi.

- La lettera qòf - numerale n. 100

      Base: Rovesciare, versare, abbattere, curvo.
      Traslati: "occidente", "occipite", "nuca", "didietro", "sedere".

- La lettera resh - numerale n. 200

      Base: testa, mente, "l’individuo".
      Traslati: il corpo, il popolo, "Chiesa", "l’uomo".

- Le lettere S’in e Shìn - numerale n. 300

      Base: luce, fuoco, bruciare, scintilla, sole, sorgere.
      Traslati: risorgere, risurrezione.

-La lettera taw - numerale n. 400

      Base: segno, confine, fine, termine.
      Traslati: croce, Crocifisso, ultimo-completo-tutto.

Per la decriptazione non è necessario aver studiato l’ebraico; basta dotarsi d’un vocabolario.
Associando la rosa dei significati che ho indicato per le lettere, le parole ebraiche (riconducibili generalmente a radicali di 3 lettere) s’aprono discorsi sensati attinenti al concetto o all’oggetto che sottendono, aiutando ad approfondirne il senso.
Le parole ebraiche (od aramaiche) sono da scrivere senza i segni relativi alla vocalizzazione o puntature portandole a nudo.
M’avvicino, così, alla parola non come un ente fonetico, che fa attingere dalla memoria un concetto grazie alla convenzione linguistica adottata, ma come un disegno, tipo geroglifico.

Chiarisco come applico le lettere parlanti con due esempi:

Primo esempio:
Riporto 5 letture del Tetragramma sacro, vale a dire delle 4 lettere della parola Iahwèh che indica il Nome di Dio e che si leggono da destra a sinistra:



- Sarà ad uscire , si porterà nel mondo .

- Sarà dal mondo a portarci fuori .
(La Yod è come una mano che si chiude, ma non prende nulla; perciò forza.)

- Una mano chiusa si apre per portarsi ad un’altra aperta .
(Vale a dire dà una mano, com’è insito nella parola Eterno "vedo una mano ".)

- Forza che fuori ci porterà dal mondo .

- Forza che da un campo ci porta ad un (altro) campo .

Le 4 lettere del nome di Dio dagli ebrei non sono mai pronunciate; per leggere tale nome nelle preghiere è usata la parola "a-do-nai" - il mio Signore - altrimenti semplicemente "ha-shem" - il Nome.
Oggi la corretta pronuncia del Tetragramma si dice dimenticata, ma era usata nel Tempio durante la benedizione sacerdotale e dal Gran Sacerdote nel rituale dello Jom Kippur.
I rabbini lo insegnavano ai loro studenti più grandi una volta ogni sette anni e li ammonivano, perché se ne avessero fatto un uso pubblico sarebbero stati puniti con la perdita del mondo a venire.
Per la cabbalah il Tetragramma è lo "Shem havayah", cioè il "Nome che fonda l’esistenza".
I maestri del Talmud insegnano che combinate le 4 consonanti permettono di scrivere = hwh, = hyh, = yhh, ossia howeh, il passato, hayah il presente e il futuro yeheh.
Il Tetragramma si potrebbe tradurre con essere stato, essere e sarò.
Non è perciò un nome come lo intendiamo generalmente, ma un descrivere una sua attitudine dinamica che noi possiamo captare, cioè la Sua apertura nella creazione alle tre dimensioni e al tempo: l’Essere che permane nel tempo che scorre.
Il Tetragramma, colui che è in ogni tempo, è Dio, l’Eterno che entra nella storia, ben tratteggiato dalla lettura dei segni.
Un pensiero di Aharon Berekyah Modena, da "Il transito dello Yabbok", fa comprendere com’è radicato nell’immaginario ebraico che le lettere vivano di vita individuale ed evochino immagini. Per questo si dà sepoltura al morto, perché la polvere inferiore è l’ultima he, mentre quella superiore è la he superna, e l’uomo è rappresentato dalla waw mediana racchiusa tra le due lettere ; questa è l’unificazione superna.
Cioè: "l’Essere dal mondo (campo aperto) conduce al giardino (campo aperto)"; è la lettura criptata del Nome .
Ovunque si trovi Jhwh nelle scritture, lì s’intende la misericordia divina, ma ove si trovi la parola Elohim, lì s’intende la qualità della giustizia. (Berschit Rabba 23, 8,1)

Secondo esempio:
Leggo le lettere della parola Pesah = Pasqua .
Nella mente, scattano i significati delle lettere e le varie possibili letture:

  Bocca, apertura, parlare.
  Pienezza, cerchio, avvolgere, riempire.
  Stretto, chiuso, tomba, prigione.

- si parla in cerchio stretti: una riunione;
- si apre il cerchio chiuso: liberazione;
- aprire la pietra rotonda della tomba: risurrezione;
- parlare in cerchio in assemblea (luogo chiuso): l'hagaddah;
- bocca riempire in assemblea: la cena sacra;
- si parla con piena in assemblea: la luna è piena.

Nel libro "Il segreto dell'alfabeto ebraico" di Daniela Saghi Abravanel (Ed. Ebraiche Mamash) si trova che:

"Le lettere dell'alfabeto ebraico descrivono già con il loro milùy, la grafia scritta per esteso, il messaggio inerente a ciascuna.
La parola àlef, infatti, allude all'essenza stessa della prima lettera dell'alfabeto. È composta dalle tre consonanti:

= a = àlef (la Divinità);
= l = lamed (composta da consonanti che formano la parola insegnamento);
= p = pe (bocca), che alludono ai concetti

La a = la Divinità, l = insegna, tramite la p = la bocca, cioè l'oralità."

È molto vicino a come leggo con i significati del metodo:

= a = àlef = l'Origine, il Primo
= l = lamed = con potenza
= p = pe = parla.

Oppure, spezzando la parola àlef = Dio parla.

Con tali lettere parlanti mi sono avvicinato a decriptare interi versetti e poi insiemi di versetti.
Nello spezzare Capitoli della Toràh con i geroglifici e la lettura per lettere sono restato sorpreso della ricchezza che si dischiude che fa sentire più vicini al pensiero induttore.
Mi resi conto che se a questo sogno che sviluppavo volevo dare una veste di realtà in modo che almeno a livello enigmistico avesse valore dovevo darmi delle regole.
Doveva sempre sussistere, onde poi si potesse riverificare, la regola della corrispondenza biunivoca, cioè la possibilità che dal testo decriptato, applicando le regole, si potesse ritornare ai segni ebraici che hanno originato la decriptazione.
Queste regole, che dovevano essere poche e non inventate, le trovai legate alla struttura storica del testo.
Volendo procedere in regime di qualità fissai nel ‘97 queste regole che ho riportate nel successivo capitolo e che non trasgredisco mai.


REGOLE DI LETTURA DEL CRIPTATO BIBLICO


Chi inizia una traduzione per decriptazione delle Sacre Scritture del testo del canone ebraico, ovviamente, da per postulato che:

A - esiste un testo nascosto;
B - la criptatura fu attuata con metodo standardizzato;
C - nel testo, oltre le parole che portano a quello esterno, vi sono tracce per individuare il testo nascosto.

Le regole per la lettura del criptato biblico, che definisco scrutatio e dedotte nel corso del lavoro, sono:

I) La prima regola è rivolgere il pensiero a Dio, al Verbo Suo Figlio, ed alla storia della salvezza.

Ciò è in linea con il loghion:

Scrutate le scritture … mi rendono testimonianza.

È un rivolgersi ad oriente, come dicevano i Padri; è quindi una scutatio del testo sacro alla ricerca del Cristo, il soggetto di cui parlano i segni da leggere.
L’ambito è quello teologico-profetico della storia d'Israele. Altre letture sono arbitrarie, perché il testo sarebbe distorto.
Il fatto che ci sia la restrizione del soggetto consente la vita del secondo testo, altrimenti ve ne sarebbero infiniti.

Ricordo che Nachmanide dice:

"Noi possediamo una tradizione autentica secondo cui la Toràh è formata dai Nomi di Dio, le parole che vi leggiamo possono essere infatti anche suddivise in modo completamente diverso, componendo Nomi…"

Il Talmud insegna:

"Sette cose furono create prima della creazione del mondo: la Toràh … il trono della gloria … e il nome del Messia."

San Paolo nella lettera ai Filippesi al proposito dice:

"Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il Nome che è al disopra di ogni altro nome; perché nel Nome di Gesù…" (Fil 2,9)

Il Catechismo della Chiesa Cattolica n° 102 insegna:

"Dio attraverso tutte le parole della Sacra Scrittura, non dice che una sola Parola, il suo unico Verbo, nel quale dice se stesso interamente."

Circa la mistica dei Nomi di Dio anche l'antico esoterismo pre-cabbalistico conosceva il nesso tra i Nomi di Dio e le luci di fuoco; in un testo che si collega a tal esoterismo, l'Alfabeto di Rabbi Aqiva si legge:

"Dio siede sopra un trono di fuoco, e attorno a Lui stanno come colonne di fuoco i Nomi impronunciabili - shemot meforashim."

Dice anche Gershom Scholem nel libro "Il Nome di Dio e la teoria cabbalistica del linguaggio" (Adelphi - 1998):

"Colleghi di Nachmanide, nel centro cabbalistico di Gerona, conclusero che i cinque libri della Toràh sono il Nome del Santo che Egli sia lodato. Per i cabbalisti Dio è al tempo stesso il nome più breve e quello più lungo. Il più breve, perché già ogni singola lettera costituisce di per se un nome. Il più lungo, perché esso si esprime nell'intera Toràh come ciò che tutta l'abbraccia."

Associando tutto ciò, se ne ricava che il Nome di cui parla Nachmanide è quello di cui parla S. Paolo, cioè quello del Messia; in definitiva tutto nella Bibbia si riferisce e va riferito a quel Nome.

Ricordo il detto ebraico: quando entra la luce esce il mistero.

Per la
gimatria luce e mistero hanno stesso valore, infatti:

= ( = 200) + ( = 6) + ( = 1) = 207
= ( = 7) + ( = 200) = 207


La luce si può leggere:

l’Unigenito si porterà nel corpo; solo con quest’idea nella mente si capirà tutto!

II) Le parole ebraiche dei versetti del testo biblico vanno scritte senza segni aggiuntivi.

Così com'era il testo prima delle segnature portate nel VI-VII sec. d. C.:

- senza quelli di vocalizzazione (qamès, patah, shewà, quibbus, soegol, hireq, hòlem, sùrèq, séré);
- senza quelli di raddoppio, daghèsh;
- senza quelli di finali, mappiq.

III) Le s'in e shìn si riducono all'unica lettera .
Nei poemi alfabetici è infatti riportato un solo versetto per le due lettere predette (Vedi ad es. Pr 31,10-31) che indicano anche lo stesso numerale 300; ciò conferma che ciò che interessava è il disegno e non la sua fonetica.

IV) Le 22 lettere ebraiche sono segni leggibili anche come pittogrammi, ciascuna separata dalle altre.

I significati sono già stati indicati nel
primo capitolo e le relative schede vengono riportate successivamente.

V) La lettura che si può fare con i soli segni è lo sfondo su cui è da leggere il messaggio.

Chiarisco con un esempio:

L'inizio e la fine del versetto sono le sponde d’un corso d'acqua da passare a guado; queste sponde s’inseriscono in un discorso-percorso e l'arrivo e la partenza debbono essere congruenti.
La lettura con i segni singoli è come acqua che scorre da monte a valle ma, per il postulato (C), chi scrisse il criptato ha lasciato tracce scegliendo in modo opportuno le parole; queste sono le pietre sulle quali altri sono riusciti a guadare.
Si tratta di trovare queste tracce, vale a dire parole:

a) già intere nel testo ebraico esterno;
b) come a), ma cambiando la vocalizzazione, quindi con significato diverso di quello del testo esterno;
c) che si possono ottenere per unione di due o più segni contigui che forniscano un concetto, un verbo, un sostantivo, od altro in ebraico o che si trovino nella stessa parola d'origine sia con i segni di fine d’una parola e d’inizio della successiva formando parole nuove.

Queste parole sono le pietre su cui poggiare il percorso da seguire nel guado per arrivare all'altra sponda del percorso pre-tracciato.

Riporto la traduzione d’un versetto chiarificatore, Zc2,11:

"A Sion mettiti in salvo, tu che abiti ancora con la figlia di Babilonia."


(Vicino ad ogni parola tradotta indico il segno che l’ha evocata.)

"Fuori si porta . È sceso l'Essere recandosi con energia fuori alle acque , il potente Cuore dell'Essere si è portato con la luce in casa confinato dentro completamente dentro dentro guizza ."

Il significato con la traduzione segno per segno in genere è sufficientemente raggiunto, ma per far calare il discorso nella tradizione delle letture profetiche di superficie ed avvicinarlo al pensiero di chi l'ha scritto cerco le parole traccia che l'autore ha lasciato, delle quali ho fornito involontariamente dei predicati.
Ho indicato con sottolineatura possibili parole, pietre del guado:

1 tipo c: l'Essere recando l'energia fuori = la colomba ;

2 tipo a: si è portato con la luce in casa = ha abitato ;
(è portata una luce dentro; è segno che la casa è abitata!)

3 tipo c: confinato dentro completamente = l'arca ;

4 tipo c: dentro dentro = nell'intimo .

Ora, le possiamo sostituire a quei predicati:

"Fuori si porta . È scesa la colomba alle acque , il potente Cuore dell'Essere che ha abitato l'arca nell'intimo (gli) guizza ."

Poi, lascio solo l'indicazione delle parole traccia:

"Fuori si porta. È scesa la colomba alle acque, il potente Cuore dall'Essere che ha abitato l'arca nell'intimo gli guizza."

La traduzione che si colloca nella linea della tradizione biblica-evangelica, che rispetta le regole del criptato e sembra rispondere alle tracce lasciate dall'autore, è:

"Fuori si porta. È scesa la colomba alle acque, il potente Cuore dell'Essere che ha abitato l'arca nell'intimo gli guizza."
(Il fatto che lo Spirito del Signore fosse nell’arca con Noè è un’immagine che ho trovato anche in decriptazioni a spot del Genesi.)

La traduzione è congruente con le 9 regole del criptato e di per sé è profezia validata anche dai Vangeli; sarà poi da ritenere quella voluta da chi ha prodotto la criptatura originaria se compatibile con i versetti che lo precedono e lo seguono nella traduzione; in genere poi il concetto se è valido poi si troverà nella decriptazione di qualche altro versetto.

VI) I verbi della criptatura sono indeclinati; per le parole ricomposte con più segni i verbi vengono in genere presentati dai soli radicali.

Dice Gershom Scholem:

"il linguaggio di Dio di cui parlano i cabbalisti, non ha grammatica"

il che conferma anche le regole VIII e IX.

VII) Dalle parole guado e dai radicali l'eventuale può essere recessiva. Se necessario l’ si può aggiungere o togliere, ma se si toglie va tradotta o inserita nella parola successiva.

Lo spazio tra lettera e lettera che c’è nella scrittura si può considerare come una che, appunto, indica "aperto".
I rabbini dicono di guardare anche gli spazi bianchi tra le parole;
Hillel e Shammai che furono contemporanei di Gesù: "Avevano ognuno una propria scuola - un gruppo di discepoli fedelissimi - e formavano una delle famose coppie che nel corso di quegli antichi secoli plasmarono il costume ebraico discutendo, disquisendo e fantasticando perfino sugli spazi bianchi che nello scritto della Toràh dividono lettera da lettera." (Giacoma Limentani, Il Midrash, Paoline 96)
(Di se ne possono anche inserire due di seguito com’è il caso di una che si può anche leggere spengere .)

VIII) I vocaboli sono in genere al singolare.

IX) Le preposizioni in genere mancano.

A conforto delle regole VI, VIII e IX ricordo la tecnica esegetica:

"al tikrei" "non leggere" - usata dai rabbini nel Talmud per dare al testo non vocalizzato della Bibbia una diversa vocalizzazione o una diversa forma ortografica rispetto alla forma usuale. L’uso dell’al tikrei non esclude in ogni caso la lettura originaria del testo, e perciò si può più correttamente definire come "non leggere questo passo solo in modo usuale, ma anche in altro modo". Questo procedimento permette così una nuova interpretazione, perfino quando le leggi della grammatica e della sintassi rendono necessaria la sola lettura tradizionale. L’uso di questa tecnica trae origine dal verso "Dio ha detto questo una volta, ma io ho ascoltato questo due volte." (j 62,12) e cioè che le parole della bibbia si prestano a significati diversi di quello tradizionale. (Diz. Unterman)
Si tratta perciò di 9 regole che ai tempi di Gesù si riducevano a 7 in quanto la II e la III non erano necessarie perché nei testi non esistevano puntature.
Infine, ci sono gli avvisi che l’autore dà come quando ripete una parola; con ciò in genere suggerisce di andare a guardare là che vi si troverà qualche evento o notizia importante; se poi è ripetuta più di due volte la profezia è basilare.
La decriptazione è coerente solo se ogni segno ha avuto piena sistemazione nella versione.
Interessante è che, in genere, la suddivisione in versetti del canone ebraico è congruente con il testo interno, come se chi li inseriva leggesse il criptato sottostante; tra l’altro, guardando solo il testo esterno, alcune volte la suddivisione scelta pare discutibile.


IL GRANDE GIOCO



LE 22 SCHEDE DELLE LETTERE EBRAICHE
Tra le regole per decriptare sono fondamentali i significati da attribuire alle singole lettere dedotte; queste in parte sono già nell’immaginario ebraico, ma non tutte e, come accennato, alcune le ho ottenute da attento esame dei geroglifici ed altri segni coevi.

Riporto qui (con lettere celesti) i link alle lettere la cui spiegazione è già disponibile (le altre saranno presenti in queste pagine tra breve):

['alef]   La lettera ‘alef - numerale n. 1
[bèt]   La lettera bèt - numerale n. 2
 
[ghimel]   La lettera ghimel - numerale n. 3
[dalet]   La lettera dalet - numerale n. 4
[hè]   La lettera hè - numerale n. 5
 [wàw]   La lettera wàw - numerale n. 6
 [zàjin]   La lettera zàjin - numerale n. 7
[hèt]   La lettera hèt - numerale n. 8
[tèt]   La lettera tèt - numerale n. 9
 [jod]   La lettera jod - numerale n. 10
[Kàf]   La lettera Kàf - numerale n. 20 (a fine parola [Kàf a fine parola] - numerale n. 500)
[lamed]   La lettera lamed - numerale n. 30
[Mèm]   La lettera Mèm - numerale n. 40 (fine parola [Mèm a fine parola] - numerale n. 600)
 [nùn]   La lettera nùn - numerale n. 50 (a fine parola [nùn a fine parola] - numerale n. 700)
[Samek]   La lettera Samek - numerale n. 60
[‘ajin]   La lettera ‘ajin - numerale n. 70
[pè]   La lettera pè - numerale n. 80 (a fine parola [pè a fine parola] - numerale n. 800)
[sade]   La lettera sade - numerale n. 90 (a fine parola [sade a fine parola] - numerale n. 900)
[qòf]   La lettera qòf - numerale n. 100
[resh]   La lettera resh - numerale n. 200
[S’in e Shìn]   Le lettere [S’in] S’in e [Shìn] Shìn - numerale n. 300
[taw]   La lettera taw - numerale n. 400


CONCLUSIONI SUI DISEGNI DELLE LETTERE


Dalle schede, sull’ideogramma d’origine dei segni della scrittura rabbinica si conclude che:

- la maggior parte dei segni dell’alfabeto ebraico è influenzata in modo sensibile dalla scrittura geroglifica egiziana;
- alcuni trovano proprio in essi la propria origine;
- di molti di questi l’idea del significato circola nell’immaginario ebraico e non è avulso a quella cultura (almeno di 16 *).

I risultati li ho sintetizzati nella tabella qui sotto. Per ciascuna lettera ho indicato se mi risulta:

- di elaborazione originaria ebraica (O);
- costruita con supporto da segni egiziani (S);
- se di origine egiziana (E).


Lettera

Origine

Significato grafici essenziali

['alef]

S

  *Origine, uno, inizio, primo

[bèt]

S

  *Casa, tenda, dentro, intimo

[ghimel]

S

  *Camminare, scorrere, passo

[dalet]

E

  *Porta, battere, bloccare, mano, aiutare

[hè]

E

  *Campo, aperto, entrare, uscire, mondo

S

  *Bastone, asta, condurre, portare, e, ma

S

  *Arma, attrezzo, colpire, questo

S

  Stretto, chiuso, prigione, assemblea

S

  Bellezza, bontà, cuore, carità, amore

S

  *Essere, stare, esistenza, forza

E

  *Liscio, piano, vaso, retto, così, come

E

  *Serpente, potente, guizzare

S

  *Acqua, madre, vita, vivente, matrice

O

  Energia, inviato, angelo, apostolo, ecco

S

  Pienezza, cerchio, riempire, foro, buco

O

  *Vedere, sentire, agire, atto

S

  *Bocca, parlare, parola, soffiare, volto

O

  Veder salire, discendere, su, giù

S

  Rovesciare, versare, dietro, abbattere

O

  *Corpo, testa, capo, mente

S

  *Luce, fuoco, scintilla, bruciare, ardere

O

  *Segno, confine, fine, ultimo, tutto


(Ho sottolineato i significati della lettera ebraica se si aggiunge una h finale alla lettera stessa. Con * sono i segni il cui significato è quello dell’immaginario ebraico.)

Posso concludere che dei segni ebraici:

- 4 (E) sono scelti tra i fonetici egiziani: (, he , kaph , lamed );
- 13 (S) hanno supporti in altri segni egiziani;
- 5 sono originali (O) anche se con qualche spunto dall’Egiziano (nun , ‘ayin , sade , resh , tau ).
(Per la lettera wau i significati di parola e servo derivano dall'Egiziano).


AI LIMITI DELLA CRIPTOGRAFIA



DECRIPTARE LE LETTERE PARLANTI DELLE SACRE SCRITTURE EBRAICHE
di Alessandro Conti Puorger
per Edicolaweb


L’IDEA
Il testo più diffuso, letto, studiato e meditato negli ultimi 30 secoli è la Bibbia degli Ebrei il cui canone, "Kitvei ha kodesh-Sacre Scritture" (fissato nella Mishnah nel II sec. d.C.), è costituito da 24 libri (24 libri - 5 della Legge o Torah, 8 dei Profeti o Nevi’im e 11 degli Agiografi o altri scritti, detti in Ketuvim), tutti concepiti con gli stessi segni, cioè con le 22 lettere consonanti dell’alfabeto ebraico (compresi i 2 libri in aramaico - Daniele ed Esdra), come se quei segni siano ossatura essenziale per la vita dei testi stessi.

Dai cristiani i libri del canone ebraico sono stati tutti inclusi (Decretum Damasi 382 d.C.) in quello che è chiamato l’Antico Testamento (A.T.). Questi scelsero però la versione in greco usata dagli ebrei alessandrini con l’aggiunta di 7 libri concepiti e scritti in greco, detti deutero-canonici (Maccabei 1° e 2°, la Sapienza, il Siracide, Baruc, Tobia, Giuditta) più alcuni brani, pure scritti in greco, in Daniele ed in Esdra.
Per cristiani ed ebrei tali libri sono sacri circolandovi il pensiero di Dio ed i suoi "...pensieri sovrastano i vostri pensieri..." (Is. 55,9b).

Per i rabbini ortodossi queste scritture, però, solo se scritte con quei segni originari hanno la proprietà d’essere un corpo vivo, come se tra queste ed il tradotto vi fosse la differenza che v’è tra persona in carne ed ossa e la sua fotografia; questa, infatti, che fissa un atteggiamento esterno, non da esito a radiografie e ad altri esami.
Seguendo quest’idea, con strumenti adatti, si potrebbe allora pensare d’accedere al microcosmo dello scritto, superando frasi e parole, per pervenire al livello che rivela la vita che vi scorre; perciò se quei libri sono le membra d’un corpo, i versetti sono i tessuti, le parole sono le molecole e... le lettere... allora, sono i protoni, elementi indivisibili della scrittura-materia, attorno cui, a guisa d’elettroni, circola l’energia, così, dall’esame delle lettere s’arriverebbe al DNA del corpo e si ricaverebbero notizie sull’energia del testo.
I maestri della mistica ebraica, peraltro, ritengono che l’Eterno creò il mondo con i segni sacri delle lettere dell’alfabeto ebraico, preesistenti alla creazione dell’universo, come un compositore usa le note per comporre una sinfonia; perciò entrare in contatto con quei segni avvicinerebbe ai segreti della creazione stessa.
Nel perseguire l’idea di cercare una vita nascosta dal testo, con una lettura per decriptazione, non ho però seguito sentieri esoterici, ma criteri criptografici in quanto anticamente quei testi erano una sequenza di lettere, senza indicazione di parole e di versetti, tutti elementi a favore del valore particolare della singola lettera.

Essendo l’ebraico antico privo di vocali, le parole, scritte con le sole consonanti (cioè senza puntature e/o segni di vocalizzazione) già di per sé hanno più significati (come se in italiano si scrivesse senza vocali, trovando indicato un CN non si potrebbe sapere se vuol dire CaNe/i, CaNa, CuNa, CuNeo/i, CoNo/i, CeNa/o/e, CiNe, CiNa); perciò, già per tale motivo, potrebbero coesistere più letture del testo biblico oltre a quella ingessata dalla traduzione tradizionale.
Andando oltre le parole, la ricerca può per questo proseguire e calarsi nei disegni delle singole lettere individuandone gli specifici significati che portano ad ulteriori aperture del testo. Quest’affascinante idea di ricerca ha preso in me corpo fino al rinvenimento d’una chiave che m’ha aperto il forziere inesauribile della lettura d’un testo nascosto del canone dell’A.T..
Ma andiamo per ordine.
Che le lettere ebraiche nascondano un segreto e siano cariche di valenze particolari più delle lettere d’altri alfabeti fu per me un’intuizione al primo loro incontro, quando nel 1982, nel prepararmi per la Pasqua cristiana dell’anno, vidi nel testo ebraico-francese d’una Haggadah (ordinamento che seguono gli ebrei per celebrare tale festa) la forma delle lettere di Pesah = Pasqua, della scrittura rabbino-quadrata.
Colpito dall’espressiva forma di quelle lettere fui spinto a desiderare di conoscere i significati dell’evidente messaggio grafico che vedevo latente in quei segni; disegnai così con inchiostro nero le lettere su 22 grandi fogli bianchi ed ogni tanto le fissavo per captarne i significati, prendendo appunti di ciò che mi suscitavano. Quelle lettere non m'hanno più abbandonato, in quanto compresi che avevano in sé il concentrato d’una grande sapienza.



Le lettere , hanno forma diversa

=, =, =, =, = a fine parola,

ma in origine non c’era fine parola e le lettere erano equo-spaziate.

Cercando le idee base che le provocarono, conclusi che chi le fermò in quelle vesti, sopra riportate, certamente vi aveva espresso qualcosa a lui evidente, ed andai ad effettuare confronti con le forme delle scritture coeve in quell’area (sinaitico, fenicio, copto, ecc); m'avvicinai così all'ebraico partendo dell’interno della parola, senza interessarmi della grammatica, né della vocalizzazione.
Quei segni iniziarono ad essere vivi ed eloquenti e provai a leggere le parole ebraiche facendole parlare attraverso le lettere, guardando le parole come un disegno a più fotogrammi, uno per lettera: spezzo la parola e leggo il rebus.

Si consolidò l’opinione dei seguenti significati:
- 'alef, primo, capo, uno ed analoghi concetti;
- bet, casa, dentro, e simili;
= (a fine parola) - emme, acqua, madre, vita.
Ci furono le prime prove:
padre = il primo della casa ;
madre = l'origine della vita .
Il sistema è d’aiuto per chi ha memoria visiva; il disegno si ferma nella mente e l'associazione vocabolo-significato si registra con facilità.
Passando in rassegna le parole, con l'aiuto d'un vocabolario ebraico, mi costruii un dizionario personalizzato di radicali da cui provengono i verbi, i sostantivi, ecc. e vi aggiunsi le letture dei segni che formano il radicale stesso. Verificai che i predicati che trovavo, in genere, erano calzanti con quelli della parola, ma spiegavano di più eon la lettura dei segni, perché si ottengono definizioni e/o proprietà sul concetto sotteso; quando per una parola antica ci sono più interpretazioni, mi sembra d’avere un elemento in più per individuare il significato di quel vocabolo.
Mi rendevo però conto che per alcune lettere non avevo ancora raggiunto l’essenza del significato grafico e riuscivo a tradurre solo alcuni versetti isolati.

Nell’86 trovai il testo "Middle Egyptian" (di R. O. Faulkner - Griffith Institute Oxford, 86) e compresi che dai geroglifici mi potevano venire spunti per decriptare alcuni segni, ma solo alla fine del 1996 ebbi il tempo per esaminarlo più a fondo; misi così a fuoco ciascuna lettera con una scheda che mi chiarì i significati grafici e, fissate poi le regole ripetitive, la serratura si aprì ed iniziai a decriptare interi libri dell’A.T..

Affinché il metodo, pienamente qualificato, avesse una data di nascita, l’8.1.1998 registrai alla SIAE un testo che non divulgai per continuare la ricerca.
Ho cercato così di dividere le sensazioni dai fatti per porre in evidenza da una parte l’aspetto del gioco enigmistico e dall’altra le prove che trovavo ad aiuto dell’idea. Il tutto era in equilibrio, però, nel procedere delle decriptazioni, con la prova dei testi tradotti, la bilancia pendeva sempre più a favore dei fatti, in quanto negli esperimenti il ripetersi del risultato atteso è una prova, Galileo docet, a favore della teoria annunciata ed a chi è portato a liquidare l’idea, al suggerire di provare a leggere entrando nella meccanica delle traduzioni, aggiungo quanto è stato detto:
  • È deplorevole cocciutaggine insistere a tenere per fesserie certe cose solo perché si odono per la prima volta o si vedono di rado o sembrano superiori al comune comprendonio. (Asino d’Oro d’Apuleio);
  • La scienza chiede che le idee eterodosse, le sole da cui ci si può aspettare scoperte interessanti, siano protette, incoraggiate e discusse seriamente. (Sen. Marcello. Pera).
Per contro, il gioco in sé è affascinante, premia con personali soddisfazioni e fa vivere all'ombra delle Scritture. Spero che il metodo susciti il desiderio di scrutarle, in quanto: "Un albero buono non può produrre frutti cattivi". (Mt 7,18).

PERCHÉ CERCO UN SEGRETO
Questa parola disse Gesù di Nazaret agli Ebrei del suo tempo ed oggi, tramite i Vangeli, è rivolta ai Cristiani (ed ai Cattolici, che dal Concilio Vaticano II sono invitati a considerare le Scritture dell’A.T., sacre come i Vangeli):

"Voi scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene,
sono proprio esse che mi rendono testimonianza." (Gv 5,39)

Il messaggio di Gesù contenuto in quel versetto è preciso; si può incontrare il Messia atteso nei libri che la tradizione, confermata da Gesù, attribuisce scritti da Mosè (cioè nella Torah - Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio - in senso stretto e, per estensione, in tutta la Bibbia ebraica), a condizione di credere in Mosè.

Quel Vangelo, infatti, prosegue:

"Se credeste, infatti, a Mosè, credereste anche a me; perché di me ha scritto"

e continua:

"Ma se non credete ai suoi scritti, come potete credere alle mie parole?" (Gv 5,46s)

cosicché ci s’attende di trovare nella Torah profezie sul Messia, sulla sua missione, sulla resurrezione dei morti, sui tempi a venire e sui segni che compirà chiaramente riferibili a Gesù di Nazaret.

Leggendo quei testi sono poche, però, le pagine relative a quelle profezie di tipo messianico certe e piene che Gesù attesta, tant’è che non tutti quegli ebrei - che pur le leggevano e pensavano di credere a Mosè - credettero in Gesù; ed oggi, pur leggendole, restano della loro idea, oppure hanno individuato altri come Messia.
Spesso, infatti, attraverso quegli scritti l’esegesi cristiana perviene a profezie su Gesù-Messia con esegesi, allegorie, raggruppamenti di testi, con la "reductio ad absurdum" d’interpretazioni giudaiche e l’adattamento di passi biblici che fanno riferire i singoli passi ad eventi dell’economia cristiana stessa, ma in modo velato.

Vari sono poi gli aspetti degli insegnamenti dell’A.T. non in linea con lo spirito del Cristo dei Vangeli - sui cibi puri e impuri, sui sacrifici d’animali, sull’atto di ripudio alla moglie, sulla lapidazione, sulla legge del taglione e dell’occhio per occhio, sui rapporti con i lebbrosi e con i gentili, sull’impurità nel contatto con donne mestruate e cadaveri, sul riposo del sabato interpretato in modo rigido - tanto che Gesù in più occasioni si discostò dai precetti di Mosè, come i Vangeli rilevano, col risultato che alcuni ebrei si scandalizzarono.
L’annuncio del Regno di Dio predicato da Gesù, riportato dai Vangeli, sembra opporsi in alcuni punti alla Legge ed agli insegnamenti rabbinici tradizionali, pur se la Torah per Gesù resta fondamentale.

Eppure, nel Vangelo di Giovanni, ai Giudei che volevano lapidarlo perché s’era dichiarato Figlio di Dio: "Rispose loro Gesù: Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: Voi siete dèi? (Sal 82,6). Ora se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio, e la Scrittura non può essere annullata..." (Gv 10,34s).

Per Gesù, a quali scritti di Mosè è da credere ed a quali no e come si conciliano i distinguo col suo assioma sulla Scrittura che "non può essere annullato"?
Forse non è da fermarsi alle parole; ma allora a cosa si deve guardare?
Lui asserisce (Mt 5,17ss) che non è "venuto per abolire la legge e i profeti ... In verità vi dico: finché non sia passato il cielo e la terra, non passerà neppure uno iota o un segno della legge senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di quei precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli." e quale entità minima della lettura, qui viene citata la singola lettera e non la parola, iota o segno, come a dire che nella Torah sono da guardate (anche) le singole lettere (ciò è conforme all’idea che tuttora sussiste nell’ebraismo, che se viene a mancare anche una sola lettera il rotolo è invalido per l’uso liturgico).

E questo tutto che dice la Legge ed i Profeti dove si legge?
I testi canonici ebraici, soprattutto della Legge, sono parchi di visioni escatologiche, mentre hanno pagine interminabili d’elencazioni, di nomi, numeri e genealogie, assieme a norme e prescrizioni che paiono ora improponibili.
Per contro la cultura ebraica contemporanea a Gesù è ricca di scritti escatologici; e questi da dove originano?
Gesù, però, non cita scritture apocrife, dice di dar credito a Mosè, però spesso lo contraddice, alcune volte stravolge i suoi insegnamenti, ma nel contempo asserisce che non cambia quanto Mosè ha scritto ed incita con lo "scrutate le Scritture ... sono proprio esse che mi rendono testimonianza" (Gv 5,39) a cercare le prove che Lui rispetta ogni iota o segno della Legge e sembra che tale scrutare sia un'esperienza che supera la semplice lettura, ma è un’attività che deve tendere alla ricerca di un secretum che non appare al leggere normale.
Nello scrutare, infatti, è insito il concetto di procedere con un’investigazione particolare che sembrava implicita a quei tempi.
Volendo dar credito a Gesù, che dice di credere agli scritti di Mosè alla lettera (iota/segni), e che quei testi gli danno testimonianza - ma poco sembrano parlarne - dovrebbe concludersi che Mosè dice anche altre cose che si ricavano dallo scrutare proprio le lettere e lì vi dovrebbero essere profezie relative al Messia.
Così anche di quelle pagine poco interessanti, che fanno però parte della Torah, si deve compiere ogni iota o segno ed allora, scrutandole, si potrebbero rivelare importanti. Tra l’altro, proprio per la libertà che offre un’elencazione di nomi e di numeri, chi la scrisse, se voleva farlo, sarebbe stato facilitato a sviluppare un eventuale messaggio di secondo livello senza che ne soffrisse molto il testo esterno.

Dopo la prima intuizione, quel loghion di Gesù, - Voi scrutate le Scritture ... ebbene sono proprio esse che mi rendono testimonianza - che chiede una risposta personale, mi ha guidato nella ricerca alimentata dall’innata curiosità ed ho così cercato il significato fondante antico dei segni della scrittura, incuriosito e gratificato dal gioco enigmistico e questo scrutare m’ha portato a sperimentare che le Scritture veramente riportano l’epopea del Messia.
A risultato di questo ricercare ho pagine e pagine di testi dell'A.T. tradotti in un modo del tutto particolare che classifico nello scrutare, e questo scrutare è necessario, perché gli scritti della Torah sono criptati.

Quegli scritti sostengono di sé d’essere stati prodotti da Mosè nell'area tra Egitto e impero Babilonese (Palestina, Siria, Fenicia, Sinai) alla cerniera delle concezioni delle scritture dove passava, peraltro, la comunicazione tra quei due mondi (sede di invenzione dei messaggi criptati) e dove, tra l’esodo degli ebrei dall’Egitto ed il regno di Salomone (XIII-X sec. a. C.), si produsse un cambiamento del modo di scrivere.
Là, da scritture ideografiche più antiche, evocanti il concetto con immagini (si vedeva un segno, indicava una casa e si diceva casa), si passò a scritture moderne basate su segni che evocano nella mente i suoni della parola usata (si vedono i segni di 4 lettere c a s a che evocano il suono della parola casa, si legge casa e si pensa al concetto d’una casa).

I libri del Pentateuco (con gli altri della Bibbia ebraica) mi si sono rivelati messaggi con due facce come un tappeto, l'esterna della normale lettura, i cui elementi sono le singole parole e l'interna, segreta, solido supporto dell'ordito e della trama teologica, con regole precise in cui l'elemento minimo è l’immagine della singola lettera.
In definitiva per me in quegli scritti c’è la seconda faccia ed ho pianificato ragionamenti, regole e risultati di decriptazione a prova del ritrovamento e sto predisponendo un testo per divulgarlo; ovviamente all'idea sono arrivato per gradi con traduzioni a spot e poi, ad elementi consolidati, ho proceduto a tappeto.

Per la ricerca mi sono affidato solo alla Bibbia canonica ebraica, che sembra descrivere un mito incredibile, ed ho seguito quanto vuole dire secondo la traduzione corrente, anche quando ciò è umanamente incredibile, considerando ciò che dice di sé traccia per la caccia al tesoro nella Scrittura; e così, volendo credere che il pentateuco sia scritto da Mosè (o comunque da una scuola che a lui si riferiva), s’interpreta che la Bibbia in pratica sta dicendo che l’unica scrittura che avrebbe potuto usare quel Mosè, di cui la Torah racconta che fu alla corte dei Faraoni e poi in esilio nella penisola del Sinai nel XIII sec. a.C., era per immagini, come le lettere delle consonanti usate dagli Egiziani, migrate con segni stilizzati nell'area sinaitica.
Ho quindi anche rinvenuto nella Bibbia, (soprattutto nell’Esodo e Genesi) tracce che portano ai geroglifici e ciò mi ha dato l'idea di cercare tra quei segni tracce di forma delle lettere ebraiche e, seguendo l'evolversi nel tempo di quei segni, ho trovato il significato grafico di ciascuna delle 22 lettere tanto che, prova per me, che i pittogrammi ritrovati sono gli originari è che, rinvenuti tutti, la combinazione a 22 numeri del forziere biblico è scattata ed il testo sigillato mi si è aperto.
Ogni versetto tradotto è un ritrovamento che mi dà emozioni analoghe a quelle che penso può provare un archeologo all'apertura di stanze intatte da millenni.

Per la tesi della lettura per pittogrammi delle lettere delle Sacre Scritture, sono a favore i seguenti elementi:
  • il testo dell'A.T. ebraico e le relative lettere sono restati congelati nella forma attuale prima dell’ignoranza dei geroglifici (perdurata dal IV a fine XIX sec. d.C.);
  • le lettere sono soltanto consonanti, come in egiziano;
  • nei testi antichi non c'erano i segni delle vocali;
  • le parole non erano separate tra loro;
  • le lettere erano spaziate tutte egualmente tra loro;
  • non c’erano forme particolari per indicare lettere di fine parola;
  • non vi era indicazione di versetti.
Sulla base di tali fatti, nei tentativi di tradurre sono emerse naturali regole da rispettare per ottenere la traduzione corretta, di cui la prima, basilare, comporta d’attribuire al Messia o ha fatti dell’economia della salvezza quanto si legge, come dice Gesù "sono proprio esse che mi rendono testimonianza", altrimenti cambiando soggetto si può far dire ciò che si vuole, perché i segni di per sé sono scene asettiche che si animano in favore del soggetto che riguardano.
Così io trovo che i libri del pentateuco, indipendentemente da quando furono scritti (vale a dire se parti ai tempi di Mosè od elaborati o rielaborati più tardi), furono prodotti sigillati, cioè criptati (con regole, note ai Leviti e questi fecero scuola ai successivi profeti), cosicché tutti i libri del canone ebraico della Bibbia hanno tale proprietà.

Molte sono le profezie evocate da Gesù, indicate come note nei riguardi del Figlio dell'Uomo o del Cristo - il tradimento, le sofferenze, la morte per mano dei potenti, la sepoltura e la risurrezione dopo tre giorni - che nei testi esterni dell’A.T. non si trovano con la chiarezza che Lui propone, ma che poi trovo ricche nel testo sommerso fonte, ispiratore, ritengo, anche di tante scritture apocrife.
Tracce di queste profezie sono proprio nel testo ebraico dei versetti dell'A.T., che i Vangeli citano alcune volte con ridondanza e che letti, attingendoli dal testo canonico ebraico, le mostrano con la lettura segreta o rimandano ad altri versetti in cui si trovano, e i testi nascosti sono allineati alla teologia accettabile per ebrei e cristiani all’epoca di Gesù Cristo. Infatti i primi credenti in Cristo erano ebrei che avevano creduto all’attuarsi in Gesù di Nazaret delle profezie sul Messia e non esistevano ancora le due religioni.

Pur con una sì grande idea ed il lavoro già fatto attorno a questa, il senso critico m’imponeva il silenzio, non avendo ancora adeguata dimostrazione della tesi.

M’imbattei allora a leggere che il testo d’una faccia nascosta della Bibbia è nella tradizione ebraica e fu oggetto di ricerca, in quanto circola tra gli Ebrei l’idea che Mosè ricevette una rivelazione, non leggibile nel testo esterno delle Scritture, tramandata poi ad un’élite. Poteva, così, anche essere che alcuni farisei fossero capaci di leggere un testo segreto; ciò era un’apertura a favore dell’idea che la Torah avesse in sé la proprietà non palese alla semplice lettura in quanto, collaterale alla tradizione orale, vi poteva anche essere una lettura segreta insegnata da Mosè.
Questa lettura profetica, compresa da farisei del più alto livello della loro società segreta, da scribi e rabbini più dotti, poteva essere nota ai cultori della parola di quei tempi, agli esseni di Qumran e, in campo cristiano, oltre che a Gesù, a Giovanni Battista, ad alcuni discepoli iniziati, tra cui Giovanni evangelista, a S. Paolo (allievo di Gamaliele, nipote di Hillel il Vecchio, che esercitò il suo ministero tra il 30 ed il 50 d.C.), agli evangelisti Matteo e Marco (detto Giovanni - At 12.12 proveniente dalla circoncisione - Col 4,10), non fu più applicata dopo la diaspora del 70 d.C.. I giudei cristiani, che ne avevano conoscenza, per l’enorme afflusso dei pagani, furono esautorati, essendo inutile introdurre tale esegesi troppo raffinata.

Trovai pure che Nachmanide Moses, mistico spagnolo ebreo (1194-1270 d.C.), commentatore biblico, disse: "Noi possediamo una tradizione autentica secondo cui la Torah è formata dai Nomi di Dio. Le parole che vi leggiamo possono essere infatti anche suddivise in modo completamente diverso, componendo Nomi... L'affermazione per cui la Torah fu scritta in origine con fuoco nero su fuoco bianco, ci conferma nell'opinione che la sua stesura avvenne con tratto continuo e senza suddivisioni in parole, cosa che permise di leggerla sia come una sequenza di Nomi, sia, nel modo tradizionale, come un resoconto storico ed un insieme di comandamenti divini. Ma Egli la ricevette anche, nello stesso tempo, sotto forma di trasmissione orale, come lettura di una sequenza di Nomi.", ammettendo così che la Torah orale ricevuta da Mosè è anche un testo interno alla Torah scritta e ciò, fu oggetto di ricerca della Cabbalah, (Vd. G. Scoolem, "Il nome di Dio e la teoria cabbalistica del linguaggio") che non ha trovato messaggi, ma solo spunti mistici.

Rendendomi conto di negative reazioni all’idea di avvicinare testi sacri ad approcci che non operano nei limiti dell'usuale razionalità, mi proposi d'operare con la massima obiettività, evitando vie esoteriche.

Che l’originale ebraico delle Sacre Scritture abbia peculiarità intraducibili nelle altre lingue, propongo il midrash tratto da Megillah 9, in cui si parla di come la Bibbia fu fatta tradurre in greco da Tolomeo II (Filadelfo - 308/247 a.C. "La lettera di Aristea" 150-100 a.C. in greco racconta come nel III sec. a C. fu tradotta la Bibbia in greco). Racconta che ai 72 traduttori mandati da Gerusalemme "il Santissimo - sia gloria a lui - diede nel loro cuore un medesimo pensiero acciocché tutti concordassero in un identico progetto di versione ... Dopo 72 giorni le traduzioni ... tutte concordavano tra loro in modo sorprendente, parola per parola, insieme con tutte le omissioni e le aggiunte; così sorse la traduzione dei 72, insomma dei 70, detta Septuaginta." da cui si deduce che quel re credeva d’avere la Bibbia degli ebrei in greco, invece aveva solo un progetto di versione con omissioni ed aggiunte, confermando l'idea dei mistici dell'ebraismo e dei rabbini, i quali affermano che il testo in ebraico è importante e, senza i segni originali, si perde un peculiare aspetto e si ha solo un’impronta dell’originale.

Il Talmud 'Eruvin 13b dice: "La Torah ha settanta volti; queste e quelle sono le parole del Dio vivente"; perciò la Torah per gli ebrei non è un testo fisso, ma è lasciata libera la possibilità di più interpretazioni e la mia è una delle letture possibili, in stretta corrispondenza biunivoca col testo è con regole sempre rispettate.

"Una tecnica esegetica usata dai rabbini nel Talmud (tradizione orale del I sec. a.C. - I sec. d.C.) per dare al testo non vocalizzato della Bibbia una diversa vocalizzazione o una diversa forma ortografica rispetto alla forma usuale è 'al tikrei' non leggere. L’uso dell’'al tikrei' non esclude in ogni caso la lettura originaria del testo e, perciò, si può più correttamente definire come 'non leggere questo passo solo in modo usuale, ma anche in altro modo'. Questo procedimento permette così una nuova interpretazione, perfino quando le leggi della grammatica e della sintassi rendono necessaria la sola lettura tradizionale. L’uso di questa tecnica trae origine dal versetto: 'Dio ha detto questo una volta, ma io ho ascoltato questo due volte.' (j 62,12) e cioè che le parole della Bibbia si prestano a significati diversi di quello tradizionale." (Diz. Usi e leggende Ebraiche Alan Unterman-Laterza).

Il metodo che uso è l’al tikrei a tappeto, in cui ogni lettera può anche leggersi a se stante, in base al disegno che effettivamente reca e che ritengo d’aver individuato con una stretta rosa di significati.

CHI LEGGE DOPPIO È BRILLO
Nella tradizione degli ebrei c’è che Mosè avrebbe ricevuto una rivelazione, che non si legge nel modo usuale nella Torah, tramandata ad un’élite; ad eredi di tale rivelazione si erano eretti i Farisei, ma a ciò non credevano i Sadducei, persone autorevoli che bene conoscevano i testi, ma si attenevano alla sola lettura esterna del canone ebraico in quanto non la rinvenivano con certezza, come pure la risurrezione, perché, (tolti i libri dei Maccabei che non fanno parte del canone ebraico) questa può essere variamente interpretata.
I Farisei rispondevano, infatti, alla questione fondamentale della giustizia di Dio spiegando che il successo dei cattivi e la sventura dei buoni in questo mondo non è l’ultima parola, perché alla fine dei tempi gli uomini saranno risuscitati per un castigo od un premio eterno; la fede nella resurrezione fu, poi, pienamente accolta:
  • dal Talmud come dedotta dalla Torah: "Le seguenti persone non prenderanno parte al mondo futuro: chi dice che la risurrezione dei morti non può essere dedotta dalla Torah...." (Sanhedrin X,1);
  • da Gesù nei Vangeli (vd. Mt 22,23-33; Mc 12,18-23; Lc 20,27-30), che precisa ai Sadducei, non citando la Toràh orale, che la risurrezione viene proprio dalle Scritture, dicendo: "Voi v’ingannate, non conoscendo né le Scritture né la potenza di Dio" (Mt 22,29), cioè li chiama a "conoscerle " in modo più approfondito, attraverso un ulteriore via, scrutandole ( = aiutarsi guardando i segni ).
Il libro "Simboli del pensiero ebraico" di Giulio Busi (Enaudi ’99), nella introduzione, riferisce che la tradizione nella lettura del messaggio biblico: "assegnava alla Bibbia settanta facce, che indicavano in realtà, secondo l'uso linguistico semitico, il numero infinito dei significati racchiusi nel testo sacro. Entro ciascun versetto e, all'interno di questo, entro ogni singola parola si celava un profondo sedimentarsi di messaggi che si ritenevano depositati dalla sapienza divina sin dall'inizio dei tempi. La scommessa dell'esegesi stava nello svelare questi sensi occulti e nel ridare luce, anche solo per un attimo ad una delle facce intagliate nella materia sonora della lingua ebraica, con un’azione ermeneutica che tendeva ad estrarre l'essenza delle parole."
Ciò è ulteriore tassello a conferma che gli Ebrei pensano ad un messaggio segreto e ritengono che la lettura del testo sacro ha più facce.
La decriptazione del criptato con le regole che propongo rientra perciò nella tradizione e mette in evidenza una delle facce non conosciute.

Nel midrash Numeri Rabbah XIII15, si legge:
"Come il valore del vino è settanta, così la Torah ha settanta volti",
ed associa la Torah al vino.

Secondo la gimateya o gimatria, regola omiletica che associa parole o frasi che hanno lo stesso valore numerico (che hanno cioè eguale somma dei valori delle lettere a ciascuna delle quali è associato anche un numero), si ha che:
il vino è pari a 70 ; ® = ( = 10) + ( = 10) + ( = 50) = 70
(Per si è assunto il valore della minuscola uguale a 50).

C’è da domandarsi perché quel detto cita il vino (sarà per il fatto che il vino, come è noto, fa vedere doppio?) e viene in aiuto un detto (b’Eruvin 65a) evocato da una frase talmudica che dice:
"Quando entra il vino esce il segreto."
Questa frase, che al primo impatto sembra un proverbio sensato (perché a chi beve si scioglie la lingua) sottende che come il "vino" per la gimatria equivale a 70 anche la parola "segreto" equivale a 70:
= ( = 4) + ( = 6) + ( = 60) = 70
Avvicinando tra loro questi due detti, ed applicando la proprietà transitiva,
come il valore del vino è settanta, così la Torah ha settanta volti
quando entra il vino esce il segreto,
anche se si dà credibilità al criterio della gimatria ebraica, ne conseguirebbe che c’è una faccia nascosta, cioè la Torah segreta, e quando si parla di vino s’evoca questo concetto.

Dire 70 sottende così in questo campo una lettura segreta che è sempre riferita al Messia, esito cui mira tutta la storia della salvezza oggetto della Torah; cioè quando la Torah è letta in modo particolare - usando il vino cioè il metodo per cui si perviene alla lettura doppia - ne viene una illuminazione, esce il segreto, ne esce una luce e la Luce per antonomasia è il Cristo, il Messia e la risurrezione che reca.

"Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo." (Gv 1,9)
C’è poi un altro detto ebraico : quando entra la luce esce il mistero.

Per la gimatria pure luce e mistero hanno lo stesso valore:
= ( = 200) + ( = 6) + ( = 1) = 207 ß à = ( = 7) + ( = 200) = 207
Il numero 70 ricorda il midrash sull’accennata traduzione dei settanta, che in sostanza assicura che il segreto=70 fu mantenuto; tant’è che il messaggio del 70 ha prevalso sul fatto che i traduttori invero erano 72 - Elasar gli mandò 72 anziani, sei per ogni tribù - dai quali uscì un unico progetto di traduzione.

Ora, com’è noto, il vino porta ad essere brilli ed a vedere doppio e, dopo quanto detto nell’ambito di questa tematica, il dire di bere vino s’adatta bene all’idea del leggere un testo doppio nell’A.T.; ed in effetti gli scettici, che credono ai miracoli solo se sono stati presenti, all’idea della lettura di un secondo testo possono considerare ubriaco chi ne asserisce l’esistenza.

Una metafora diffusa fu quella del vino con la Torah perché nell’insegnamento scritturale, come nel vino, è insita un’energia e nel Cantico rabbah I.19 si legge: "il vino lascia un segno quando viene bevuto, e così lo lasciano le parole della Torah e la gente può indicare col dito, dicendo: Ecco uno studioso."
Lo vedono come ubriacato, perché legge doppio!
Si trova traccia di questo pensiero negli Atti quando la mattina di Pentecoste (At. 2) gli apostoli a Gerusalemme proclamarono che ciò che i profeti annunciarono s’era verificato ed in tale occasione esce il concetto d’aver bevuto vino con: "Altri, invece, li deridevano e dicevano: Si sono ubriacati di mosto." (Att 2,15)
Con quella frase la gente e i dotti di Gerusalemme era come se dicessero: questi affermano che il mito incredibile raccontato della lettura segreta si è verificato!

Nel noto episodio delle nozze di Cana (Gv 2,1-11) si ha un simile accostamento al vino; le nozze evocano l’immagine delle profezie (Os 2,21-25 Ger 2,2 Is 54,5; 62,5) sul Signore che negli ultimi tempi sposerà Israele: "E avverrà in quel giorno - oracolo del Signore - io risponderò al cielo ed esso risponderà alla terra; ...la terra risponderà con il grano, il vino nuovo e l’olio..." (Os 2,23,24a) ed i versetti del Vangelo dicono che l’acqua che stava nelle giare di pietra (oggetti che provenendo dalla roccia richiamano la terra) è mutata in vino, compiendo la profezia d’Osea, quindi Gesù è il Messia e questo miracolo però nasconde anche un’allegoria.
Nella descrizione delle nozze appare il personaggio (citato due volte) del maestro di tavola che parla con lo sposo; seguendo l’idea del matrimonio di Iahweh con Israele quel maestro rappresenta l’autorità rabbinica, che parla con familiarità con lo sposo tramite la Torah, e si congratula che "ha riservato per gli ultimi tempi il vino (=segreto) migliore" mentre i servi che sono testimoni che l’acqua diviene vino sono i rabbini e i loro discepoli che dal materiale che vedono versare, acqua lustrale (cioè dalle pagine della Torah relative a prescrizioni rituali, ad es., come verificato, dalla decriptazione del Levitico) vedono, senza manipolazioni, ma tramite Gesù, uscire vino nuovo.

Ormai siamo pronti, il vino 70 richiama il segreto 70 e c’è anche il concetto che ora che non c’è più vino per divenire brilli, è dato il vino migliore, quello che esce direttamente dal paradiso; ossia, non si vede più doppio, le profezie che si leggono nei testi nascosti si stanno attuando e quello che è acqua nelle pagine della Torah sono base del segreto palesato; anche i Vangeli sinottici del "Vino nuovo in otri nuovi" (Mt 9,17; Mar 2,22; Lc 5,37) portano a pensare a questa problematica e, pur se non sono così espliciti, vi sono tutti gli ingredienti (Gesù attesta che è presente lo sposo - lui stesso - ci sono i farisei e discepoli di Giovanni e ci sono il vino nuovo e vecchio).
C’è infine il discorso chiaro d’Isaia (29,11.12): "Per voi ogni visione sarà come le Parole di un libro sigillato; si dà ad uno che sappia leggere dicendogli: Leggilo. Ma quegli risponde: Non posso perché è sigillato. Oppure si dà il libro a chi non sa leggerlo dicendogli: Leggilo, ma quegli risponde: Non so leggere." che è in linea con quanto sostengo.

Isaia parla chiaro, c’è un I° ed un II° livello di lettura, uno normale, cioè il saper leggere usuale ed uno speciale, per leggere il sigillato, per il quale occorre avere una particolare iniziazione e, chi non sa leggere, non supera il I° livello e chi legge soltanto quanto ufficiale, non supera il II°.

Nell'Apocalisse 5,1 si legge: "E vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli." ed anche qui si parla di due facce, come per le Tavole della Legge, ma se per sigillato s’intendeva non apribile in senso fisico, l’autore dell’Apocalisse non avrebbe potuto sapere che era scritto sulle due facce, perciò era invece apribile, ma era sigillato in senso di criptato; allora anche qui c’è una dichiarazione che nella Torah ci sono le due facce, ma tutti piangevano perché non si conosceva ancora la chiave e si poteva leggere solo una faccia, ma la chiave è stata data, riferendo il nascosto a Gesù, il Cristo!
Poi c'è quella parola di Gesù che non dice leggete, ma di più: eraunav, indagate, frugate, esplorate: "Scrutate le scritture..." (Gv 5,39).

PARLANO LE LETTERE
Tra le regole per decriptare sono fondamentali i significati da attribuire alle singole lettere dedotte; queste in parte sono già nell’immaginario ebraico, ma non tutte e, come accennato, alcune le ho ottenute da attento esame dei geroglifici ed altri segni coevi.

Riporto qui (con lettere celesti) i link alle lettere la cui spiegazione è già disponibile (le altre saranno presenti in queste pagine tra breve):

['alef]   La lettera ‘alef - numerale n. 1
[bèt]   La lettera bèt - numerale n. 2
 
[ghimel]   La lettera ghimel - numerale n. 3
[dalet]   La lettera dalet - numerale n. 4
[hè]   La lettera hè - numerale n. 5
 [wàw]   La lettera wàw - numerale n. 6
 [zàjin]   La lettera zàjin - numerale n. 7
[hèt]   La lettera hèt - numerale n. 8
[tèt]   La lettera tèt - numerale n. 9
 [jod]   La lettera jod - numerale n. 10
[Kàf]   La lettera Kàf - numerale n. 20 (a fine parola [Kàf a fine parola] - numerale n. 500)
[lamed]   La lettera lamed - numerale n. 30
[Mèm]   La lettera Mèm - numerale n. 40 (fine parola [Mèm a fine parola] - numerale n. 600)
 [nùn]   La lettera nùn - numerale n. 50 (a fine parola [nùn a fine parola] - numerale n. 700)
[Samek]   La lettera Samek - numerale n. 60
[‘ajin]   La lettera ‘ajin - numerale n. 70
[pè]   La lettera pè - numerale n. 80 (a fine parola [pè a fine parola] - numerale n. 800)
[sade]   La lettera sade - numerale n. 90 (a fine parola [sade a fine parola] - numerale n. 900)
[qòf]   La lettera qòf - numerale n. 100
[resh]   La lettera resh - numerale n. 200
[S’in e Shìn]   Le lettere [S’in] S’in e [Shìn] Shìn - numerale n. 300
[taw]   La lettera taw - numerale n. 400

1     La lettera ‘alef:

Significato del nome della lettera: bue.

Valore di numerale ebraico: 1 (uno).
Lettera muta.
Segno egiziano: è un avvoltoio.

Il Faraone quando moriva era rappresentato da quest’uccello.

Riporto di seguito come s’è evoluto il segno:
  • sinaitico:  
  • semitico occ.:  
  • stele di Mesa:  
  • fenicio:  
  • sigilli VII sec. a. C.:  
  • aramaico antico:  
  • rotoli di Qumran:  
  • Mineo-Sabeo:  
  • Copto:  
  • dai Rabbini a Kircher:  
Il segno ha due potenziali significati: toro e avvoltoio.
Nel seguente geroglifico la figura del determinativo di BIK falcone ci ricorda da vicino la lettera ‘alef dell’ebraico quadrato.
Toro o falco, entrambi sono personificazioni del sole.
Il sole maturo il primo e nascente il secondo, Apis ed Orus erano tra i quattro nomi che si davano ai faraoni.
Apis era rappresentato da un bue col sole tra le corna.
L’ebraico nell'uso sacro, proprio per la propria concezione religiosa, che pervade tutta l’esistenza, che si basa su Dio Unico rivelatosi a Mosè con la legge sul Sinai, rifugge e considera abominio i culti dei popoli vicini specie quelli relativi alla fertilità simboleggiati dal vitello d'oro.
Il bue o meglio il toro è il segno della prima lettera per Moabiti e Fenici e scritture derivate, però, per l’ebraico, dopo il ripensamento di tutta la storia ebraica, a seguito dell’esilio in Babilonia, il segno indica il falco non come divinità, ma nel suo significato simbolico d’origine.
Ne consegue la rosa di significati:

Base: origine, uno, inizio, primo, primogenito;

Traslati: Unico, Unigenito o Adam Kadmon, capo (quale primo).

Ulteriori conferme:
  • Fabre d’Olivet in "La langue hébraique restituée", 1815: "Come immagine simbolica rappresenta l’uomo universale (l’Unigenito; per la cabbalah l’Adam kadmon), il genere umano, l’essere dominatore della terra. Nell’accezione geroglifica caratterizza l’unità, il punto centrale, il principio astratto di una cosa."
  • Gabriel Mandel, in "Alfabeto Ebraico 2000", di Alef dice: "Indicando il numero uno è anche simbolo di Dio, Uno e Unico."
  • Daniela Saghi Abravanel, ne "Il Segreto dell'Alfabeto Ebraico", dice: "La Alef rappresenta l'assoluta unità divina all'interno della Creazione ed è quindi il simbolo della divinità stessa... La lettera può essere scomposta in due Yud separate da una vav trasversale.
    La somma delle due Yud è 20, la vav è 6, in tutto 26, cioè pari al valore numerico del Tetragramma: = 5+6+5+10 = 26".

UN BRANO NOTO DECRIPTATO
Per far assaggiare cosa sto facendo, riporto il testo decriptato tutto di seguito dei 14 versetti della Genesi (22,1-14) relativi al "Sacrificio d’Isacco" e dopo, di seguito, la dimostrazione dalla quale si possono arguire alcune regole che uso.
Non mi sarei mai atteso che il criptato riportasse l’apertura del Mar Rosso con interessanti nuovi spunti!
I - Mosè fu portato per aprire l’esistenza d’un popolo di fratelli nel mondo.
Nel deserto fu a vivere fuoriuscito dal Faraone. Da fuori a rientrare lo recò Dio. Rientrato fu ai viventi da vessillo. Aprì il primo segno che inizierà il figlio Israele ad aprirsi alla vita. Portò la forza per iniziare alla vita il popolo da cui Dio sarà a portare l’Unigenito Figlio al mondo dai viventi. E fu (Mosè) per l'Unico da madre al popolo. Entrò in Mosè l'energia dell'Essere.

II - E con forza per iniziare alla vita il popolo l'Inviato Mosè iniziò ad abbattere le prigioni. Dell'Unico il segno dentro emise della rettitudine. Venne da chi era con la vita calpestata il Principe Mosè ad indicare l'amore dell'Unico. Gli indicò la forza per sollevarsi dalla prigione. Rovesciò il bastone in serpente così che questi camminò. Dal Faraone iniziò il popolo a sollevare. Aprì alla vita il popolo di Iahwèh. Dall'alto uscirono azioni potenti portate dal Nome al Faraone. Entrò in azione dal serpente col fratello (Aronne) che per aiutarlo uscì. Generò forza di vita; iniziò ad illuminare il popolo. Parlò al Faraone con forza, rettamente.

III - E fu da illuminazione così per i viventi. Iniziò il figlio il popolo d’Israele ad uscire alla vita. Da dentro le case rovesciò il popolo. Lo recò ad essere della schiavitù vergognoso. Venne dai costretti l'amarezza che portavano a recare ad essere rovesciata. Nella prigione iniziò segni luminosi ad emettere. Forte energia d'azione al popolo fu a portare dal primo all'ultimo. E si portò dell’Unico ad indicare la forza. E dalla prigione rovesciò il figlio. E gli recò la forza dentro per versarsi in azione. Lo consigliò, l’aiutò ad uscire. E fu a versarsi da madre. E fu il cammino di Dio ad aprirgli. Nella putredine gli portò la vita. Iniziò ad illuminare il popolo. Iniziò alla vita il popolo. Dal Faraone col bastone uscì. Una maledizione gli fu in vita ad inviargli.

IV - Dalla casa reggia fu portata la vita fuori. Alla luce, all'alba, il Faraone fu scottato da Iahwèh che gli recò di una esistenza la devastazione. I primogeniti figli (del Faraone e degli Egiziani) uscirono dalla vita. Fu dall’Unico all’Inviato Mosè il segno d'agire ad essere recato. E fu il popolo dapprima dal primo all'ultimo ad uscire. Per vivere alle acque si versarono. Si portarono alle acque Amare fissate.

V - A portarsi stavano i primogeniti agli 'Amari'. Dio all’Inviato Mosè in azione nella mente fu a portare la luce che i primogeniti figli uscissero alle acque di Ra. Parlò che dentro nel paese si portassero in cammino alle acque di Ra. Escano dal popolo in campo aperto! Con ardore si porti un corpo d’armata. Ed i primogeniti furono inviati. Si portò in campo aperto a vagare il corpo con l'Inviato in cammino all'aperto a testimonianza a farsi vedere. Così, in campo aperto si portano energicamente. Alle colonne (cioè agli anziani delle varie tribù) l’Inviato portò l’annunziò: Poi ritorneremo da voi.

VI - E furono a rovesciarsi strettamente uniti. I figli uscirono a centinaia. Tutti per l'azione si alzarono. Iahwèh dall'alto uscì. Portò una luce viva l'Altissimo giù al fissato luogo. La recò per i figli. Portò agli obbedienti dentro il segno che li aiuterà. Ma iniziò un segno di devastazione ad aprirsi per i primogeniti. Sulla riva (al limitare dell’entrare in acqua) sui primogeniti tutti per finirli si portarono con forza gli Egiziani: a mano piatta si portarono. Per l'Inviato ci fu l'illuminazione. Si aprirà l'acqua! Sarà l'Uno a portarsi.

VII - Portati furono i primogeniti all'acqua. Il corpo fu a scendere. A stringerli per abbatterli iniziò il Faraone. I primogeniti figli dal campo a centinaia dentro furono portarti. E fu l'inizio dell'amarezza! I primogeniti dentro forzati, a portare furono all'Unico per l'amarezza fuori energici lamenti. I figli furono bastonati. Iniziò la vita dai corpi ad uscire. L'energia in campo entrò. L’Unico l’illuminazione aveva portato che l’avrebbe aperto. Si vide alzarsi il mare. Per il bastone di Mosè iniziò ad essere aperto. Uscì la Luce in campo potente dall'alto ad aprirlo.

VIII - E furono i primogeniti alle acque. Per il corpo dei primogeniti figli si aprirono le acque. Dio aprì il mare. Fu il corpo ad entrare. La potenza del bastone l’aprì . La Luce uscì potente dall'alto. Aprì ai figli l'esistenza che portatisi si erano in cammino. E la luce emise forza. L'apertura dell’acqua fu dall’Unico portata.

IX - E furono dentro i primogeniti a portarsi. Per Dio entrarono nelle acque sperando di vivere. Il Principe (Mosè) riunì i primogeniti ancora vivi del corpo.
La potenza dal bastone uscita da Dio aprì il mare. A portarsi furono dentro rianimati i primogeniti figli. Ad entrare nell'acqua vennero vivi dal sacrificio portato in essere dal nemico. Dall’affliggere finalmente uscirono per l'azione che sollevò il mare. Portata infatti era dal nemico l'azione al culmine. Venne forte il ridere per i figli per la portata forza della risurrezione che in vita venne a riportarli. Per l’azione del Potente uscirono vivi dal sacrificio che per i viventi l'acqua in alto con potente azione sollevò del mare.

X - Ma con forza gli ardenti Egiziani stringevano i primogeniti. Da dentro il corpo (dei primogeniti) uscì dall'acqua. Dell’Unico il segno ci fu che la mano il bastone riportasse. Fu a riversarsi, a richiudersi venne il mare. Mangiò tutti gli Egiziani che immolati vennero. I figli si riportano.

XI - E fu nel corpo abbattuto il serpente dall’Unico per la prima volta. I giorni dell'annullamento così il Signore per l'angelo ribelle ha contato. Risorti dalle acque del mare, a riportarsi furono i primogeniti. Dalle acque il corpo dei forti primogeniti si riportò dai padri agli Amari. Il corpo riuscì vivo per l'Unico. Da dentro il corpo uscì dalle acque. E fu dai primogeniti l'amarezza ad uscire per l'energia che fu inviata.

XII - E furono i primogeniti nelle acque a vedere gli Egiziani tutti stesi. Fu calpestato il Faraone, che uscì ramingo. I corpi si portarono dei primi potenti Egiziani finiti. Si videro alla luce i potenti portati dalle acque. I primogeniti portati dalle acque furono così fuori. Dall'azione, segnati uscirono. Furono di conoscenza al completo (Perché videro l’opera di Dio). Furono così forti che temettero Dio che aveva aperto il mare. I primogeniti tutti nel mondo portarono la conoscenza che la potenza della primitive tenebre finirà. Un primo segno dentro le colpì. L’indicazione c'è stata che dalla vita le fiaccherà.
Alle acque la vita ha emesso con forza.

XIII - Portata fu la risurrezione dell'Unico. Ai primogeniti figli aprì la vita. Il primo segno ci fu che Dio agisce. L’energia fu a portare. Recata fu alla vista nel mondo. L’energia entrò nei primogeniti che furono potenti, uniti nell'ardore. Dai fratelli questi a casa tornarono in modo piano. Alle case si rovesciarono, con canti forti si portarono. E rifurono in cammino i primogeniti figli, riuscirono vivi, portarono la forza da versare ai paurosi. Iniziò il segno al mondo che dall'Unico furono accompagnati, aiutandoli in campo. E che la potenza dall'alto uscì sotto. Per i figli la recò.

XIV - E furono chiamati i primogeniti figli ad aprire ai viventi il Nome nel mondo, la vita ad innalzare, ad uscire in campo recando l'Unico Signore che erano stati a vedere. (Come da) una donna dal corpo fu per l'Unico alle acque un corpo ad uscire. Furono portatori della vita dentro generata da Iahwèh. Fu la testa ad iniziare ad uscire (del popolo d’Israele).

CENNO SINTETICO DI DIMOSTRAZIONE
Versetto per versetto, riporto:
  • il testo esterno della traduzione in italiana della CEI;
  • il testo in ebraico senza puntature di vocalizzazioni (e senza la forma delle lettere di fine parola) da "Old Testament Hebrew" (and Englisch London The British & Foreign Bible Society);
  • il testo decriprato con vicino ad ogni parola tradotta per i primi due versetti il segno (ciascun segno ha una rosa ristretta di significati sempre rispettati unitamente alle altre regole di decriptazione) o i segni da cui deduco la traduzione;
  • per gli altri versetti indico solo i segni plurimi (la cui traduzione è da trovare nel vocabolario ebraico - i verbi sono solo radicali).
Gn22,1. Dopo queste cose Dio mise alla prova Abramo gli disse: Abramo, Abramo! Rispose: Eccomi!

           
             

"(Mosè) recato fu per aprire all'esistenza di fratelli un corpo al mondo . Nel deserto fu a vivere uscito dal primo serpente (il Faraone). Da fuori lo recò a rientrare Dio . Rientrato fu ai viventi da vessillo . Aprì il primo segno che inizierà il figlio (Israele) ad aprirsi alla vita . Portò la forza per iniziare la vita il corpo/popolo da cui Dio sarà a portarsi l’Unigenito Figlio al mondo dai viventi . E fu (Mosè) per l'Unico da madre al corpo/popolo . Entrò nell'Inviato (in Mosè) l'energia dell'Essere ."
(Mosè sarà tutore 'del figlio' popolo d'Israele, da cui nascerà il Figlio di Dio. Mosè ha funzione per il popolo d’Israele simile a quella di San Giuseppe nei riguardi di Gesù.)

Gn22,2. Riprese: Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, và nel territorio di Morie e offrilo in olocausto su di un monte che io t’indicherò.

               
             

           
       

"E con forza per iniziare alla vita il popolo (corpo) ad abbattere le prigioni l'Inviato iniziò . Dell'Unico il segno dentro emise della rettitudine . Venne ( ) (da chi) era colla vita calpestata il Principe (Mosè) per l'amore indicare dell'Unico . Gli indicò la forza per sollevarsi dalla prigione . Rovesciò il bastone in serpente così (questi) camminò . Dal primo serpente (Faraone) iniziò il popolo a sollevare . Aprì alla vita il popolo di Iahwèh . Dall'alto uscirono portate dal Nome al serpente (Faraone) azioni potenti . Entrò in azione dal serpente col fratello (Aronne) che per aiutarlo uscì . Generò ( ) forza di vita . Iniziò ad illuminare il popolo . Parlò al primo serpente (Faraone) con forza rettamente ."

Gn22,3. Abramo si alzò di buon mattino, sellò l'asino, prese con se due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l'olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato.

           
             

             
         

"E fu da illuminazione così per i viventi. Iniziò il figlio (il popolo d’Israele) ad uscire alla vita. Da dentro le case rovesciò il popolo. Lo recò ad essere del chiuso (della schiavitù) vergognoso . Venne ( ) dai (co)stretti l'amarezza che portavano a recare ad essere rovesciata. Nella prigione iniziò segni luminosi ad emettere. Forte energia d'azione al popolo/corpo fu a portare dal primo all'ultimo. Ed si portò dell’Unico ad indicare la forza. E dalla prigione rovesciò il figlio. E gli recò la forza dentro per versarsi in azione . Lo consigliò ( ), l’aiutò ad uscire. E fu a versarsi da madre. E fu il cammino di Dio ad aprirgli. Nella putredine gli portò la vita. Iniziò ad illuminare il popolo. Iniziò alla vita il popolo. Dal serpente/Faraone col bastone uscì. Una maledizione gli fu in vita (ad inviargli)."

Gn22,4. Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo.

         

         

"Dalla casa (reggia) fu portata la vita fuori. Alla luce (all'alba) il serpente (il Faraone) fu scottato da Iahwèh che recò ad esistergli la devastazione ( = ). Il primogeniti figli (degli Egiziani, compreso quello del Faraone) uscirono dalla vita. Dall’Unico il segno d'azione fu all’inviato (Mosè) ad essere recato. E fu il popolo dapprima dal primo all'ultimo ad uscire. A vivere alle acque si versarono per portarsi alle acque Amare fissate ."

Gn22,5. Allora Abramo disse ai suoi servi: fermatevi qui con l'asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo poi ritorneremo da voi.

         

             
         

"A portarsi stavano i primogeniti agli 'amari' . I primogeniti figli di uscire alle acque (di Ra) Dio all’Inviato (a Mosè) in azione nella mente/testa fu a portare la luce. Dentro (nel paese) di portarsi in cammino alle acque (di Ra) parlò: Escano dal popolo in campo aperto! Con ardore ( ) si porti il corpo/l’armata. Ed i primogeniti inviati furono. Si portò in campo aperto a vagare il corpo con l'Inviato in cammino all'aperto a testimonianza (cioè a farsi vedere). Così, in campo aperto si portano energicamente. Alle colonne (cioè agli anziani delle varie tribù) l’annunziò portò l’Inviato: Poi ritorneremo da voi ."

Gn22,6. Abramo prese la legna dell'olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco il coltello, poi proseguirono tutti e due insieme.

             

             
       

"E furono a rovesciarsi strettamente uniti. I figli uscirono a centinaia ( ). Tutti per l'azione si alzarono. Iah(wèh) dall'alto uscì. Portò una luce viva (il Nome ) l'Altissimo giù al fissato (luogo) , per i figli la recò. Portò agli obbedienti ( ) dentro il segno che li aiuterà. Ma iniziò il segno ad aprirsi per i primogeniti di devastazione . Al limitare dell’entrare in acqua (sulla riva) sui primogeniti tutti per finirli si portarono con forza gli Egiziani (serpenti), a mano piatta si portarono. L'illuminazione all'Inviato ci fu. S’aprirà l'acqua! Sarà l'Uno a portarsi."

Gn22,7. Isacco si rivolse al padre Abramo disse: Padre mio! Rispose eccomi, figlio mio. Riprese ecco qui il fuoco e la legna, ma dov'è l'agnello per l'olocausto?

           

           
         

"Portati furono i primogeniti all'acqua. Il corpo fu a scendere. A stringerli per abbatterli iniziò il serpente (Faraone). I primogeniti figli dal campo a centinaia ( ) dentro furono portati. E fu l'inizio dell'amarezza ! I primogeniti dentro forzati, a portare furono all'Unico per l'amarezza fuori energici lamenti . I figli bastonati furono, iniziò la vita dai corpi ad uscire. L'energia in campo entrò. L’Unico l’illuminazione aveva portato che l’avrebbe aperto. Si vide alzarsi il mare . Per il bastone (di Mosè) iniziò ad essere aperto. Uscì la Luce in campo potente dall'alto ad aprirlo."
(Si scontrarono con gli Egiziani.)

Gn22,8. Abramo rispose: Dio stesso procurerà l'agnello per l'olocausto, figlio mio! Proseguirono tutti e due insieme.

           
         

"E furono i primogeniti alle acque. Per il corpo dei primogeniti figli si aprirono le acque. Dio aprì il mare . Fu il corpo ad entrare. La potenza del bastone l’aprì. La Luce uscì potente dall'alto . Aprì ai figli l'esistenza che portatisi si erano in cammino . E la luce emise forza. L'apertura dell’acqua fu l’Unico ( = ) portata."

Gn22,9. Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì un altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull'altare sopra la legna.

             
         

           
             

"E furono dentro i primogeniti a portarsi. Per Dio entrarono nelle acque sperando ( ) di vivere. Dei primogeniti il Principe (Mosè) riunì i vivi del corpo. La potenza dal bastone uscita da Dio aprì il mare . Apportarsi furono dentro rianimati i primogeniti figli . Ad entrare nell'acqua vennero vivi dal sacrificio portato in essere dal nemico . Dall’affliggere finalmente uscirono per l'azione che sollevò il mare . Portata (infatti) era (dal nemico) l'azione al culmine . Venne ( ) forte il ridere per i figli per la portata forza della risurrezione che in vita venne ( ) a riportarli. Per l’azione del Potente uscirono vivi dal sacrificio che per i viventi l'acqua in alto con potente azione sollevò del mare ."

Gn22,10. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare il figlio.

         
         

"Ma con forza gli ardenti serpenti (gli Egiziani) stringevano i primogeniti. Da dentro il corpo (dei primogeniti) uscì dall'acqua. Dell’Unico il segno che la mano il bastone riportasse. Fu a riversarsi, a richiudersi venne ( ) il mare. Mangiò tutti i serpenti (gli Egiziani) che immolati vennero ( ). I figli si riportarono."

Gn22,11. Ma l'angelo del Signore lo chiamò dal cielo e disse: Abramo, Abramo! Rispose: eccomi!

           
         

"Ed fu abbattuto il corpo dall’Unico per la prima (volta) del serpente. I giorni dell'annullamento così il Signore (per l'angelo ribelle) ha contato . Risorti dalle acque del mare , a riportarsi furono i primogeniti. Dalle acque il corpo si riporto dei forti primogeniti agli Amari dai padri . Il corpo riuscì vivo per l'Unico. Da dentro il corpo uscì dalle acque. E fu dai primogeniti l'amarezza ad uscire per l'energia che inviata fu."

Gn22,12. L'angelo disse: Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio il tuo unico figlio.

           
           

           
           

"E furono i primogeniti nelle acque a vedere gli Egiziani/i serpenti tutti stesi . Fu calpestato il serpente (il Faraone) che usci ramingo . (Il Faraone perciò in quella occasione si salvò). I corpi si portarono dei primi potenti (Egiziani) finiti. Si videro alla luce i potenti portati dalle acque. I primogeniti portati dalle acque fuori così furono. Dall'azione segnati uscirono. Furono di conoscenza al completo (Perché videro l’opera di Dio). Furono così forti che temettero Dio che aveva aperto il mare . I primogeniti tutti nel mondo portarono (la conoscenza) che la potenza della primitive tenebre finirà. Un primo segno dentro le colpì . L’indicazione c'è stata che dalla vita le fiaccherà . Alle acque la vita ha emesso con forza."

Gn22,13. Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l'ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio.

           
         

         
       

"Portata fu la risurrezione dell'Unico. Ai primogeniti figli aprì la vita. Il primo segno che (Dio) agisce ci fu. L’energia fu a portare. Recata fu alla vista nel mondo. L’energia entrò nei primogeniti che furono potenti, uniti nell'ardore . Dai fratelli questi a casa tornarono in modo piano. Alle case si rovesciarono, con canti forti si portarono. E rifurono in cammino i primogeniti figli , riuscirono vivi, portarono la forza da versare ai chiusi/paurosi. Iniziò il segno al mondo che dall'Unico furono accompagnati ( ), che li aiutò in campo. E la potenza dall'alto uscì sotto Per i figli la recò."

Gn22,14. Abramo chiamò quel luogo: Il Signor provvede; perciò oggi si dice sul monte il Signore provvede.

           
             

"E furono chiamati i primogeniti figli ad aprire ai viventi il Nome al mondo, la vita ad innalzare , ad uscire in campo recando l'Unico Signore che erano stati a vedere . (Come da) una donna ( ) dal corpo fu per l'Unico alle acque un corpo ad uscire. Furono portatori della vita dentro generata ( ) da Iahwèh . Fu la testa ad iniziare ad uscire (del popolo d’Israele)."

CONCLUSIONI
Col metodo accennato (completo delle schede delle lettere circa 50 pag.), cioè secondo regole trovate e predefinite e con significati fissati per le lettere, in forma ortodossa, ho decriptato a tappeto oltre il 50% dell’A.T. ed un altro 15% a spot.

Ho così trovato intere ed estese profezie sul Messia, ove veramente si compie il detto di Gesù Cristo: "...scrutate le scritture ... sono proprio esse che mi rendono testimonianza." (Gv 5,39) con episodi profetici dei vangeli dell’infanzia, con profezie di miracoli poi attuati e l’esplicitazione anche degli annunci della passione che Lui fa, di cui danno resoconto i Vangeli, ma che non trovano la risonanza che ci si attenderebbe nella Scritture, a meno che non ci si rifaccia ad apocrifi.

Ciascun profeta produce interi protovangeli, da cui si riceve una continua conferma del Messia, della sua missione, di quella degli apostoli e della venuta per il giudizio nella gloria, il cui apice per ora è negli ultimi dei Capitoli di Zaccaria.

Trovo anche le fonti di tante e tante tradizioni ebraiche, midrash e dell’apocalittica, insomma una fonte inesauribile come pure molte sono le idee dell’immaginario cristiano che vengono evocate.
Il Cantico dei Cantici è poi veramente un gioiello!
Escono per decriptazione, continuamente anche da pagine d’elencazioni di nomi, numeri e genealogie, di norme, riti e prescrizioni desueti, perle capaci di rimunerare e rendere del tutto piacevole l’impegno.
Le più pregevoli le sto raccogliendo in un libro che in avanzata preparazione.

Spezzando poi i numerosi versetti dell’A.T., richiamati alcune volte anche con ridondanza nei Vangeli, di solito si ottiene in profezia l’oggetto del brano in cui sono inseriti e sembra colloquiare direttamente con l’estensore (che attestava così la presenza nelle Scritture della profezia del loro Vangelo, pur se non scritto in ebraico, dando in questo modo anche al lettore ebreo più colto di poter controllare nell’originale. I vangeli apocrifi ciò non lo fanno).

In questi anni, ho raccolto le idee, le ho razionalizzate, le ho discusse, ed ho un’antologia di testi decriptati e ripuliti da refusi che costituiscono solo una mia personale soddisfazione (il tutto per 750 pag.), mentre i testi decriptati sinora, molti da affinare nel complesso riguardano circa 3000 pagine.
Sono perciò stato combattuto a lungo a non celare questo mio segreto timoroso per la sacralità del tema e mi sono domandato come posso uscire dal silenzio tanto più che condivido nella sostanza la conclusione che "il credente non ha bisogno di codici segreti...", ma mi è stato d’aiuto il pensare che potrà aiutare qualcuno che non lo è ad incuriosirsi e ad avvicinarsi a qualcosa che l’aiuterà per sempre.

Ora, pongo uno stop, perché già ho abusato troppo della vostra attenzione!
Sperando che qualcuno vorrà valutare quanto fatto, saluto e ringrazio.

a.contipuorger@tin.it

Alessandro Conti Puorger
Via Eleonora d'Arborea, 30
00162 Roma
Tel: 06-44238822


La crittografia è un termine composto da due parole greche:

- kryptos = occulto, nascosto, segreto,
- graphos = scrivere, segnare, disegnare;

quindi "scrivere e/o disegnare in modo segreto".

La criptografia è un ramo della criptologia ed è la scienza che fornisce strumenti atti a conservare nel segreto informazioni in modo che possa accedervi un ristretto numero di persone che ne conoscano la chiave di lettura.
Questa scienza ha trovato applicazioni sempre più ardite e complesse sui testi alfabetici sostituendo lettere con altre lettere o numeri con criteri prefissati, ma non si ha informazioni su come era possibile ottenere criptature di testi che fossero scritti con sistemi tipo geroglifici che pure dovevano essere possibili.
La criptografia si è indirizzata essenzialmente nella cifratura o crittazione effettuata tramite un apposito algoritmo detto cifrario che consente di passare dal testo cifrato - ciphertext - al testo in chiaro - plaintext.
Sugli "n" metodi operativi sempre più sofisticati per la criptatura di testi vi sono articoli e libri specifici che riportano l’aggiornamento fino al metodo n-1, in quanto ovviamente l’ennesimo è ancora segreto.
A titolo di curiosità per la ricerca che interessa, perché prossimi all’epoca d’estensione dei testi biblici, riporto solo quanto ho trovato su primi cenni di criptatura a partire dall’epoca più antica che attestano la tensione esistente sul produrre testi di doppio livello.
Il più antico metodo che si ricorda su testi alfabetici è attribuito da Plutarco già ai tempi di Licurgo - IX sec. a. C. - con la "scitala lacedemonica" (usata però in modo certo da Lisandro nel 400 a. C.).
Tale "scitala" era un bastone su cui si avvolgeva una striscia di cuoio e il testo si scriveva su colonne verticali leggibili solo dopo riavvolgimento su bastone dello stesso diametro.
Tra il 360 e il 390 a. C. Enea il tattico, generale della lega arcaica, in un trattato per la criptatura di testi, descrive un disco con fori corrispondenti alle lettere dell’alfabeto e un foro centrale; vi si passava un filo e leggendo le lettere corrispondenti ripercorrendo il filo alla rovescia si aveva il plaintext.
Risultano essere stati ideati da indiani e dagli ebrei codici cifrati per indiani ed ebrei per camuffare nomi propri.
Nel profeta Geremia ad es. si ricorre al metodo ATBASH per il nome di Babilonia.
Il metodo dei segni
si può considerare un metodo di criptografia misto che usa figure e vocaboli.
Ogni versetto è il tassello d’un puzzle con tanti lati quanti sono i segni contenuti; un solo lato non soddisfatto, ossia un segno che si vorrebbe eliminare, indica che è da rivedere la traduzione.
Con tali regole ho scrutato a tappeto oltre i 2/3 dei testi ebraici dell’A.T.: Genesi, Levitico, Numeri, Giosuè, Rut, Ester, Giobbe, il Cantico dei Cantici, Proverbi, Qoèlet, Esdra, Neemia, Samuele, le Lamentazioni, Isaia, Daniele e i profeti minori (Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abakuk, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia), oltre a brani dell’Esodo e d'alcuni Salmi.
Siccome sono stati tradotti con grado d’esperienza crescente, le decriptazioni sono suscettibili di miglioramenti.
Da tali traduzioni, ottenute con le regole dichiarate, spunta però un testo nascosto che è l’epopea sul Messia a supporto dell’idea che una lettura del testo lettera per lettera non è utopia.
Il metodo trovato - o ritrovato - per forma e contenuto è nuovo, anche se rende concrete intuizioni del passato ed attese attuali, e porta alla luce forti idee teologiche proprie dal Cristianesimo e dall’Ebraismo.
Il testo procede con lentezza inesorabile e la paziente lettura fa recepire l’ampio respiro del pensiero che lo muove.
Il fatto che le regole lasciano margini di libertà e che il singolo versetto può avere anche varianti di lettura non inficia più di tanto la complessiva decriptazione; peraltro, un margine di libertà è connesso a letture per immagini.
Applicandosi a traduzioni d’una certa estensione i timori d’interpretazioni distorte sono fugati perché, dopo alcuni versetti, se il discorso non è sensato e le frasi sono frammentarie è da riverificare il tutto ed inserire le varianti consentite.
Nella lettura d’un versetto, se accade che non s’è colto il significato autentico, questo si ritroverà con altre parole in altri versetti e, se non è corretto, alla lunga sarà eliminato.
Il testo procede come la corrente d’un fiume maestoso che sembra in moto laminare anche se vi sono turbolenze locali.
La traduzione è frutto di un’iterazione sui vari versetti già letti pur continuando ovviamente a rispettare le regole; solo se il tutto è omogeneo e ben connesso la decriptazione è riuscita.
Ovviamente sul metodo che permette di leggere un testo nascosto dal canone ebraico dall’A.T. non vi sono esperti specifici cui chiedere pareri, perché il metodo è innovativo.
Si può invece cercare d’ottenere risposte su problematiche collaterali o riflesse da esperti quali:

Professori di Sacra Scrittura cristiani per i quali, anche se è sconvolgente e destabilizzante l’idea d’un testo nascosto per i timori che sia relativizzato il testo esterno o che s’aprano letture personalizzate che sfuggano a controllo, potrebbero rispondere se, alle origini del cristianesimo, per trovare profezie sul Cristo siano state usate solo letture rigide dei testi.

Rabbini ebrei ortodossi che potrebbero rispondere al quesito se vi sia una preclusione nella loro tradizione all’ipotesi d’un testo nascosto leggibile con lettura lettera per lettera.
Gli ebrei, tra l’altro, amano definirsi, non il popolo del Libro, ma il popolo dell’interpretazione del Libro.

Egittologi e/o archeologi cui è da chiedere se nelle traduzioni di testi antichi sia scandaloso che si diano versioni diverse per alcune frasi, anche se evocate da stessi segni; nella traduzione di scritture per immagini, infatti, può accadere in qualche caso che una stessa frase possa avere varianti di lettura.

Esperti di decifrazioni e decriptazioni per verificare se quanto espongo possa essere considerato condividibile nel loro mondo, in quanto si tratta d’un enorme gioco enigmistico che chiede impegno e pazienza; potrebbero dare risposta su quale probabilità vi sia che le traduzioni sempre congruenti di testi così ampi, appoggiati a quelle regole siano inventati o meno.
In effetti, per la traduzione è da porsi in modo disponibile davanti al testo per recepire in pieno quanto può evocare con l’agitarsi delle forme delle lettere, senza idee preconfezionate.
Occorre essere pronti ad accogliere le sollecitazioni visive che il testo evoca, curiosi d’aprire i segreti che nascondono i versetti, certi che si sarà premiati aldilà d’ogni aspettativa.
Sotto quest’aspetto il testo è un circuito che s’accende con lo spirito dello scrutatore, se in sintonia con quello del testo.
Il circuito, eccitato, dà risposte capaci di modificare le idee dell’investigante fino a convergenza in un risultato pacificato.
Non si deve mai concludere la traduzione se del versetto non sia esaurito il potenziale di carica che si sente circolarvi.
Il traduttore è la bacchetta di rabdomante e la traduzione è più d’una lettura, ma una visione, nel senso che si vedono disegni e si ascolta un testo nella mente.
Ritengo che, se si concludesse che tutto nasce da mia pura fantasia, meriterei almeno una citazione nel Guinness dei primati per la più vasta decriptazione fatta d’un testo, rispettando regole prefissate e mai variate, testo, però che gli esperti avrebbero concluso non predisposto per fornirla.
Pur nella più riduttiva delle ipotesi il metodo merita divulgazione come curiosità e perché può portare altri a cimentarvisi; il premio è la crescita spirituale per la continua meditazione e l’esercizio conserva elastica la mente.

Allorché iniziai ad impiegare il ritrovato metodo della lettura dei segni, visti i soddisfacenti risultati che ottenevo aprendo e leggendo testi di secondo livello dalle pagine della Torah, pervenni alla ragionevole convinzione che molti enigmi delle profezie possono sciogliersi proprio con tale metodo.
Nell’applicarlo verificai che apre profezie sulla vita del Cristo che rispondono pienamente alle attese per la loro ampiezza e robustezza.
Supposi allora che tale tipo di conoscenza fosse negli Evangelisti, ma il fatto che la lingua usata nella redazione dei Vangeli (greco, latino - solo per Matteo è ipotizzata in ebraico ci fosse una prima stesura) non è l’ebraico e/o aramaico sembrava limitare la possibilità d’usare il metodo ed arrivare così a dimostrazioni indirette sul fatto che gli evangelisti ne usassero.
Scorrendo i Vangeli, osservai però che gli evangelisti hanno introdotto numerose citazioni di versetti dei sacri testi del canone ebraico dell’A.T. e così dal testo ebraico questi almeno possono essere aperti con il metodo, indipendentemente della sorte linguistica dei Vangeli stessi.
Effettuai alcune verifiche e da quei versetti citati in genere si ottiene, con lettura dei segni, la profezia attuata nell’episodio che il Vangelo cita; così si spiega l’inserimento da parte degli autori delle numerose citazioni anche con ridondanza.
In tal modo i Vangeli si aprono e sembra colloquiare con gli evangelisti nel momento stesso della stesura dei testi.
Ai cultori della parola della prima ora (almeno fino alla prima metà del II sec. d. C.) la presenza di quelle citazioni, anche se i Vangeli erano scritti con altre lingue, forniva e rimandava al fondamento ed alla prova nei testi profetici dell'A.T. leggibili in ebraico dei fatti accaduti al Cristo ed agli apostoli.
Ciò, agli inizi contribuiva a piegare alla fede i più colti provenienti dall'ebraismo, che leggevano così direttamente quelle esplicite o potevano andare a ricercare nelle lettere dei testi antichi quelle di secondo livello.
I Vangeli dimostrano e confermano anche in questo modo, cioè chiamando in causa le Scritture ed attestandone in Gesù di Nazaret l'avvenuto compimento, e che questi è il Cristo, il Messia atteso, annunciato da quelle Scritture nel testo esterno ed in quello nascosto.
La lettura con i segni fornisce, perciò, la risposta all'enigma e permette di leggere le profezie scritte in Mosè e dai Profeti.
Gli Evangelisti affondano, così, le radici nelle Scritture e non nella favolistica o nei racconti mitici o di pia religiosità.
In ciò, ritengo che stia anche una sostanziale differenza tra Vangeli canonici e gli apocrifi; questi ultimi non hanno radici nelle Scritture.
La continuità e le sequenze logiche dei testi che si rinviene con la lettura dei segni rendono giustizia alla chiave di lettura ritrovata e danno luogo a dei veri protovangeli.
L'incarnazione ed i segni compiuti da Gesù di Nazaret nei Vangeli, sono attesi e profetizzati nei testi criptati con le conseguenze teologiche in linea con la teologia cristiana.
Mi sono chiesto: chi scrisse anticamente i testi come poteva nel criptato descrivere fatti poi compiuti da Gesù Cristo?
Penso che i primi scrittori descrivessero l’epopea d’un dio della mitologia egizia (probabilmente Iside ed Osiride), trasformata e trasferita come speranza d’attuazione da parte del Dio Unico, creatore del Cielo e della terra che li aveva liberati dall’Egitto e che avrebbe potuto, con l’incarnazione del Cristo Suo figlio, soddisfare l’esigenza degli uomini con la risurrezione dei corpi.
Tali accadimenti preannunciati, i Vangeli li attestano da Dio compiuti a dimostrazione della comunione con il suo popolo.
L’idea della risurrezione dei corpi, infatti, è tutta d’origine egiziana, e ciascun profeta e/o scrittura ripete l’attuazione del mito atteso, suggerito dalla fede nel Dio Unico alle origini della scrittura ebraica, poi ripetuto fedelmente nello schema base, ma con parole e particolari cangianti.
Gesù Cristo dei Vangeli è il frutto-risposta di Dio alla tensione spirituale d’un popolo la cui attesa è durata per oltre dodici secoli.
Gesù stesso, infatti, ci manda in modo esplicito ai profeti in:

"Poi, prese con sé i Dodici e disse loro: Ecco, noi andiamo a Gerusalemme, e tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell'Uomo si compirà. Sarà consegnato ai pagani, schernito, oltraggiato coperto di sputi e dopo averlo flagellato lo uccideranno e il terzo giorno risusciterà." (Lc 18,31ss)

e di questi annunci ce ne sono molti in Luca (9,44; 12,50; 17,25; 24,7.25ss), invece non v’è traccia di tale profezie da leggere in modo esplicito, che però ci sono in tutti i profeti nel testo sommerso.
Anche nel Vangelo di Matteo Gesù ricorda che su Lui:

"La Legge e tutti i Profeti infatti hanno profetato fino a Giovanni." (Mt 11,13)

Altre testimonianza sulla solidità e sull'ampiezza delle profezie in tutti i profeti si trova nel kerigma di San Paolo nella sinagoga ad Antiochia di Psidia ove dice:

"...condannandolo hanno adempiuto le parole dei profeti che si leggono ogni sabato." (At 13,27)

La valanga delle profezie, la loro ampiezza, la densità dei particolari, la fedele corrispondenza ai Vangeli mi hanno trovato impreparato, in quanto credevo di trovarle, ma come messaggi sporadici, mentre si tratta d’un fiume che scorre continuo.
San Paolo, che era un fariseo e conosceva bene i sacri testi

"...confutava vigorosamente i Giudei in pubblico, dimostrando attraverso le Scritture che Gesù era il Cristo." (At 18,28)

All'inizio della lettera ai Romani (1,1.2) dice:

"Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunciare il vangelo di Dio, che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture."

Nel corso delle traduzioni ho avuto anche il dubbio che la precisione tra i testi delle profezie che ho trovati ed i Vangeli, fosse sospetta nel senso che questi riportassero semplicemente quello che leggevano dal testo nascosto.
Mi sono però risposto che all’epoca dei Vangeli erano ancora vivi testimoni dei fatti di Gesù e che quei testimoni le profezie le hanno viste compiute, altrimenti qualcuno le avrebbe confutate.
Questi dubbi sembrano previsti da Giovanni (20,30):

"Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché credendo abbiate la vita nel suo Nome."

Cioè, nel Vangelo di Giovanni (ma vale anche per i sinottici) sono scritti gli eventi profetizzati che si trovano nelle Scritture di cui si dà riscontro testimoniale perché si creda che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio come profetizzato.
E solo i fatti profetizzati con il testo esplicito e con il criptato sono quelli che si trovano nei Vangeli; perciò i Vangeli sembrano copiare l'epopea antica nascosta, ma ciò è voluto dagli evangelisti per dimostrare la divinità del Cristo che s’è piegato alle profezie, rispettandole con i fatti compiuti.
Inoltre, sono scritti soltanto eventi profetizzati, perciò la fedeltà dei Vangeli a quanto scritto nelle scritture serve a dimostrare ai cultori della parola che Dio ha realizzato per il suo popolo quanto promesso.
E l'Evangelista incalza:

"Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti." (Gv 21,24a)

per poi concludere confermando che scopo del suo Vangelo non è di raccontare le avventure di Gesù, ma di testimoniare che è Lui l'atteso, infatti:

"Vi sono ancora molte cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere." (Gv 21,25)

Le profezie che si leggono con la scrutatio del testo con i segni ebraici dell’A.T. riguardano anche gli Atti e l'Apocalisse.
Ritengo di aver chiarito con i precedenti paragrafi quanto m’ero proposto cioè che i versetti dell’A.T. del canone ebraico in ebraico richiamati nei Vangeli spezzati con il "Metodo dei segni" provano che c’erano profezie nascoste.
Se ne conclude altresì che all’epoca gli esperti della parola, di cui alcuni avranno aiutato gli evangelisti, (tra l’altro alcuni discepoli venivano dagli esseni) decriptavano i testi antichi.
Abbiamo così svelato vari misteri anche sui racconti dell’infanzia di Gesù.
I profeti come gli altri libri dell’A.T. sono criptati e riportano in forma di profezia l’epopea del Cristo-Messia atteso, in forma estesa e dettagliata (Vedi: "Profezie nei vangeli: il protovangelo di Zaccaria").
Gli evangelisti hanno messo in pratica in forma totale il comandamento di Gesù "scrutate le Scritture ... sono proprio esse che mi rendono testimonianza!" (Giovanni 5,39) e lo hanno trovato vero e hanno creduto.
Lui, infatti, asserisce (Mt. 5,17ss) che non è "venuto per abolire la legge e i profeti ... In verità vi dico: finché non sia passato il cielo e la terra, non passerà neppure uno iota o un segno della legge senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di quei precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli."
Quale entità minima della lettura cita la singola lettera iota o segno.
Questo comandamento personalmente l’ho adempiuto, ma chi è senza peccato...

Dopo l'evento Pasquale (aprile del 30 d.C.) un’attività importante dei più colti discepoli della prima ora provenienti dall'ebraismo alla luce della realtà del Risorto fu di rendere palesi le profezie relative a Cristo ed alla sua vita, alla nascita, all’infanzia del divin bambino ed alla risurrezione che, pur se esistenti in qualche modo nelle Scritture, erano di fatto velate e non comprensibili.
Puech Charles-Henri, in "Storia delle religioni" (Laterza) scrive: "…i missionari dovettero trasformarsi in teologi ed apologeti, ripiegarsi sui testi biblici, definire la loro fede di fronte alle diverse tendenze del giudaismo: si trattava di uno sforzo intenso di riflessione... riuscì in capo a mezzo secolo a imporre le proprie convinzioni teologiche ed ecclesiologiche in gran parte grazie a una serie di circostanze esterne; essa, infatti, era stata costretta dall’irrigidirsi del giudaismo, dopo la caduta di Gerusalemme nel 70, a prendere coscienza della propria indipendenza nei confronti della religione sorella."
Circa quell’irrigidirsi basta ricordare l’uccisione del Vescovo Giacomo e del diacono Stefano tanto che sulla distruzione di Gerusalemme Eusebio (XXIII 19) concorda, col parere di Giuseppe Flavio il quale non dubitò che "Tutto ciò avvenne perché fosse vendicato Giacomo, il Giusto: egli era fratello di Gesù, chiamato il Cristo, e, sebbene giustissimo, i Giudei l’uccisero." (estratto da Ant. Giud. XX, 197, 199, 203 - Eusebio XXIII 19)
L’ebraismo in quegli anni fu scosso, infatti, dalla figura di Gesù di Nazaret; di lui l’ebreo Flavio Giuseppe (37-103 d.C.), testimone autorevole di quel I secolo, dice: "In quel tempo visse Gesù, uomo sapiente - se lo si può dire uomo (anche se il testo può essere stato oggetto di manomissioni). Egli operò azioni degne di ammirazione e fu maestro di coloro che accolgono con gioia la verità. Attrasse a sé molti Giudei e pagani. E quando su accusa di molti dei nostri notabili, Pilato lo condannò alla morte di croce, quelli che lo avevano amato non fuggirono, e la loro stirpe, che da lui trae il nome di cristiani, non è venuta meno fino ai nostri giorni." ("Antichità giudaiche", XVIII 3,3)

La messianicità del Cristo fu l’oggetto della predicazione come risulta dai ripetuti richiami negli Atti degli Apostoli (2,36; 3,18-20; 5,42; 8,5.12; 9,22; 17,3; 18,28; 24,24; 26,23), sempre con riferimento alle scritture e ciò era fatto con più intensità nei riguardi degli ebrei, dei più sapienti e di chi doveva proseguire la corretta tradizione.
Riporto ad esempio quanto in "Recognitiones di Pseudo Clemente" (Cap. I 74) ove San Pietro dice a Clemente, che sarà poi suo successore a Roma:
"Ti ho anche aperto la mente al significato più nascosto di tutta la Legge scritta, capitolo per capitolo, quando c’era bisogno di farlo, senza tenerti nascosti i vantaggi della tradizione."

C’è, poi, tutta una tensione ed un alone profetico sui giorni dalla nascita di Gesù fino al suo battesimo con episodi che si trovano soltanto in Matteo ed in Luca con testi che non hanno quella concordanza assoluta usuale dei sinottici.
Al riguardo nella sua "Storia dell’interpretazione biblica" (Piemme 99) Graf Reventlow Henning osserva: "Il prologo del Vangelo di Matteo, con i racconti dell’infanzia di Gesù, ha sollevato per l’indagine scientifica non pochi enigmi. Poiché di nessuno degli episodi narrati si può dimostrare la storicità, e poiché lo stile è leggendario, occorre postulare dietro ad essi un’interpretazione teologica di Matteo, oppure la comunità cristiana, qualora Matteo abbia preso questi racconti dalla tradizione orale."
E sul come in tali brani evangelici l’evangelista tratta le citazioni che inserisce nel testo: "Gli esegeti sono sconcertati… 'Sarà detto Nazareno'. A quanto pare nemmeno Matteo sapeva da dove proveniva la frase, poiché qui parla al plurale: 'Quanto è stato detto dai profeti'. Da confrontare con questo passo sono i versetti 21,4s e 27,9, due citazioni del libro di Zaccaria, una delle quali è introdotta senza indicazione del nome del profeta…"

Questi Vangeli raccontano fatti che tendono a dimostrare come tali eventi, così come si sono svolti, avevano stretta connessione con le attese promanate dalle Scritture, mentre Marco che va al sodo per l’annuncio ai pagani, inizia il proprio Vangelo dal battesimo di Gesù.
Attraverso, però, la lettura col metodo dei segni dei brani dell'A.T. che i Vangeli stessi riportano in concomitanza agli eventi che raccontano, quegli episodi risultano invece profetizzati con particolari.
Gli ebrei non ritenevano Gesù il Messia, perché non aveva liberato Israele dai romani, né aveva ricevuto l’unzione con l’olio sacro dei re o dei sacerdoti, quindi per loro era un privato cittadino crocifisso dai Romani e che portava ad insegnamenti non ortodossi.
Una prova che fosse il Messia poteva esserci solo se i segni da lui compiuti fossero profetizzati nella Torah e nelle Sacre Scritture; da qui la necessità di approfondita ricerca in queste e la scelta del racconto nei Vangeli di episodi precipui collegabili a profezie.
La perduta cognizione d’una lettura per decriptazione, di cui ho detto, alla lunga può essere stata una causa d’incomunicabilità tra ebraismo e cristianesimo, pur se provenienti dalle stesse Scritture; infatti, il solo testo esterno non fu in grado di rispondere all’insieme del sentire, ed i primi, in esilio si strinsero in rigida differenziazione dalla setta cristiana, in quanto il trapelare di profezie dal testo esterno del Canone non risultava da solo sufficiente, mentre, l’estese profezie interne, se lette almeno con il metodo "al tikrei" non avrebbero retto alla realtà del compimento della promessa in Gesù di Nazaret.
Per contro, in campo Cristiano nel I sec. d.C. i cultori della parola provenienti dall'ebraismo della chiesa "ex circumcisione" che potevano avere tali nozioni le hanno riversate nei Vangeli, ma poi il successo tra i pagani, con l'afflusso delle masse di catecumeni ed il concomitante uso del greco, del latino e delle lingue locali, rese possibile che il metodo cadesse in dimenticanza nella Grande Chiesa.
I pagani erano interessati all’annuncio degli apostoli della risurrezione del Cristo e non era più essenziale convincerli del compimento di tutte le profezie ebraiche e poi, praticamente impossibile era far loro compiere l'intera iniziazione alle scritture sul tema del Messia e sulla rivelazione tutta intera.
Questo metodo è da ritenere che nel I-II sec d.C. sia rimasto nella ristretta cerchia dei più sapienti delle comunità giudeo-cristiane, comunità, sempre più marginali nella realtà ecclesiale cristiana.
Ireneo (Adv. Haer. 1,7, 4.) ed Origene (S Chr 147,245.275) ne difesero il simbolismo delle lettere, dei numeri, della croce, del Nome.
Vari furono gli elementi del simbolismo giudeo-cristiano (Emanuele Testa, "La fede della Chiesa madre di Gerusalemme" - Ed Dehoniane):

- l’uso della "lingua sacra";
- "numeri sacri";
- l’impressione di sigilli, detti "sfhragis" (alberi, aratri, barche) per indicare che il segnato apparteneva al proprio gruppo;
- la frequenza di "nomina sacra", di Dio e di Cristo;
- il rispetto del "mistero", nascondendo ad altri i simboli.

Nell’applicare tali elementi furono usate regole note anche ai rabbini, quali:

- del "notarikon" in cui ogni lettera di una parola è iniziale di altre (esempio: IXTYS Iesous Xristos Teous Yios Soter);
- della "gimatria";
- dell’"isopsephia", con cui è dato un identico valore numerico a due o a più parole segrete (come il caso del vino e del segreto, vedi: "Chi legge doppio è brillo" di "Decriptare le lettere parlanti delle sacre scritture ebraiche");
- l’"anagramma".

Dice Emanuele Testa: "I Giudei convertiti al cristianesimo fecero germogliare questi semi biblici già fecondati nella mistica rabbinica. Per questo si studiò la natura delle singole lettere (Ps. Tom. 6,3), la loro forma, i loro angoli, i loro segmenti (Ps. Mt 31,2) e si scrissero veri trattati sull’intero alfabeto … ebraico." (Vedi Eusebio in Praep. Ev. 10,5; Esichio, o Attanasio, o Ephraim - De Titul. Ps. 144; Girolamo, Epist. XXX, Ad Paulam; Giuseppe, Hypomnestikon 1,26).

S. Girolamo nella lettera 30 spiega a Paola la sacralità dell’alfabeto ebraico (PL 22,441-5) e, per consolare Eustachio della morte della madre, si accinge a tradurre le lettere mistiche di Pacomio (PL 23,66-106).
Leggo in Bagatti nel libro "All’origine della Chiesa" (III.6) che S. Girolamo: "per fare il lavoro di traduzione aveva approfittato dell’occasione che gli si presentava di avere fra mano non solo le lettere inviategli da Silvano prete di Alessandria, ma anche di trovare un aiuto nel sacerdote Leonzio che le portava, probabilmente esperto in questo genere di linguaggio… Pacomio ed i suoi intimi ritenevano queste lettere come una rivelazione angelica, ma comunque erano dei mezzi mnemonici giudicati adatti a raggiungere l’unione con Dio."

Eusebio riporta discussioni basate su parole ebraiche:

- quella sul valore e significato delle lettere riferito nella "Praeparatio evangelica" (PG 21, 787-90);
- sulle 4 lettere che compongono il nome di Dio (PG 22, 387s e 677s);
- sulla spiegazione su "iah" applicata a Cristo secondo il salmo 67 (PG 23, 685s);
- nel salmo 108,10 (1331s) sulla frase "Moab è il bacino per lavarmi" dice "Mi ricordo d’aver ascoltato un ebreo che mi dette questa spiegazione sotto segreto: che cioè si doveva capire misticamente la generazione di Cristo secondo la carne".

Ho allora voluto vedere bene quel versetto:

Sal. 108,10 - "Moab è il catino per lavarmi, sull’iIdumea getterò i miei sandali, sulla Filistea canterò vittoria."



"Tra i viventi lo portò il Padre in pienezza . Si lanciò () in un corpo a chiudersi giù . Fu dall’alto in un uomo . In una donna () il Potente fu la rettitudine ad inviare . Dall’alto fu dell’Altissimo il soffio potente ad accenderla completamente . Venne () nel corpo a portarsi in vista di agire ."

"Tra i viventi lo portò il Padre in pienezza.
Si lanciò in un corpo a chiudersi giù.
Fu dall’alto in un uomo.
In una donna il Potente fu la rettitudine ad inviare.
Dall’alto fu dell’Altissimo il soffio potente ad accenderla, completamente
Venne nel corpo a portarsi in vista di agire."


Queste è un’ulteriore prove a favore della lettura con i segni.

Nel Cristianesimo dei primi secoli si trova l’affermazione che la Legge, i Profeti e i Salmi contengono il mistero del Cristo in:

Kerygma Petri: "Noi aprimmo i libri dei profeti che avevamo; i quali nominano Gesù Cristo in parte mediante parabole, in parte mediante enigmi, in parte in maniera garantita e con parole chiare; vi trovammo la sua venuta, la morte e la croce e tutte le altre pene che gli infissero i Giudei, e la risurrezione e l’ascensione al cielo, prima della restaurazione a Gerusalemme, come tutte cose erano state scritte, che cosa egli doveva patire e che cosa dopo di lui doveva accadere." (Clem. Al. Strom VI 15, 128, 1).
Il che conferma essere poche le profezie che si leggono direttamente dal testo esterno in parte in maniera garantita e con parole chiare mentre le altre s’ottengono mediante parabole ed enigmi; e negli enigmi entra la traduzione coi segni.

Epistola di Barnaba: Secondo cui le Scritture contengono misteri e parabole (6,10), prevedono gli accadimenti del Cristo in figure che sono state scritte, ma nello Spirito (13,5). In altri brani riporta che nelle Sacre Scritture si debbono guardare i "tipi" ed al riguardo dice Graf Reventlow: "Sebbene Barnaba in questo contesto utilizzi più volte il termine 'tipo' (7,3.7.10.11; confr. anche 8,1; 12,2.5.6.9; 13,5), questo metodo s’avvicina maggiormente all’allegoria. Si parla di tipologia quando i tipi hanno anch’essi un loro significato storico, e non è questo il caso."
Cioè la parola "tipo" non ha in Barnaba il senso esclusivo dato successivamente dagli esegeti sulla base di quanto era loro noto; gli esegeti, infatti, non hanno mai pensato d’utilizzare "tipi" nel senso stretto della parola, cioè di lettura per lettere, come poi evidenzierò per altri successivi testi e quindi l’idea d’una lettura per decriptazione non è loro venuta in mente.

Pistis Sophia: Dichiara che la forza operante nei profeti dell’Antico Testamento aveva parlato con tipi e misteri; ma quella forza era lo spirito di Cristo, che nel Signore risorto offre ora con parole chiare la soluzione degli enigmi del passato. (A.Krugerud, "Die Hymnen der Pistis Sophia", Oslo 1967)

Giustino: Per quest’autore il disegno di Dio è stato rivelato nelle scritture in modo oscuro, per volontà stessa dei profeti, che hanno fatto intenzionalmente ricorso a parabole e tipi. (Dial XC 2)
Velato era soprattutto l’annuncio del mistero di Cristo mostrato in parabole e annunciato in forma segreta (Dial CXV 1) e asserisce che: noi Cristiani non potremmo comprendere le rivelazioni contenute nelle Scritture, se per volere di Colui che ha voluto quelle rivelazioni non avessimo ricevuto la grazia di comprendere. (Dial CXIX 1)

Ippolito: Per quest’autore vale quanto detto per Giustino.

Per la parola "tipi" usano t u p o i V quindi non solo i "tipi" come avvicinamenti a due personaggi o a due situazioni per una comune proprietà, ma anche lettere in senso stretto che sono appunto il mezzo da seguire per arrivare alla profezia, garantite dalla parola di Gesù che dice: "In verità vi dico: finché non sia passato il cielo e la terra, non passerà neppure uno iota o un segno della legge.(Mt. 5,18) e" scrutate le Scritture... ebbene sono proprio esse che mi rendono testimonianza. (Gv. 5,39)

Manlio Simonetti ed Emanuela Prinzivalli nel testo "Storia della letteratura cristiana antica" (Piemme 99), circa "il Dialogo col giudeo Trifone" (forse un rabbino), evidenziano in Giustino una "distinzione tra typoi e logoi che implica un importante criterio ermeneutico per l’interpretazione allegorica della Scrittura: le parti narrative della scrittura sono; secondo lui typoi, cioè trattano di fatti realmente accaduti che, a un secondo livello di lettura, contengono la prefigurazione di fatti futuri, i logoi, invece sono le profezie il cui unico livello di lettura e cristologico perché si compiono appunto in Cristo."

Anche per Ippolito (martirizzato nel 235 d.C.) è fatto lo stesso discorso: "Nelle parti storiche narrative i typoi si sovrappongono come secondo livello di lettura, senza negare la validità della lettera, nelle parti profetiche invece il livello interpretativo è unico e cristologico, perché Ippolito non ammette l’inveramento delle profezie su Israele."

Evidentemente qui gli autori intendono "typoi" in modo simile all’interpretazione allegorica (che ho accennato per Barnaba) - come ad esempio Adamo è "il tipo, la figura di colui che doveva venire" (Rm. 5,14) e non in senso stretto, perché non immaginano fino in fondo cosa nasconde il mondo di un "secondo livello di lettura" e, così facendo non appare loro che gli antichi e primi scrutatori giudeo-cristiani facessero decriptazioni dei segni ebraici.

Solo con i giudei era possibile, infatti, parlare di ciò, mentre quell’uso non era possibile con la maggior parte dei primi cristiani soprattutto quelli provenienti dai proseliti di lingua greca (Eusebio, Praep. Ev. 10,5; Isidoro di Siviglia, Etymol 9,1 3) e latina.
(Nella costituzione Dei Verbum del 18.11.1965 del Concilio Vaticano II si raccomanda agli studiosi d’avvalersi di tutti gli strumenti di ricerca che storia, archeologia - anche i geroglifici dico io - le critica letteraria mettono a disposizione per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, tenendo conto dei modi di sentire, di esprimersi e di raccontare vigenti ai tempi dell’agiografo.)

L’intero alfabeto fu usato per simboleggiare la potenza di Cristo; già nell’Apocalisse (21,6 e 21,13) sono riferite a Cristo le parole "Io sono l’alfa e l’omega, principio e fine"; quindi = uno, inizio, principio e = fine, e nel libro "Alle origini della Chiesa" (Libreria Editrice Vaticana 1981) di Bellarmino Bagatti è riportato un episodio su Gesù mandato a scuola e che confonde il maestro, estratto dalla "Lettera agli apostoli" (160 d.C.) e dal "Vangelo dell’Infanzia" dello pseudo Tommaso che dice: "Il precettore cominciò ad insegnargli l’alfabeto e Gesù gli disse: 'Prima dammi una spiegazione dell’Alef ', ma quegli non seppe dargliela; ciò viene così a sottolineare, come dice il Bagatti, che "si deve attribuire a Gesù una dottrina ermetica sul valore delle lettere".

Che agli inizi vi fossero tentativi d’esegesi oggi non considerati risulta chiaro dalla considerazione d’Ireneo contro gli gnostici: "Ed essi cercano di addurre prove non soltanto dai vangeli e dagli scritti dell’Apostolo (Paolo), travisandone di sana pianta l’interpretazione e dando spiegazioni false, ma anche dalla Legge e dai Profeti. Infatti, poiché molte cose sono dette in parabole e allegorie e possono essere forzata in molte direzioni diverse, con la loro interpretazione essi le adattano alle loro invenzioni e per giunta lo fanno in maniera ingannevole." (I,3.6) dal quale sembra uscire un cenno di critica ad una prassi contemporanea o pregressa, oggi desueta e/o non nota, quando eseguita con mentalità volutamente distorta.
Il testo della Scrittura poi costituiva un problema notevole.

I manoscritti. ad esempio, che aveva a disposizione Origene (185-254 d.C.) - i codici dei Settanta usati nella sua Chiesa - erano in parte lacunosi e il loro senso era spesso oscuro e volle confrontarli con il testo originale ebraico "apprese la lingua ebraica" (Eusebio HE VI,16) ed i metodi esegetici dei rabbini da un ebreo palestinese passato al cristianesimo ed emigrato ad Alessandria e racconta (PG 13,800), ad esempio, che per sincerarsi del significato della lettera Tau= aveva interrogato tre ebrei di cui uno "che credeva in Cristo" che gli dette la risposta aspettata, cioè che il Tau= simboleggia la croce; più tardi diede avvio ad un’opera con la quale fondò in pratica la critica testuale della Bibbia.
Accostò sinotticamente in quattro colonne (la "Tetrapla") il testo originale ebraico dell’A.T. (trascritto in lettere greche), la Settanta e altre due traduzioni greche (più tardi furono aggiunte altre due colonne con altre due traduzioni in greco - la "Hexapla").
L’obiettivo però era solo il miglioramento della Settanta nella cui colonna segnò aggiunte ed omissioni rispetto al testo originario.

Origene dice: "Il Primo e l’Ultimo è il Salvatore … Perché ci sono le lettere di Dio, come vi sono realmente - i santi conoscendole affermano di leggerle nelle Tavole celesti - sono (lettere) nozionali, divise in parti minute cioè alfa e così di seguito fino ad omega, che è il Figlio di Dio. Il quale è anche Principio e Fine." (PG 14,82s) e Bagatti nel libro "All’origine della Chiesa" (VIII. 1) asserisce: "Per esprimere il concetto di Gesù inizio e fine di tutte le cose, invece di restringersi alle sole due lettere estreme si può scrivere anche l’alfabeto completo o almeno l’inizio, perché nella mente degli antichi ogni lettera aveva il suo valore intrinseco."
(Ho trovato sulla rivista ebraica Shabbat Shalom N°131/2004 questo pensiero tratto dal libro "365 meditations of the Rebbe" che riporta sulla lettera ‘Alef la stessa tensione che abbiamo evocato: "La condizione del mondo attuale si chiama 'golah', mentre la condizione in cui si troverà presto si chiama 'gheulah'. Le due parole sono uguali, ma in mezzo a gheulah c’è una 'alef'. Alef significa padrone ma anche uno. Perché la golah diventi gheulah, dobbiamo solo rivelare la Alèf, il solo padrone dell’universo che si cela nelle creazioni del nostro mondo attuale. … Non siamo noi a dover essere portati fuori dall’esilio; piuttosto, è l’esilio a dover essere portato fuori di noi.")

Gli esegeti, del II e III sec. non potevano applicare il metodo delle lettere anche ai testi tradotti della Bibbia dei Settanta e poi alla Vulgata, gli unici usati, in quanto, com’è ovvio, quei testi non potevano dare i frutti che si conseguono coll’originale con i segni ebraici; invero al riguardo in Bagatti, in "Alle origini della Chiesa" (III.6) ho trovato: "Secondo alcuni studiosi, ma negato da altri, il vescovo Melitone di Sardi in Asia Minore, sarebbe venuto a Gerusalemme per procurarsi delle Bibbie traslitterate, cioè ebraiche con lettere greche, per la lettura nelle chiese. Se lo fu in realtà, tale lavoro doveva essere stato fatto dai giudeo-cristiani."
L’attività relativa fu poi giocoforza più portata sul piano omiletico in quanto le tematiche fondanti erano da estendere ad una massa incolta; perciò i tentativi dei primi secoli si rivolsero più ai numeri sacri (Vedi ad esempio lettere di Pacomio e scritti di Ireneo da Marco il Diacono, in Ireneo Advr. Haer. 1,15) e la ricerca della lettura dei segni venne a cessare.

Anche Girolamo (331-420 d.C.) prese lezioni d’ebraico da un convertito e dopo un periodo tra i monaci ascetici del deserto della Calcide intraprese la traduzione del testo ebraico onde arrivare ad un testo (Vulgata) in latino, ma rimase sempre un convinto assertore dell’"hebraica veritas", cioè del testo originale ebraico.
Girolamo mosse obiezioni sulla Settanta (che non fu una traduzione profetica nelle 72 celle separate, ma in una unica sala - Apologia contro Rufino II, 25) e propose l’idea d’adottare il testo originale ebraico; ciò trovò un portavoce in Agostino, timoroso che la Vulgata potesse essere accolta come divisione tra Oriente ed occidente (Vedi: Lettere 28=56 di Girolamo e 71=104 in Girolamo).
Girolamo, che "faticò per imparare una lingua straniera affinché gli ebrei la smettano di attaccare la Chiesa sulla base della scorrettezza dei suoi scritti", fece notare come le citazioni dei Vangeli provengono prevalentemente dal testo ebraico, "che anche il Signore usa e dal quale i discepoli attingono esempi" e ciò conforta e dà sostegno ulteriore all’idea sviluppata in altra parte del mio lavoro di decriptare quei versetti richiamati nei Vangeli.
Nel tempo pur tuttavia la sua Vulgata s’affermò in quanto per la prima volta la Chiesa disponeva d’un testo incomparabilmente più vicino alla traduzione tradizionale del testo ebraico rispetto alla Settanta tanto che nel Concilio di Trento fu riconosciuta come Bibbia ufficiale del Cattolicesimo. (Nel contempo Lutero aveva prodotto dal testo ebraico la sua traduzione in tedesco e ironia della sorte la Volgata rappresentò la traduzione ecclesiastica irrigidita alla stregua che la Settanta così appariva a Girolamo che produsse la Vulgata.)

Nel Dei Verbum 21 del Concilio Vaticano II leggo: "…i libri della Scrittura insegnano fermamente, fedelmente e senza errore la verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse consegnata nelle sacre lettere", che sembra conservare traccia dell’antico pensiero.
Sant’Agostino in "Enarratio in Psalmos" (103,4,1): "Ricordatevi che uno solo è il discorso di Dio che si sviluppa in tutta la Sacra Scrittura ed uno solo è il Verbo che risuona sulla bocca di tutti gli scrittori santi, il quale essendo in principio Dio presso Dio, non conosce sillabazione perché è fuori dal tempo."
Cioè pur non sapendo ormai perché tutto però è miracolosamente rimasto perché si dia la dovuta importanza alle lettere originali!
Più ci s’allontana dall’origine, più si perde traccia di questo tipo d’investigazione basata sull’attento esame delle lettere del testo canonico ebraico in quanto la Chiesa si stava portando su un tipo d’esegesi più consono per la massa dei nuovi adepti.

Perciò, per la ricerca in campo Cristiano, non resta che cercare nell’ambito dei primi scritti canonici ed anche se ciò sembra impossibile perché nessun testo è stato scritto con segni ebraici, c’è però la possibilità di decriptare i passi ebraici delle citazioni dell’A.T. in essi riportate e queste in genere ampliano e arricchiscono o rendono palesi a pieno le profezie anche quando prese da sole il testo non sembra parlare in modo esplicito.
Di ciò parleremo prossimamente in "Vangeli, profezie attuate dal Cristo

postato da nocentangelo alle ore 04:20 | link | commenti
categorie: chiesa di gerusalemme
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DECRIPTARE LA BIBBIA...



 
IL CRISTIANESIMO DI FRONTE AD UNA BIBBIA SEGRETA

di Alessandro Conti Puorger
per Edicolaweb

 

    parti precedenti:

PROFEZIE CHE CI SONO E NON CI SONO »

LA CHIESA DI GERUSALEMME E LA GRANDE CHIESA
Il seguente rapido escursus degli sviluppi della Chiesa alle origini fa capire come e perché ci fu il graduale abbandono dell’esegesi biblica ebraica e dell’uso dei libri dell’A.T. in ebraico nella Grande Chiesa rispetto a quanto usava la Chiesa di Gerusalemme.
Una questione, infatti, dibattuta nel Concilio Vaticano II fu la definizione dei giudeo-cristiani e del loro numero.
Nella sessione del 28.10.1965 fu accettato il concetto che si trova al n.4, lin. 10 ss "Recordatur etiam ex populo iudaico natos esse … plurimus illos primos discepulos, qui Evangelium Cristi mundo nuntiaverunt"; e veniva ammessa l’esistenza d’una Chiesa ex circumcisione, numerosa e forte, parallela a quella ex gentibus, detta Grande Chiesa, prendendo così atto delle scoperte archeologiche dello Studium Biblicum Francescanum di Gerusalemme in città ed in Galilea con gli scavi del Dominus Flevit, di Nazaret, di Khirbet Kilkish e degli studi di J.Daniélou sulla teologia giudeo-cristiana, che mutavano i pensieri sulla Chiesa primitiva.
Giudeo-cristiane sono le comunità della Chiesa antica, reclutate tra i giudei, di Palestina o della diaspora, che intendevano coniugare la fede in Gesù-Messia con le prescrizioni della Torah, la maggior parte cioè, degli evangelizzati dalla prima comunità di Gerusalemme.
La predicazione di Gesù di Nazaret attuata essenzialmente in Palestina, a Tiro e Sidone e nella Traconide, terra dei Gadareni, raccolse i 12 apostoli, ma anche numerosi discepoli e simpatizzanti.
Nell’inviare i dodici in missione li istruì: "Non andate tra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani: rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele." (Mt. 10 5b); tra i Samaritani andrà lui Gv. 4, poi vi predicò il diacono Filippo, Pietro e Giovanni.
Anche alla Cananea, alla quale guarì la figlia, disse: "Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d’Israele." (Mt. 15,24)

Questi cenni dei Vangeli riflettono un atteggiamento proprio del giudaismo nato dopo la distruzione del 1° Tempio (586 d.C.), definita "Ombroso particolarismo ed entusiastico universalismo sono i due aspetti fondamentali del monoteismo israelitico: il giudaismo sarà continuativamente attratto, nel corso dei secoli seguenti, verso queste due opposte direzioni. Questa tensione è in effetti la caratteristica dominante della sua storia." da Simon e Benoit in "Giudaismo e Cristianesimo" (Biblioteca universale Laterza 1985).

La predicazione, morte e risurrezione di Gesù furono capaci di raccogliere a Gerusalemme per la prima Pentecoste un nucleo di fedelissimi "il numero delle persone radunate era circa 120."(At. 1,14.15 ) da cui nacque la Comunità di Gerusalemme, essenzialmente di Ebrei.
Gli Atti degli Apostoli indicano il gran numero (3.000) di convertiti nella Pentecoste del 30 d.C. (At. 2,41e 2,48), arrivato a 5.000 (dei soli uomini - At. 4,4), cresciuto (At. 5,14 e 19,20) fino a raggiungere molte migliaia (At. 21,20) nell’epoca relativa a tali Atti (30-60 d.C.); infatti, la Chiesa di Gerusalemme "cresceva moltiplicandosi in modo sorprendente grazie a Giacomo, che il Signore aveva ordinato vescovo e che la governava amministrandola in modo più che retto." (Recogniziones di Pseudo Clemente I 44)
La Chiesa di Gerusalemme dei convertiti raggruppatisi attorno alle "colonne" Giacomo, Cefa e Giovanni (Gal 2,9), era costituita di:

- ebrei poveri e bisognosi (At. 6,1);
- uomini "gelosamente attaccati alla legge" mosaica (At. 21,20);
- alcuni farisei (At. 15,5);
- vari ellenisti (At. 6,1) e numerosi erano gli ebrei della diaspora;
- vari sacerdoti (At. 6,7).

Una disposizione ufficiale, risalente a Cesare, assicurava ai giudei della diaspora ed a quelli di Palestina di poter praticare il proprio culto, che lo Stato romano rispettava ("religio licita" - le monete erano senza immagini umane, gli stranieri non potevano entrare nel Tempio) per l’antichità dei riti, e li dispensava dai doveri civici incompatibili con quella fede e dai riti del culto imperiale e la maggior parte dei giudei della diaspora che s’era abituata a vivere tra i pagani, non poteva sottrarsi del tutto alla loro influenza, ignorava in genere l’ebraico, parlava latino o greco.
Questi non s’associarono alle rivolte del 67-70 e del 132-135 d.C. anche se riconoscevano Gerusalemme come la città santa e vi facevano un pellegrinaggio almeno una volta nella vita, riconoscevano l’autorità del Sinedrio e del Patriarca e pagavano l’imposta annuale del Tempio.
Molti ebrei, non solo in Egitto e nelle altre nazioni, ma anche nella stessa Palestina avevano imparato il greco alla perfezione in quanto apriva a posizioni influenti, l’élite frequentava i ginnasi e manteneva la fede d’Israele.

La traduzione in greco della Bibbia detta dei Settanta fu invero effettuata per soddisfare il desiderio della colonia giudaica di lingua greca d’Alessandria d’avere un testo d’uso corrente. (Nella lettera d’Aristea 150-100 a.C. c’è il racconto, di come Tolomeo II -285-247 a.C. fece tradurre la Torah in greco da 72 scribi fatti appositamente venire da Gerusalemme, processo che poi si estese anche agli altri libri e si concluse sulla fine del II sec. a.C.)
La Bibbia dei Settanta, fu poi respinta dal giudaismo rabbinico che dichiarò vincolante il testo ebraico, mentre i cristiani proseguirono con tale testo in greco che fu sempre più interpretato sotto quel punto di vista. (Ad esempio, il Tetragramma fu sostituito con il Signore, come si pronunciava per rispetto. L’influenza greca si sentì pesantemente in quella traduzione, come nel caso di "Io sono colui che sono" con "Io sono l’esistente" o "Io sono colui che è." Graf Reventlow Henning, in "Storia dell’interpretazione biblica" - Piemme 99, al riguardo dice: "Soprattutto l’idea della risurrezione dei morti e della vita eterna, che affiora soltanto ai margini dell’Antico Testamento in scritti tardivi come Dn. 12,1-3 e Is. 26,19, viene inserita nei Settanta in diversi passi come Sal. 1,5, Is. 38,16 e Gb. 19,26. Nella composizione poetica ebraica di Gb, il Giobbe sofferente esprimeva la convinzione che, prima ancora della sua dipartita, avrebbe visto la propria giustificazione davanti a Dio, da lui tanto attesa.")

La traduzione dei Settanta pur se spesso si discosta dalla lettera del testo ebraico masoretico fu adottata anche nella liturgia di sinagoghe della diaspora e venne a portata di mano anche dei pagani e fu così un’efficace propaganda religiosa, ma "Essa testimonia però anche l’influsso di categorie del pensiero greco sul giudaismo della diaspora; tende ad eliminare o attenuare ciò che poteva urtare un pagano colto, riduce gli antroporfismi del testo ebraico, spiritualizza l’immagine divina, traduce espressioni e nozioni tipicamente semitiche in termini e concetti derivanti dalle scuole filosofiche greche." ("Giudaismo e Cristianesimo" di Simon e Benoit-Bib, Universale Laterza 1985)
I rabbini palestinesi, infatti, dichiararono che il giorno della traduzione della Bibbia dei Settanta fu nefasto come quello del vitello d’oro, sì che le tenebre offuscarono il mondo per trenta giorni.
Quei testi però aprirono la via portata avanti Filone con l’interpretazione allegorica dei testi sacri (ripresa poi sotto alcuni aspetti da San Paolo) per una sintesi dei fondamenti della rivelazione biblica e dei principi più avanzata della filosofia di quei tempi.

Filone, che nacque da facoltosa famiglia ebrea d’Alessandria nel 20 a.C. (risulta che fece parte di una legazione di giudei d’Alessandria a Roma presso Caligola nel 39-40 d.C.) godette d’ampia formazione greca e di filosofia ellenistica, nel cui ambito fu fondamentalmente un Platonico, conobbe bene la Sacra Scrittura nella traduzione dei Settanta (che nel giudaismo ellenistico era considerato testo ispirato come l’originale ebraico) e sosteneva che nella Bibbia c’è la verità, ma nascosta in allegorie valide anche per il mondo greco, estrapolabili in quanto i Greci certamente hanno mutuata la loro filosofia da Mosè (De mutatione nominum).
Questo metodo d’interpretazione, che alcuni pagani avevano applicato alle opere d’Omero, aldilà dei miti e dei racconti, tende a trovare la quintessenza spirituale che vuole essere trasmessa.
Di questa, s’era già servita la già accennata "Lettera d’Aristea o pseudo-Aristea" per giustificare i divieti alimentari della Torah.
Ciò nonostante la sinagoga della diaspora, pur se aperta ai pagani simpatizzanti (Vedi Mt. 23,15; At. 2,11; 6,5; 13,43), non riusciva col proprio legalismo ad attrarre i pagani, sensibili al problema della salvezza e dei culti misterici, come invece fece il Cristianesimo col fresco annuncio cristiano della Chiesa nascente del Salvatore incarnato, morto e risorto.
Il metodo allegorico ebbe grande influenza nella Chiesa che nasceva tra le nazioni, dopo la prima persecuzione di Erode Agrippa (42-44 d.C.), epoca in cui molti convertiti portarono il Vangelo a Roma e sulle costa fenicia. In Svetonio-Claudius 25 si trova: "I Giudei che tumultuavano continuamente per istigazione di Cresto, egli (Claudio) li scacciò da Roma"; notizia ripresa da Dione Cassio che sembra rettificare: …egli (Claudio) non li scacciò ma ordinò di non tenere riunioni, pur continuando nel loro tradizionale stile di vita. (Hist. 60,6,6 - siamo al 41 d.C., morto l’imperatore Caligola).
Da Giuseppe Flavio Bell. 2.80 s’apprende che a Roma ai tempi di Gesù c’era già una consistente comunità ebraica: "Nel frattempo Archelao dovette affrontare a Roma un altro giudizio contro alcuni giudei, che erano stati inviati prima della rivolta col permesso di Varo (governatore della Siria) per trattare del problema dell’indipendenza nazionale. Erano arrivati in 50, ma li appoggiavano più di 8000 giudei che vivevano a Roma."
Gli ebrei della diaspora avevano i privilegi d’"isopoliteia" (Ant. 12,119-124) concessi da Giulio Cesare (vedi Giuseppe Flavio Ant. 14,185-216), con piena libertà di culto, esentati dal venerare la statua dell’imperatore e dal servire nell’esercito (l’isopoliteia fu però di fatto negata ai cristiani, prova sono le "persecuzioni" e i Romani che in genere non s’interessavano di beghe religiose quella volta presero atto e sancirono di fatto che i Cristiani non erano più una setta ebraica.)
I primi cristiani di Gerusalemme, non avevano intenzione di separarsi dal giudaismo, di cui osservano le prescrizioni e molti si limitano ad assegnare un nome al Messia atteso dalla fede giudaica; cioè, allora, la Chiesa nascente era solo una delle sue sette e l’annuncio cristiano s’innestava su preesistenti idee religiose producendo varie sfumature nelle sette dell’ebraismo d’allora, le cui principali erano:

- scribi e farisei rispettosi con rigore della Legge e della tradizione;
- sadducei, (il loro nome sembra modellato su quello di Sadoq, grande sacerdote all’epoca di Salomone. Essi escono di scena nel 70 d.C. dopo la distruzione del Tempio) provenivano essenzialmente dall’aristocrazia sacerdotale, conservatori, in quanto s’attenevano all’interpretazione letterale delle Scritture canoniche e non accettavano la Torah orale e la fede nella risurrezione, la vita futura e l’angelogia che con le dottrine dell’aldilà sembravano un’innovazione rispetto alla fede prima dell’esilio;
- esseni, disgustati dal rigorismo legale e che si opponevano alle gerarchie e ai sacrifici del Tempio e, come i farisei, professavano la fede nell’aldilà ed erano rigorosi nelle pratiche rituali e nello zelo;
- seguaci di Giovanni Battista;
- samaritani, che avevano costruito un tempio (che fu distrutto da Giovanni Ircano nel 129 a.C.) rivale di quello di Gerusalemme;
- zeloti, estremisti, pronti alla guerra santa contro l’occupazione dei romani, considerati questi espressione del regno di satana;
- ebrei della diaspora più o meno ellenizzati;
- stranieri proseliti.

Tra i Romani occupanti ed i loro simpatizzanti, tra i mercanti greci, fenici e arabi e la congerie di stranieri (At. 2,9-11) circolavano anche le idee del paganesimo razionalizzate con spiegazioni filosofiche che intendevano offrire un senso cosmologico alle sue favole religiose.
Con l’acquisizione alla Chiesa di giudei ed ellenizzanti si convertivano, infatti, un gran numero di pagani in quanto al seguito dei commercianti e delle loro carovane viaggiava la fede cristiana.
A tutto ciò s’univano fantasiose speculazioni, fatalismi di oroscopi astrologici ed mitologie connesse all’influenza dello Zoroastrismo della Media e della Persia (religione salvifica e dualistica. Dio con i suoi Santi immortali s’oppone allo Spirito cattivo e ai corrispondenti Antisanti Demoni ed ha un suo proprio libro sacro l’Avesta. L’uomo ha il libero arbitrio ed è aiutato dalla religione a vivere nel campo buono. Alla morte tre giudici pesano le azioni e si va in un paradiso o inferno provvisorio, poi ci sarà una fine dei tempi, i corpi risusciteranno, tutto sarà purificato dal fuoco e le anime dei puri saranno immuni e i cattivi saranno purificati nel fuoco. Questa religione, che si espanse anche in India - Parsi - fu predicata nel VI-VII sec. a.C. da Zarathustra e fu fonte di tante eresie - nestoriane - non fu distrutta dall’Islam, fiorì nella letteratura e se ne trova traccia tra gli sciti.)
In questa sfaccettata realtà con attiva evangelizzazione nascevano le prime comunità, mentre circolavano anche religioni misteriche che offrivano agli uomini la conoscenza delle realtà prime ed ultime ed un sistema etico per liberare l’anima dalla prigionia del corpo e del mondo assicurando la felicità futura, idee che influivano nello gnosticismo giudaizzante che iniziò a serpeggiare, causa poi d’eresie.
È anche da considerare che taluni tra quelli che procedevano all’annuncio non sempre erano in piena sintonia nella predicazione con quella che poi fu definita l’ortodossia, ad esempio:

- un Apollo, che non conosce che il battesimo di Giovanni (At. 18,25s);
- falsi o superapostoli (2 Cor. 11,5 e 13 Ap. 2,2);
- esorcisti ambulanti (At. 19,13);
- già farisei, che volevano la circoncisione dei convertiti (At. 15 1 e5);
- discepoli di Giovanni che lo ritengono il Messia (Lc. 7,26-29);
- culto degli angeli di tipo essenico (Col. 2,18);
- Cerinto, che insegna che Gesù è solo un uomo.

Con la predicazione sempre più numerosi furono gli ascoltatori ed i convertiti e si distinguevano due principali rami:

- ebrei, anche della diaspora, alcuni pagani semitizzati e proseliti ellenisti che conservarono le categorie ebraiche midrashiche e simboliche nell’esegesi biblica, (Girolamo) e la teologia (vari Padri della scuola antiochiena Origene, Epifanio).
- ebrei della diaspora e simpatizzanti, proseliti ellenisti ad Antiochia, in Galazia, a Corinto e pagani (Gal. 2,1ss; 1Cor. 1,13) che preferirono l’universalismo di Paolo;

Col nascere delle comunità cominciava a svilupparsi un pensiero teologico che solo gradualmente poté dare una risposta organizzata ed "ortodossa" ai vari aspetti delle filosofie, religioni, miti e credenze incontrate negli ascoltatori della predicazione, avvisaglia delle prime storture, radice di quelle che poi furono catalogate in eresia.

Tra i convertiti del secondo gruppo si riconoscevano:

- nazirei cattolici, ebrei nei riti (sabato, circoncisione, ecc.);
- ebioniti, solo alcuni non eretici (Cristo profeta, Messia dal battesimo);
- gnostici e samaritani, questi ultimi seguaci di Simon Mago (At. 8);
- correnti encratiche che vivevano in povertà, verginità e in austerità, paralleli cristiani ai monaci esseni di Qumran.

La prima problematica fu l’osservanza o meno dell’intera legge di Mosè per i convertiti provenienti dal paganesimo, che si risolse con il primo Concilio di Gerusalemme, ma che portò un cambiamento reale di mentalità solo dopo alcuni secoli .
La maggior parte dei giudei cristiani propendevano per Giacomo, ed i gentili-cristiani per Pietro pur se in Palestina, soprattutto in Galilea esisteva, una prevalenza petrina come dimostrano gli scavi a Cafarnao, ed a Gerusalemme tenevano il luogo Dormitio Mariae; l’autore anonimo delle "Costituzioni Apostoliche" (PG 1,1085-6) registra una parità di primato tra Gerusalemme e Roma e cita anche Antiochia tra le sedi principali della Chiesa d’allora pur se in secondo piano.
È stato stimato che nel 70 d.C. i cristiani ed i catecumeni erano sui 35-40.000 e che nel 100 d.C crebbero di 8 volte superando il numero di 300.000 (Il grande atlante della Bibbia, edizione Reader’s Digest 86 curata da Gianfranco Ravasi) su tutto il territorio dell’impero romano e di questi circa 80.000 erano in Asia Minore.
Ireneo, vescovo di Lione in Gallia nel 185 d.C. accenna quale era l’espansione nell’Asia Minore, a Roma ad Alessandria, a Cartagine, in Spagna ed anche a nord fino a Colonia, nella valle del Reno.
Tertulliano alla fine del II secolo scrive: "Siamo appena nati ieri eppure abbiamo già oltrepassato i limiti del vostro impero: le vostre città, isole, fortezze, assemblee, accampamenti, palazzi, senato, foro, tutti sono gremiti di Cristiani."
Da questa rapida espansione risultò l’impossibilità pratica per la Grande Chiesa di procedere col catecumenato all’insegnamento della Torah in ebraico, della cultura Biblica e della completa tradizione e fu data sempre maggiore importanza alla teologia della grazia di cui era stato assertore Paolo rispetto al rigorismo della Legge farisaica ("A Mosè sono state rivelate 613 prescrizioni, 365 proibizioni, corrispondenti all’anno solare e 248 comandamenti, corrispondenti alle ossa dell’uomo." - Makkot 23b)
Paolo, anche se fece molti viaggi, in quei decenni di grande evangelizzazione ebbe giocoforza influenza limitata al settore geografico d’alcuni centri dell’Asia Minore e della Grecia; a Roma v’arrivò che la predicazione c’era già stata (non da parte di Pietro, su ciò non concorda Eusebio - l’espulsione da parte di Claudio nel 49 d.C. rivela che c’era già una comunità cristiana, anche la lettera ai Romani del 58d.C. non parla di Pietro).
Al riguardo nella "Nouvelle histoire de l’Eglise" di J.Daniélou e H.I.Marrou - Paris 1963 si legge questa sintesi: "Per Paolo che pensa ai pagano-cristiani, è essenziale liberare il cristianesimo dalle aderenze giudaiche. Pietro, invece, teme defezioni da parte dei giudei-cristiani che, sotto la pressione del nazionalismo giudaico, rischiano di tornare al giudaismo; e perciò vuole mantenerli nella nuova fede mostrando loro che è possibile essere fedeli, nello stesso tempo, alla fede cristiana e alla legge Giudaica."

Il crescere d’importanza della teologia di Paolo, confermata dall’orientamento della Chiesa che inserì le lettere di Paolo nel canone del Nuovo Testamento, portò ad emarginare e ridurre d’importanza chi si collegava alla teologia dei meriti, rispetto a quella della grazia; sta di fatto però che i giudeo-cristiani continuarono per almeno tre secoli ad osservare le prescrizioni della Legge fin quando il Canone del NT fu completamente definito (Decreto Damasi 382 d.C.).
Bellarmino Bagatti in "Alle origini della Chiesa" scrive: "La più intensa occupazione romana della Palestina in seguito alla seconda guerra del 135, aveva reso più facile il contatto tra i cristiani dei due ceppi, giudeo e gentile, sia per la residenza che gli etnico-cristiani potevano prendere sul suolo già ebraico, sia per i pellegrinaggi che potevano intraprendere senza difficoltà. Così si conobbero meglio, ma se ciò per alcuni, fu un allargamento d’idee, per altri fu un motivo di iniziare una lotta religiosa. Infatti qualche gentilo-cristiano non poteva sopportare che i suoi correligionari perpetuassero, dopo più di un secolo dalla morte del Salvatore, quei riti ebrei che egli, avvezzo alla lettura di S. Paolo, credeva giuridicamente aboliti. I cristiani di ceppo giudaico, invece pensavano che era un male lasciare quei riti, perché né N. Signore, né gli Apostoli, ad eccezione di Paolo, li avevano aboliti."

Tra le posizioni estreme c’è la posizione moderata di Giustino in Dialogo con Trifone che sostiene il concetto che ognuno, sulla questione del rispetto dei principali precetti della Torah, faccia come vuole senza pretendere che l’altro si adegui o non si adegui perché la salvezza viene dal Cristo e non da quei precetti e ciò non sia motivo di litigi, ma vivano in comunione.
Di tale opinione è pure l’autore delle "Costituzioni Apostoliche" (PGI, 979-82) che critica chi pensa che dalla donna nei giorni del proprio ciclo s’allontanerebbe lo Spirito Santo e se morisse in quello stato non sarebbe salva e dice: "Non il lutto degli uomini, né le ossa dei morti, né i sepolcri, né i cibi, né le polluzioni notturne, possono macchiare l’anima dell’uomo."

Autori antichi, tra cui lo stesso S. Ignazio di Antiochia, che si nutriva di cultura ebraica, l’anonimo della Lettera di Barnaba (IX) e quello della lettera a Diogneto (IV,1) dissuadono i fedeli dal praticare costumanze che erano in contrasto con la grande Chiesa.
Già attorno alla fine del II sec., poi, le idee sugli scritti canonici, comunque erano già abbastanza chiare come risulta dal Frammento del Muratori (testo latino mutile della parte iniziale, ove evidentemente parlava dei Vangeli di Matteo e Marco e della fine, databile al più tardi al 200 d.C. - in quanto parla anche del Pastore d’Erma fratello di lui il Vescovo Pio che era allora sulla cattedra di Roma - testo scoperto da Ludovico Antonio Muratori nel 1740 nella Biblioteca Ambrosiana) che tra i testi sicuri cita:

- ..., Luca, Giovanni;
- Atti degli apostoli;
- Lettere di Paolo ai (I e II) Corinzi, Efesini, Filippesi, Colossesi, Galati, (I e II) Tessalonicesi, Romani, a Filemone, Tito, (due) Timoteo, (non indica la Lettera agli Ebrei);
- Lettera di Giuda, (due e non tre) di Giovanni, (non indica le due di Pietro e quella di Giacomo);
- (La sapienza di Salomone scritta da Filone !?)
- L’Apocalisse di Giovanni, l’apocalisse di Pietro (ma avverte che alcuni non l’accettano; poi esclusa dal canone definitivo)

Con Ireneo e con Origene la grande Chiesa iniziò a trattare alcuni giudeo-cristiani come una setta eretica (In Jon. 1,1 di questi Origene dice che si considerano gli eletti d’Israele, ma non ne raggiungono nemmeno il numero di 144.000 dell’Apocalisse); in particolare gli ebioniti (poveri) e/o nazareni che praticano le prescrizioni della Legge compresa la circoncisione, si volgono verso Gerusalemme nelle preghiere, sono ostili a Paolo considerato apostata, accettano solo il Vangelo apocrifo detto degli Ebrei (che considerano di Matteo).
Tra questi, in effetti c’erano alcuni per cui Gesù non era che un gran profeta su cui lo spirito di Dio scese al momento del battesimo e quest’eresia ha poi avuto gran peso sulla formazione del credo dell’Islam (Sull’influenza del giudeo-cristianesimo sull’Islam vedi W Rudolph, "Die Abhàngigkeit des Korans von Judentum und Christentum", Stuttgart 1922), altri consideravano che Gesù fosse stato innalzato allo stato divino al appunto al momento del battesimo, unendosi all’eone Cristo, identificato da alcun con lo Spirito Santo e da altri con l’angelo che s’incarnò in Adamo (echeggia l’idea dell’Adam Kadmon che circolò nella Cabbalà).

"Recogniziones di Pseudo Clemente III" e Ireneo Apol. 1,26,56 riferiscono dell’eresia di Simon Mago:
"Dio è la Potenza suprema che ha come corrispondente femminile il proprio pensiero - l’Ennoia che uscita dal padre come Minerva da Giove crea gli angeli ed il mondo, ma gli angeli l’imprigionarono in un corpo femminile che s’incarna di donna in donna, mentre la Potenza suprema si manifestò ai Giudei con il Figlio Gesù, ai samaritani come Padre, in lui Simon Mago, e in altri luoghi come Spirito Santo."

Quest’eresia circolava tra i samaritani che, riferisce Giustino, ai tempi d’Antonino Pio (138-161 d.C.) erano tutti seguaci di Simone, ma che un secolo dopo Origene - "Contra Celsum" 1,57- dice che non superavano ormai il numero di trenta.
Fu nel II sec. che le avvisaglie di crisi per disparità di sintesi teologica, causate dalla gnosi e dalle sue sette, con elucubrazioni ed inserimento di miti traendone miti e credenze arrivarono a situazioni da controbattere, e tra queste alcune procedevano pure con criteri pseudo giudaici sulle scritture; la scelta del giorno della ricorrenza della Pasqua fu poi elemento d’ulteriore divisione.
Ai Valentiniani, Perati, Cainiti, Ofiti … s’opposero Giustino, Ireneo, Ippolito, Epifanio; è di quel periodo una pletora di scritti inseriti poi tra gli apocrifi che nel III e IV sec. vieppiù si moltiplicarono (Nel 1945 a Nag-Hammadi si trovò una giara del V sec. con una biblioteca gnostica con 51 trattati).

Non può però farsi astrazione storicamente da tali testi che tramandano le credenze di primi cristiani trattandosi di materiale che apre spaccati antichi utili per comprendere la maieutica teologica.
Alcuni articoli di fede, infatti, trovano in quegli scritti conferme, come la Verginità di Maria, la discesa di Cristo agli inferi, l’assunzione al cielo di Maria (Vedi apocrifi sulla dormizio), come pure varie convinzioni consolidate, ad esempio i nomi dei genitori di Maria (Gioacchino e Anna), la presentazione di Maria al Tempio, la nascita di Gesù in una grotta e la presenza del bue e dell’asino, che i re Magi erano tre, con i loro nomi, il nome del centurione Longino, la storia della Veronica. (Vedi Apocrifi del N. T. a cura di Luigi Moraldi, TEA 91).

La gnosi sfociò nel dualismo e quindi nel manicheismo e s’arrivò con il marcionismo perfino al rifiuto dell’A. T. a cui però fu opposto un netto rifiuto; l’influenza di questa Chiesa giudeo-cristiana si fece così sentire per lungo tempo, e la Grande Chiesa, anche grazie a quella, non ha mai rinunciato a considerare a base del credo le Scritture; "L’Antico Testamento è una parte ineliminabile della Sacra Scrittura. I suoi libri sono divinamente ispirati e conservano un valore perenne poiché l’Antica Alleanza non è mai stata revocata." (Catechismo della Chiesa Cattolica n° 121)

I primi scritti a base del Vangelo di Matteo, sarebbero stati redatti proprio in ebraico, secondo Eusebio di Cesarea nel sua "Historia Ecclesiastica", (III, 39.16) che riporta di Papia di Gerapoli (II sec d.C.), la "Esposizione degli oracoli del Signore", la quale sostiene: "Di Matteo invece riferisce questo: Matteo raccolse i detti (di Gesù) nella lingua degli ebrei, riducendoli ognuno come poteva.", confermato anche da Ireneo di Lione (135-200d.C), pure citato da Eusebio: "Matteo pubblicò tra gli Ebrei, nella loro lingua, anche un Vangelo scritto, mentre Pietro e Paolo predicavano a Roma e vi fondavano la Chiesa" ("Adversus Haereses", III, I,1 in Eusebio, "Historia Ecclesiastica" V,8.2).
Lo stesso Eusebio in "Historia Ecclesiastica" III, 25 sostiene che: "Alcuni pongono in questa categoria (tra i libri apocrifi) anche il Vangelo degli Ebrei, il Vangelo, cioè caro soprattutto ai giudei cristiani.", perché (Historia Ecclesiastica III, 27,1-6) era usato specie dagli Ebioniti (tra cui c’erano molti eretici).

Un’eco della teologia giudeo-cristiana è nella lettera di Giacomo.
I primi scritti della Chiesa di Roma ascrivibili più alla tradizione giudeo-cristiana che alla tradizione Filone-Paolina sono, anche se non fanno parte del canone, "La lettera di Clemente - vescovo Roma - ai Corinzi" ed "Il Pastore d’Erma" (scritto a Roma nel II sec.)
È nell’Apocalisse che lo schema giudaico apocalittico è evidente, mentre il Vangelo di Giovanni, pur presentando alcune affinità con scritti del Mar Morto, con il Prologo, riguardante la concezione del Cristo-Logos, palesa una corrente che riflette la linea Filone-Paolina che così fu tappa fondamentale nello sviluppo della cristologia.

Fu la Chiesa "ex circumcisione" molto progredita nella teologia basata sulla cristologia e sull’ecclesiologia in quanto usava forme letterarie e midrashiche avendo nelle sue fila tanti sacerdoti, farisei e rabbini e come diceva Egesippo, "i più nobili della nazione" (Eusebio 2,23).
Vari Padri - i Santi Gerolamo, Ignazio d’Antiochia, Giustino, Cirillo di Gerusalemme, Epifanio - guardarono con simpatia a questa Chiesa ebreo-giudaica basata sul rispetto delle tradizioni locali e bibliche.
In particolare S. Epifanio e S. Efrem osteggiavano l’invasione nella chiesa della filosofia greca e S. Eusebio e S. Girolamo, secondo Bellarmino Bagatti, in "Alle origini della Chiesa": "...non si peritarono di togliere dal deposito giudeo-cristiano delle spiegazioni bibliche e soprattutto le varianti delle versioni per comprendere meglio il testo biblico. Ciò li condusse ad avere una mentalità sui giudei-cristiani più equanime di altri cristiani."
Pur tuttavia, nel IV secolo, dopo la vittoria sul paganesimo, si ebbe un riordinamento della chiesa e a Nicea per il Concilio nel 325 d.C. si riunirono 318 vescovi, di cui 18 della Palestina, tutti di ceppo gentile e di città costiere, e questo divario senza dialogo con la chiesa giudeo-cristiana si allargò sempre di più.
In tale occasione fu rinnovata la decisione di celebrare la Pasqua di Domenica, ma le usanze Giudeo cristiane furono definitivamente proibite nel concilio di Antiochia (341 d.C.) decretando che il sabato non si riposa e non si partecipa ai digiuni dei giudei né ai riti in sinagoga pena la scomunica per i disobbedienti.
S. Giovanni Nisseno nel 379 e S. Giovanni Crisostomo con alcune omelie nel 386 palesano che i giudei-cristiani non s’erano adeguati.
Questa chiesa resistette fino all’VIII sec. d.C. poi fu assorbita dalla Grande Chiesa e gli eretici confluirono nell’impero mussulmano passando alla nuova religione come convertiti (i mawali) e diventarono la casta dei Kutab, o scrivani, che introdussero nel Corano elementi cristologici e mariologici connessi all’A.T.

ESEGESI DEI GIUDEO-CRISTIANI