CROMATIANUM ......... Cenacolo culturale "Fides et Ratio"

martedì, 15 gennaio 2008

«AQUILEIA DELLE GENTI»

Cromazion dLA METROPOLI ALTOADRIATICA
AL TEMPO DEL VESCOVO
CROMAZIO
 
di GIUSEPPE CUSCITO 1
 
AQUILEIA CAPITALE DELLA PROVINCIA VENETIA ET HISTRIA
Nel secolo III Aquileia appare come una città fiorente, ma di rango politico secondario, un ricco centro commerciale a cui la straordinaria ed efficace resistenza della sua popolazione civile di fronte all'usurpatore Massimino il Trace descritta dallo storico greco Erodiano (238) ha conferito singolare prestigio; l'episodio culminante della vicenda è raffigurato con ingenua
semplicità anche sul fianco di un'ara: Aquileia, assediata da Massimino, chiede aiuti a Roma e, dall'alto del suo trono, la turrita matrona stende la mano alla città supplicante che porta sulla corona l'insegna simbolica dell'aquila. Solo le riforme tetrarchiche elevano l'importanza politica di Aquileia al rango del suo peso economico e, come è stato ultimamente osservato, favoriscono l'elaborazione di una coscienza civica consolidatasi nella resistenza del 238 e destinata a pesare sulla storia della città.
L'Edictum de pretiis promulgato da Diocleziano sullo scorcio del sec. III per calmierare i prezzi in un momento di crisi economica lascia intendere il ruolo di Aquileia nella rete del grande commercio mediterraneo, confermando la sua prosperità e la continuità della sua funzione emporiale illustrata già da Strabone per il periodo augusteo e da Erodiano per il sec. III.
Dalla letteratura ecclesiastica della fine del sec. IV si ricava la vitalità dei collegamenti marittimi, le regolari relazioni con l'Oriente e la frequenza degli scambi, attestata anche dall'abbondanza delle ampolle di pellegrinaggio trovate ad Aquileia, oltre che da una considerevole quantità di anfore africane del sec. IV e di ceramica africana e orientale. Il secolo IV segna dunque l'apogeo di Aquileia, che, per la diversità di funzioni svolte, assurge al rango di vera metropoli, cerniera tra il mondo mediterraneo e quello continentale europeo.
Aquileia assume allora il ruolo di capitale della provincia Venetia et Histria, mentre la presenza abituale del governatore con i suoi uffici accresce il peso e il fasto della città, che consolida la sua importanza amministrativa anche grazie all'istituzione della zecca, le cui emissioni sono destinate per lo più al pagamento delle truppe sul fronte danubiano.
Tale prosperità si riflette anche sull'assetto urbano, già dotato delle strutture tipiche di un grande centro cittadino (teatro, anfiteatro, terme, circo): in effetti il sec. IV, specialmente sotto la dinastia costantiniana, è stato un momento di intensa attività edilizia e di modifiche del paesaggio urbano (si è parlato anche di «rivoluzione urbanistica»), in seguito allo sviluppo del nuovo polo aggregato intorno all'impianto della prima basilica episcopale nella zona sudorientale
della città, dentro la più ampia cinta delle mura tardoantiche. Anche il foro, riccamente monumentalizzato in età Severiana, ricevette una nuova sistemazione da parte del primo governatore cristiano della Venetia et Histria, Septimius Theodulus, che, all'inizio del 360, avviò un restauro sistematico delle statue lì esposte nel tentativo di riaffermare il culto di una memoria civica che poneva al primo posto la storia della città.
 
Stime demografiche non sono possibili per mancanza d'informazioni dirette, tuttavia si può dire che la superficie compresa entro la cinta delle mura tardoantiche collochi Aquileia al livello delle città di media grandezza piuttosto che a quello delle megalopoli dell'impero, come Roma e Alessandria. Vi sono attestati anche parecchi soggiorni di imperatori, mentre l'esistenza di un palazzo imperiale alle Marignane, a ovest del circo, è ipotesi ancora bisognosa di conferme.
Aquileia è presente anche nelle opere degli storici antichi per il posto che occupa nella storia politica e militare del sec. IV, quando, in più occasioni, manifesta ostilità per un potere ritenuto illegittimo e, come al tempo di Massimino il Trace, è disputata tra i candidati all'impero: nel 313 essa tenta di resistere a Costantino; nel 351-352 accoglie tra le sue mura il tiranno
Magnenzio, celebrato nella documentazione numismatica della zecca aquileiese come liberator rei publicae e restitutor libertatis in linea con i valori ereditati dalla più veneranda tradizione romana; nel 360 si presta al tentativo delle legioni di Costanzo per contestare la legittimità di Giuliano (l'Apostata); nel 387 l'usurpatore Magno Massimo, dopo la fuga di Valentiniano II verso l'Illirico e la sfida a Teodosio, vi stabilisce il centro della sua resistenza, trovandovi la morte. Nonostante il ruolo passivo se non ambiguo di Aquileia in tale frangente, il retore Decimo Magno Ausonio ritiene di doverla celebrare, in linea con una tradizione letteraria ormai consolidata, come città moenibus et portu celeberrima, assegnandole il nono posto fra le più nobili città dell'impero per gli eventi decisivi di cui è stata spettatrice: alla città reale si sovrappone dunque l'evocazione della città eroica.
 
Nel 394, Teodosio tornò ad Aquileia un'altra volta come difensore dei diritti dell'impero per contrastare Arbogaste che aveva ucciso Valentiniano II e aveva proclamato imperatore Eugenio, di cui anche Ambrogio riprovava l'azione filopagana tanto da abbandonare Milano per Bologna, prima tappa del suo volontario esilio: perciò, mossosi da Costantinopoli, Teodosio si diresse verso Aquileia, quartiere generale dei ribelli e nella valle del Frigido (Vipacco), favorito da un vento improvviso, sbaragliò il nemico, fiaccando così la reazione pagana.
Nella misura in cui presidia i passaggi delle alpi Giulie e l'accesso all'Illirico, Aquileia diventa la porta d'Italia: è stato detto che prendere Aquileia era una sfida, possederla garanzia di sicurezza. Tuttavia dalle fonti dell'epoca si ricava l'impressione che la grandezza della città non dipenda più solo dalle sue funzioni politiche e strategiche, ma si fondi su una storia gloriosa coltivata dai suoi abitanti e tesa a giustificare la reputazione d'invincibilità militare e morale.
La situazione politica dell'Occidente si era andata particolarmente aggravando dopo la morte di Teodosio, che aveva saputo ridare all'impero unità e coesione.
 
Si era ormai alla vigilia delle        invasioni dei popoli migranti, quando, intorno al 396, S. Girolamo, che aveva veduto il suo paese natale di Stridone distrutto dai Goti, scriveva a Eliodoro di Altino: «Sono più di vent'anni che tra Costantinopoli e le Alpi Giulie scorre ogni giorno sangue romano… dovunque lutto, dovunque gemito e immagine di morte. L'orbe romano crolla».
 
Sullo scorcio del 401 i Goti di Alarico, valicate le Alpi Giulie, avevano già cinto d'assedio Aquileia, davanti a cui si ripresentarono nel 408: ignoriamo se allora la città abbia resistito, ma è certo che il vescovo Cromazio si sforzava di confortare i suoi fedeli anche nell'azione liturgica, come quando, nel sermone di una veglia pasquale, invitò l'assemblea a pregare il Signore affinché si degnasse di liberare il suo popolo e di ricacciare le barbaras nationes.
 
La città subì un duro colpo nel 452 a causa dell'invasione attilana, le cui conseguenze morali e sociali si rispecchiano nella celebre lettera Reversus ad nos inviata da S. Leone Magno al vescovo aquileiese Niceta per risolvere
i gravi problemi provocati da quell'improvviso flagello.
 
LA CRISI ARIANA
 
Nel corso del sec. IV, l'eresia di Ario intervenne a sconvolgere la vita interna della Chiesa aquileiese. La dottrina del presbitero alessandrino, secondo cui il Figlio di Dio sarebbe stato una «creatura » del Padre e avrebbe avuto quindi una natura diversa e distinta da quella di Dio, fu condannata nel primo concilio ecumenico di Nicea (325), ove si definì che il Figlio di Dio è della stessa e identica natura del Padre (homousios, cioè «consustanziale»). Alla morte di Costantino (337), però, l'eresia riuscì ad avere il sopravvento  prima in Oriente, favorita dal nuovo imperatore Costanzo, e, dopo la morte del fratello Costante fatto uccidere dall'usurpatore Magnenzio (350), anche in Occidente. Furono anni di crisi, durante i quali «tutto l'orbe gemette – come scriveva S. Girolamo – riconoscendosi con stupore ariano».
La maggior parte dei vescovi occidentali cedette alle minacce del filoariano Costanzo, come Fortunaziano di Aquileia, che pur era stato eletto in  pposizione all'ariano Valente di Mursa (Essek) intorno al 342, mentre erano scoppiati dei tumulti nei quali il vescovo Viatore (o Vittore) di ignota sede era stato calpestato, così da morirne dopo tre giorni in Aquileia. La notizia è trasmessa dalla lettera sinodale inviata a papa Giulio dai padri del concilio di Serdica (343) cui aveva partecipato lo stesso Fortunaziano, allora solidale nella condanna di Ario. In
seguito Fortunaziano ebbe anche modo di ospitare nella sua sede il campione della fede nicena, Atanasio di Alessandria, e di celebrare con lui la Pasqua del 345, alla presenza del filoniceno Costante, imperatore d'Occidente, in edifici non ancora solennemente consacrati.
La morte di Costanzo (361), dal 350 rimasto unico signore dell'impero, segnò il tramonto dell'arianesimo, che, privo dell'appoggio imperiale, andò lentamente decadendo, pur mantenendo alcuni punti di forza nell'Illirico. Naufragato anche l'effimero tentativo di riattivare il paganesimo ad opera di Giuliano l'Apostata (361-363), la politica religiosa dei nuovi imperatori cristiani mirava a ricostruire
l'unità morale dell'impero sotto il segno di quell'ortodossia che Teodosio (379-395) avrebbe imposto come religione di stato con l'editto di Tessalonica (380).
 
IL PERIODO TEODOSIANO
 
La vita di Aquileia appare in questi anni sempre più polarizzata attorno alla Chiesa locale, che, superata la crisi ariana, riprese le sue attività con pieno fervore e visse quella che può ben essere definita l'epoca d'oro dell'antico cristianesimo aquileiese. Il merito maggiore di questa fioritura spetta alle due eminenti personalità che guidarono la Chiesa di Aquileia in questo periodo, i vescovi Valeriano (368-388) e Cromazio (388-408), uomini di vasta cultura, di ricca spiritualità e di grande energia organizzativa.
Un segno di tale vitalità sono anche i numerosi edifici di culto sorti per lo più come santuari martiriali in aree funerarie tra IV e V secolo e archeologicamente attestati nell'immediato suburbio di Aquileia, che, per riprendere un luogo comune della letteratura ecclesiastica altomedievale, assicuravano protezione alla città quanto i suoi bastioni: si tratta della basilica di S. Giovanni in Foro a sudovest della cinta tardoantica, di quella di S. Felice e di quella del fondo Tullio alla Beligna, a meridione, e della basilica di Monastero, a nordest, destinata a
funzioni forse non solo funerarie per un quartiere popolare suburbano – il vicus provincialium – frequentato da orientali, specialmente siriaci ed ebrei, ricordati nelle iscrizioni votive sul più antico pavimento musivo della basilica.
Di una scuola teologica e ascetica fiorita nella seconda metà del sec. IV abbiamo sicure notizie da due dei più grandi scrittori ecclesiastici del tempo, Rufino e Girolamo, che qui soggiornarono.
Agli uomini di questo cenacolo va riconosciuto il merito di aver portato un decisivo contributo alla soluzione della crisi ariana in Occidente, quando si pensi alla parte avuta da Valeriano, accanto al papa nei sinodi romani e accanto ad Ambrogio nel concilio di Aquileia del 381, per sostenere con successo la causa dell'ortodossia nicena.
La personalità più eminente fu senza dubbio Cromazio, animatore di quel chorus beato rum di cui parla con entusiasmo Girolamo. Il suo pontificato ebbe inizio nel tormentato periodo seguito alla vittoria di Teodosio sull'usurpatore Magno Massimo, che aveva coagulato attorno a sé buona parte delle frange religiose (giudei, eretici e pagani) estranee al consolidato blocco fra ortodossia nicena e impero teodosiano. Paolino, biografo di S. Ambrogio, attesta la  presenza del vescovo di Milano ad Aquileia, qui giunto per incontrare Teodosio, e molto probabilmente trattenutovi anche dopo la partenza dell'imperatore per l'elezione e la consacrazione di Cromazio, sostenuto dal consenso della comunità cristiana locale e dal movimento ormai maggioritario dei niceni, sensibili alla diffusione dell'ideale ascetico anche per l'ascendente lì esercitato da Atanasio di Alessandria.
 
Gli scritti del santo vescovo aquileiese, dopo il recupero insperato e clamoroso ad opera del p. Joseph Lemarié e di don Raymond Étaix, illuminano la ricca e originale personalità dell'autore e la cultura dell'ambiente cristiano di Aquileia, su cui doveva aver esercitato notevole influsso la letteratura cristiana d'Africa soprattutto per merito di quel Paolo di Concordia che aveva conosciuto a Roma, in gioventù, Ponzio, il vecchio segretario di S. Cipriano, vescovo di Cartagine. Attraverso l'analisi del senso spirituale e di quello tipologico o allegorico dei testi
scritturistici che commenta con intenti prevalentemente pastorali, Cromazio presenta ai suoi fedeli il mistero di Cristo e della Chiesa, il caeleste mysterium appunto, con particolare insistenza sul fondamento trinitario e sul mistero delle due nature in Cristo.
L'ignoranza della vera fede accomuna ebrei, eretici (ariani) e dotti del paganesimo nella inane ricerca della verità, così che la polemica cromaziana si appunta contro quella triplice alleanza anticattolica già emersa nel concilio di Aquileia, cui aveva partecipato come presbitero. In quell'occasione i vescovi Palladio di Ratiaria e Secondiano di Singidunum, epigoni dell'arianesimo
illirico sotto accusa, avevano richiesto un arbitrato esterno alla giurisdizione ecclesiastica, se di un processo a loro carico doveva trattarsi più che di un concilio: essi avrebbero voluto infatti che la loro ortodossia fosse vagliata anche da dotti pagani (gentilitatis cultores) e da esperti giudaici dell'esegesi veterote stamentaria (veteris legis studiosi) da cui avrebbero potuto aspettarsi un appoggio per la negazione ariana dell'autentica natura divina del Figlio.
 
L'ATTIVITÀ MISSIONARIA
 
Quanto all'attività missionaria fra i rustici dell'agro, mancano esplicite testimonianze, anche se il simbolismo del mare e della pesca nel mosaico dell'aula meridionale di Teodoro e il commento ai Vangeli nel sermo rusticus compilato dal vescovo Fortunaziano secondo l'informazione di S. Girolamo possono attestare in certo modo lo slancio missionario della comunità.
L'evangelizzazione doveva servirsi della rete stradale che metteva in contatto Aquileia con i centri periferici della regione, dove le investigazioni di questi ultimi anni vengono mettendo in luce preziose tracce di antiche presenze cristiane collocabili fra IV e V secolo. Sono particolarmente interessanti al riguardo le vecchie e nuove scoperte che hanno messo in luce la basilica episcopale di Concordia, consacrata, sullo scorcio del sec. IV, da Cromazio di Aquileia con la deposizione delle reliquie apostoliche procurate dal protovescovo. La notizia ci è trasmessa dal prezioso sermone cromaziano in dedicatione ecclesiae  Concordiensis, da cui apprendiamo anche la costruzione in corso d'opera di una basilica apostolorum ad Aquileia, da riconoscere probabilmente con quella scavata alla Beligna. Non meno importanti le scoperte archeologiche di S. Canzian d'Isonzo, forse il più importante centro funerario nelle vicinanze
di Aquileia, dove furono sepolti e venerati i più «aquileiesi» fra i martiri locali: i tre Canziani, Proto e Crisogono.
 
Il grado di cristianizzazione raggiunto dall'ambiente aquileiese nel corso dei secoli IV e V trova puntuale verifica nel formulario dell'epigrafia funeraria dettato quasi sempre con semplicità e immediatezza da coscienze ormai cristianamente orientate, anche se nella rievocazione degli elementi relativi al vissuto prevale il retaggio della tradizione. Un tratto caratteristico di queste lapidi è costituito dall'immissione di una vasta gamma di elementi figurativi negli spazi di scrittura: qui l'iconografia del reale si accompagna a quella spirituale, mostrando un'oscillazione e un'interazione fra temi paradossalmente antitetici, come, ad esempio, nel noto titolo dell'innocens spiritus con scena di battesimo, dove siamo di fronte a un'annotazione realistica (l'amministrazione del sacramento) che si trasfigura in simbolo (il giardino fiorito e l'ambiente bucolico allusivi del paradiso), per cui il particolare dato reale si rivela espressivo dei sentimenti e della fede di chi contempla l'opera.
 
L'epigrafia cristiana destinata alla tomba, tappa finale della vita effimera, pare orientarsi sempre più verso la certezza della ricompensa da ricevere per la fede in Cristo. Solo più tardi l'evoluzione della spiritualità avrebbe mutuato la concezione veterotestamentaria di un Dio giudice e vendicatore davanti al quale il peccatore, quantunque battezzato, trema per il peso delle sue innumerevoli cadute.
postato da nocentangelo alle ore 20:51 | link | commenti
categorie: aquileia capitale

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