AMBROGIO Vescovo e il Concilio di Aquileia

"Il 3 novembre 381 si ebbe il primo grande intervento dottrinale di Ambrogio. Il concilio preparato da Ambrogio con l’approvazione di Graziano voleva colpire due vescovi della Chiesa illirica, Palladio di Ratiaria e Secondiniano di Singidunum, entrambi filo-ariani. Ambrogio fece sì che la convocazione non pervenisse ai vescovi orientali e procedette con piglio inquisitorio nei loro confronti per farli espellere dalla Chiesa.
Siccome Teodosio aveva appena convocato un concilio a Costantinopoli nel maggio di quel anno, si capisce che la diocesi dell’Illirico era ancora sotto la tutela dell’augusto d’occidente e quindi del vescovo che risiedeva dov’era la sede imperiale, nel nostro caso il vescovo di Milano." (Maria Grazia Tolfo in "Storia di Milano".Interessante: http://www.storiadimilano.it/Personaggi/vescovi_famosi/ambrogio.htm )
Il concilio di Aquileia del 381
Il concilio di Aquileia va considerato la prima grande occasione per Ambrogio di affermare e dispiegare la sua influenza di vescovo. Agli osservatori moderni molti aspetti del suo comportamento durante questo sinodo potranno sembrare forse discutibili, ma prima di entrare in ciò occorre collocare questo evento nella cronologia dell'episcopato di Ambrogio. Abbiamo già detto sopra che Graziano venne manifestando un progressivo favore verso Ambrogio, poco tempo dopo la sua elezione a imperatore. Possiamo considerare il sinodo di Aquileia come il risultato più importante di tale favore.Una volta che la validità della fede nicena, cioè ortodossa, è stata accettata e condivisa dall'imperatore, ad Ambrogio pare opportuno agire contro i due massimi rappresentanti occidentali della variante omea (cioè moderata, come detto, e affermante la somiglianza e non la consostanzialità di Padre e Figlio) della fede ariana: Palladio di Ratiaria e Secondiano di Singidunum.
E' molto probabile che Ambrogio e Graziano si siano accordati, nella primavere del 381, per dare a questo sinodo un carattere ristretto, e non ecumenico, come invece, dagli atti, Palladio si sarebbe aspettato. E' precisamente qui il dubbio che si affaccia agli osservatori moderni: nonostante le assicurazioni date dall'imperatore a Palladio circa la presenza al sinodo di molti vescovi orientali, Ambrogio forzò evidentemente la situazione per procedere ad un confronto dottrinale con la sola presenza dei vescovi occidentali da lui convocati, e tutti evidentemente favorevoli alla sua impostazione. Per i due accusati non fu possibile chiedere il rinvio della discussione ad un concilio più allargato. Ambrogio pretese che si procedesse al dibattito dottrinale che prese le forme di un quasi interrogatorio, e si concluse con la scomunica dei due vescovi omei. Essi ovviamente rifiutarono di affermare che il vero Figlio di Dio è vero Dio. Su questa base avvenne la condanna ufficiale del loro credo.
Ha Ambrogio abusato della situazione, sfruttando il favore di Graziano ed il sostegno dei vescovi presenti, per ottenere un'affermazione del suo credo colorata però di una certa intolleranza? Non dimentichiamoci la incrollabile certezza di Ambrogio, che sarà alla base del suo comportamento nella citata lotta per la basilica Portiana: Imperator enim intra ecclesiam, non supra ecclesiam est "l'imperatore è nella chiesa, non sopra la chiesa" (Sermo contra Auxentium, 36). Solo ai vescovi dunque spetta il giudizio sugli altri vescovi: e ciò vale anche per Palladio, il quale si aspetta il sostegno non solo dei vescovi della sua parte, ma anche di altre componenti della società: quella laica e quella ebraica. Ciò è inammissibile agli occhi di Ambrogio, che valuta grande il pericolo di questa posizione. L'intransigenza in materia di fede è in Ambrogio assoluta, e lo spinge anche, come in questo caso, a qualche eccesso. Tanto più che in questo caso Ambrogio ha anche un'altra attenuante: nello stesso 381, due mesi prima, un importante concilio a Costantinopoli aveva definitivamente chiarito il ruolo dello Spirito Santo dentro la Trinità: esso "è Signore e dà la vita... ed è adorato e glorificato con il Padre e con il Figlio"; una potentissima affermazione di ortodossia nicena che veniva anche dall'Oriente, per non parlare poi del già ricordato editto di Teodosio, del 380, reiterato l'anno seguente. Ambrogio dunque vuole attaccare in Palladio soprattutto la sua volontà di portare la discussione dottrinale all'esterno delle sedi sinodali, che sono le uniche pertinenti.

Una ricostruzione di Costantino
La vicenda dell'altare della vittoria e la lotta con Simmaco
Facciamo ora un passo avanti di circa tre anni, e occupiamoci della vicenda dell'Altare della vittoria. Questo episodio va collocato immediatamente dopo la morte di Graziano, nel momento in cui la posizione di Valentiniano II e di Giustina rischiano, come abbiamo visto, di danneggiare notevolmente l'opera del vescovo. Graziano, secondo alcuni non per pressione di Ambrogio, aveva nel 382 dato ordine di rimuovere la statua della vittoria, che era divenuta il simbolo del legame del senato (ancora prevalentemente pagano) alle tradizioni del mos maiorum. Questa statua (assieme all'altare) venne già rimossa da Costanzo II nel 357, poi ricollocata com'è da aspettarsi da Giuliano l'Apostata, ed infine, rispettata da Valentiniano I, nuovamente rimossa da Graziano, nel quadro dei provvedimenti antipagani di questo imperatore (che aveva fra l'altro anche rifiutato il titolo di pontifex maximus). Ora, alla sua morte, pare ai senatori, capeggiati da Quinto Aurelio Simmaco, di nobile famiglia senatoria e famoso allora per la sua eloquenza, giunto il momento per una delegazione a Valentiniano II che gli chiedesse il ricollocamento dell'altare e della statua nella curia Iulia, quel luogo in cui essa aveva simboleggiato la protezione della dea Vittoria sul popolo romano e garantito per tre secoli ormai la sua salvezza. La prima collocazione nella curia (il luogo in cui si riuniva il senato) risaliva infatti niente meno che ad Ottaviano Augusto, che con la statua e l'altare aveva inteso ringraziare la divinità della sua vittoria contro Antonio.

Com'è facile capire, l'episodio dà luogo ad un vero e proprio confronto della tradizione romana, ormai però quasi esanime, contro la nascente forza dell'impero cristiano. Ambrogio colse la portata di questo scontro, e, quando i senatori fecero pervenire a Valentiniano II un Esposto, ritenne di dover intervenire di persona. Noi conosciamo i dettagli di tutta la vicenda dalla Lettera 72 dell'Epistolario di Ambrogio. Essa si concluse con la vittoria del vescovo, anche se forse di stretta misura. Valentiniano II e la corte temevano che Massimo potesse adombrarsi per l'insistenza su questo particolare, e pertanto ritennero opportuno negare a Simmaco il permesso di rimettere la statua nella curia. Noi non possiamo seguire qui gli argomenti dei due competitori, ma dobbiamo limitarci a trarre le conseguenze da essi: Ambrogio non attacca la tradizione romana in quanto tale, ma è tanto legato ad essa, quanto Simmaco (non a caso i due competitori si conoscevano). Anche Ambrogio vuole affermare la sua piena fedeltà alla tradizione militare, politica e civile di Roma: il problema è caso mai di non legare quella tradizione anche alla religione tradizionale, aprendosi a considerare la religione cristiana come un miglioramento, un naturale progresso, disposto dall'illimitata mente divina, delle cose del mondo. Molto bello ed illuminante a questo proposito l'affermazione di Ambrogio:
"...Anche i primi passi del mondo, come quelli di tutte le cose, furono vacillanti, perché seguisse la veneranda vecchiaia di una fede sperimentata" (Lettera 73 a Valentiniano II, 7).
Nel pensiero ambrosiano, dunque, il cristianesimo comporta non affatto una rottura, ma invece continuità e perfezionamento della tradizione dei padri: con l'avvento della vera religione trova compimento quell'attesa di miglioramento che Roma attendeva fin dalle sue origini. Ambrogio si presenta come potente conciliatore della romanità più autentica con la nuova linfa morale e civile della migliore tradizione cristiana. E questo è sicuramente uno degli aspetti più stimolanti della sua figura.
Le inventiones (ritrovamenti) delle reliquie dei martiri
Sant'ambrogio in cattedra tra i santi Gervaso, Satiro, Marcellina e Protaso in un dipinto del Bergognone
Ambrogio consacrò molto tempo della sua azione pastorale al ritrovamento e alla traslazione dei resti umani dei martiri. In ordine di tempo segnaliamo: il rinvenimento dei resti di Protaso e Gervaso, nel 386, poco dopo il termine vittorioso della lotta contro la corte; la partecipazione di Ambrogio al ritrovamento dei martiri Vitale e Agricola a Bologna nel 393, alla presenza del vescovo di quella città, Eustazio; il ritrovamento delle spoglie dei martiri Nazaro e Celso, a Milano nel 395. Per il primo episodio, possediamo la testimonianza diretta di Ambrogio in un'epistola alla sorella Marcellina (Lettera 77). La cosa piuttosto sorprendente per noi moderni è come mai Ambrogio abbia avuto l'idea di far scavare proprio di fronte alla basilica di Felice e Nàbore: comunque subito vengono trovati due uomini "di straordinaria statura", come racconta egli stesso, con evidenti segni di morte violenta (il capo staccato dal collo). Ambrogio identificò in questi due scheletri le persone di Gervaso e Protaso: nè infatti noi abbiamo testimonianze della storicità di queste due figure. E' problematico anche sapere come mai poté il vescovo procedere all'identificazione: forse trovò cartigli accanto ai cadaveri. In ogni caso bisogna anche considerare che qui egli è animato dalla necessità di dare conforto ed unità alla sua chiesa così scossa dalle penose lotte appena conclusesi. Inoltre i santi Felice e Nàbore non erano milanesi, e Milano fino a quel momento non aveva trovato martiri propri, nonostante che i vecchi potessero ancora ricordare le uccisioni perpetrate da Diocleziano all'inizio del IV° secolo. I detrattori e gli avversari ariani subito parlarono di falsità e di opportunismo di quel ritrovamento, che conferiva nuovamente al vescovo, dopo gli attacchi così violenti, un riconoscimento molto forte e una partecipazione sentita del popolo. Ma tutto l'episodio non fa che sancire ancora una volta la grandezza dell'episcopato di Ambrogio, se è vero che egli seppe orientare gli effetti dei ritrovamenti dei martiri a favore della solidità e della coesione della sua comunità di fedeli, fino ad ottenere la sconfitta più radicale della componente ariana cittadina. La partecipazione di Ambrogio al ritrovamento di altri martiri, anche estranei alla sua città, si spiega poi col grandissimo valore del martirio nella concezione ambrosiana: i martiri sono i più diretti continuatori dell'opera del Cristo, e sono i primi fra i fedeli quali custodi perfetti della fede: con la loro dedizione totale essi richiamano direttamente l'amore sommo che caratterizzò la passione e la vita di Gesù in terra, e sono anche molto vicini alle vergini sacre, che dedicano se stesse totalmente a Cristo come egli dedicò se stesso e con totalità al Padre.

L'incontro con Sant'Agostino e il suo battesimo
Uno dei momenti più stimolanti per lo studio dei padri della Chiesa è l'incontro che avvenne in Milano a partire dal 384 fra Sant'Agostino e Ambrogio vescovo. Le circostanze di quell'incontro sono tali da far pensare al compirsi di un avvenimento provvidenziale. Agostino fu nominato infatti alla cattedra di retorica in Milano proprio da quel Simmaco che abbiamo visto essere stato il protagonista di un duro scontro con Ambrogio stesso. Forse proprio un dispetto a lui fu la decisione di nominare a quella cattedra un personaggio per nulla cattolico, anzi un intellettuale profondamente travagliato da una crisi interiore che la sua vicinanza con gli ambienti africani manichei non era valsa a risolvere. Senza saperlo, Simmaco creò le premesse per una delle più grandi affermazioni del cristianesimo imperiale: la conversione definitiva ed il battesimo di Agostino. La cosa stimolante della vicenda è proprio che Agostino stesso ci parla ampiamente di Ambrogio e della comunità ecclesiale milanese in molti luoghi delle sue Confessioni, così da offrirci una testimonianza eccezionale anche su di Ambrogio stesso. Tuttavia sarebbe errato credere che il rapporto fra i due grandi personaggi sia stato fin dall'inizio intenso e confidenziale: troppo diversi erano per temperamento, ed anche, va detto, per estrazione sociale; Ambrogio era di nascita un nobile romano, Agostino proveniva da una provincia come l'Africa, ed era di origini berbere: Ambrogio era maggiore di lui di molto, e per di più ormai vescovo della capitale occidentale dell'impero da dieci anni, mentre Agostino era un professore dall'avvenire promettente, ma ancora incompiuto. Soprattutto, però, le differenze andranno cercate nei temperamenti: Agostino era un uomo di pensiero, tendente alla speculazione, capace di divagazioni e di astrazioni intellettuali che erano poco vicine al grande spirito pratico, alla vita tutta d'azione del vescovo. Infatti i loro primi incontri non furono basati su una intensa e particolare comunicazione, né Ambrogio aveva tempo, o forse intenzione (cfr. Agost., Conf., VI, 3 sgg.), di occuparsi in modo personale della catechesi di questo nuovo personaggio. Soprattutto egli non vuole entrare nel merito delle complicate questioni personali che travagliano la coscienza di Agostino in questo momento della sua vita. Agostino aveva bisogno di un personaggio che gli dedicasse molto del suo tempo e della sua attenzione, che gli offrisse gli stimoli adeguati, sul piano intellettuale, per la ricerca di una via alla risoluzione dei problemi morali che lo travagliavano.

Vittore Carpaccio, Sant'Agostino nello studio, particolare, ca. 1502
Tale personaggio fu Simpliciano (l'anziano presbitero che a suo tempo si era occupato della catechesi del giovane Ambrogio giunto a Milano, e non ancora abbastanza pronto per l'alto compito dell'episcopato). Ma allora perché Agostino è il primo a sottolineare la enorme influenza che Ambrogio ebbe sulla sua conversione? La risposta può essere cercata interrogando il suo racconto, e cercando di immaginare le sue esperienze del soggiorno milanese: egli fu sicuramente a stretto contatto con la vita della diocesi, ne osservò la ricchezza spirituale, le variegature anche intellettuali, e soprattutto fu coinvolto dall'autentico spirito cristiano di quella comunità: e se è vero che Agostino non parlò molto al vescovo personalmente e confidenzialmente, pure egli lo incontrò nei momenti di predica, assistette al suo incessabile insegnamento morale dal pulpito e nelle omelie, partecipò assieme ai fedeli ai momenti di spasmodica tensione della lotta contro la corte nel 386.

Un ponte verso il vescovo fu poi sicuramente la madre Monica, che lo raggiunse a Milano dall'estate del 385, e subito partecipò con fervore alla vita comunitaria della chiesa ambrosiana. Il vescovo ne fu molto colpito, e ciò contribuì ad un avvicinamento a lui. Progressivamente la pienezza e l'intensità di questa vita ecclesiale fecero su di lui il benefico effetto di un coinvolgimento profondo e totale, quasi un contagio che nell'anima sua, già predisposta alla verità, non esitò ad attecchire. La parola del vescovo era certamente potente, carica di quell'intensità anche dottrinale che apparve ad Agostino degna di attenzione e meditazione sul piano intellettuale. Tutte queste esperienze maturarono in lui la decisione di lasciare l'insegnamento, e di ritirarsi in meditazione presso Cassiciacum (località corrispondente forse a Casciago, o più probabilmente a Cassago, in Brianza). Qui con un gruppo di amici legati forse al quel circolo neo-platonico che Agostino aveva conosciuto a Milano si venne compiendo la conversione: le radici platoniche e neo-platoniche del pensiero agostiniano lo portano alla concezione del cristianesimo come naturale sbocco che era a quelle filosofie precluso. Agostino fece pertanto richiesta al vescovo di essere iscritto nei competentes, ossia quelle persone "pronte" al momento iniziatico del battesimo: una morte simbolica, preludio alla rinascita nella vita nuova illuminata dalla fede. La catechesi in preparazione al battesimo era lunga e complessa, e andava dal giorno dell'epifania fino alla notte di Pasqua, in cui veniva celebrato il rito. La notte di Pasqua del 387, avvenne il battesimo di S. Agostino per mano di S. Ambrogio, presumibilmente nel battistero di San Giovanni alle fonti. Se ritorniamo alle caratteristiche del battesimo nel IV° sec., dovremo ricordare che il fonte battesimale stesso doveva assomigliare a una tomba, in cui il battezzando veniva immerso (baptìzo in greco vuole appunto dire "immergo") e come affogato dall'acqua, da cui riemergeva risorto e rigenerato alla nuova vita. Un altro momento importante della preparazione era la consegna del credo al battezzando la domenica delle palme: il "simbolo", definito "sigillo spirituale", la meditazione che culmina nella professione di fede, il tesoro che ogni fedele deve custodire in segreto nel proprio petto: è fatto divieto di trascrivere il credo, che in seguito dovrà essere restituito, ma esso va imparato a memoria. Vorremmo concludere con le parole di Agostino stesso, che si riferiscono ai giorni immediatamente seguenti al battesimo:
"In quei giorni non mi saziavo di considerare con mirabile dolcezza i tuoi profondi disegni sulla salute del genere umano. Quante lacrime versate ascoltando gli accenti dei tuoi inni e cantici, che risuonavano dolcemente nella tua Chiesa! Una commozione violenta: quegli accenti fluivano nelle mie orecchie e distillavano nel mio cuore la verità, eccitandovi un caldo sentimento di pietà. Le lacrime che scorrevano mi facevano bene" (Confess., IX, 6, 14).

Nella tarda primavera del 390 si era verificato un fatto che aveva turbato l'opinione pubblica del mondo romano. Il capo delle truppe barbare di stanza a Tessalonica, capitale della provincia di Macedonia, era stato trucidato dalla folla irata, perché‚ aveva dato ordine di arrestare un fantino del circo, reo di aver trasgredito un editto dell'imperatore. Il popolo si rifiutò di essere privato del suo idolo. Allora Teodosio, in un momento di ira ordinò una atroce rappresaglia. Il popolo fu radunato nel circo come per assistere a uno spettacolo, ma vi fecero irruzione delle truppe armate, che iniziarono una spaventosa carneficina: vi furono migliaia di morti, nonostante il contrordine dell'imperatore, che arrivò troppo tardi. La notizia, presto diffusasi, suscitò ovunque sdegno. Anche riguardo lo svolgimento dei fatti stessi esistono, naturalmente, diverse versioni. Ambrogio si deve allora far interprete dell'umanità tutta, e, non potendo ammettere che la comunità ecclesiale assolvesse un simile comportamento dell'imperatore, e nello stesso tempo non volendo assumere un atteggiamento troppo rigido, decise di non intervenire pubblicamente, ma di lasciare la città per evitare di incontrarlo al suo rientro. Però, e questa è la cosa più importante per noi, gli scrisse una importante e riservatissima lettera, con cui lo voleva preparare all'inevitabile richiamo. In tale lettera Ambrogio dispiega le sue grandi doti di mediatore, di abilissimo politico, rivelandosi innanzitutto animato da una grande sensibilità pastorale nei confronti dell'imperatore stesso. Oltre che in questa lettera, che restò fuori collezione, e dunque fu conosciuta solo nel IX sec., tutto l'episodio ci è stato tramandato da Teodoreto di Ciro, nel V sec. d.C. e anche da Rufino, nella sua storia della chiesa. Abbiamo anche un ricordo di Ambrogio stesso nel De obitu Theodosii. Teodoreto ci presenta l'episodio con evidenti forzature a tutto favore di Ambrogio, mentre per una corretta interpretazione e valutazione storica della vicenda, sono molto più significative le testimonianze dello stesso Ambrogio. Naturalmente questo episodio costituisce un importante esempio della concezione dei rapporti tra stato e chiesa. Ambrogio chiede all'imperatore, come a un qualunque fedele incorso in un grave peccato, il pentimento e la penitenza. La lettera di cui abbiamo detto costituì indubbiamente un primo passo del vescovo, nell'indicare al penitente la via da seguire: non avveniva sempre in questo modo, ma data la posizione del penitente in questa occasione, si comprende bene la delicatezza e la cautela con cui il vescovo agì. Tuttavia, anche in questa vicenda, egli diede prova di straordinaria coerenza, esigendo l'atto di sottomissione dell'imperatore alla chiesa in campo spirituale, e riservandosi con fermezza il diritto di esprimere quei giudizi morali che il suo ministero gli imponeva a tutti i membri della sua chiesa, anche se si trattava di un "cristianissimo imperatore". Un evento come la pubblica penitenza di un imperatore è del tutto nuovo e innovativo della prassi imperiale del tempo: soprattutto inconcepibile nell'ottica ariana, e nella concezione ancora assai vicina dell'imperatore come "divus", cioè personaggio divino egli stesso.
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LA VITA DI SAN AMBROGIO VESCOVO DI MILANO
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Fonte: Tratto da “ Le Sinaxaire - vie des Saints de l’Eglise Orthodoxe” tomo II Ed. “To perivoli tis Panaghias” Tessaloniki 1988.
Immagine dal mosaico del V secolo, cappella di San Vittore in Ciel d'Oro .
Fiaccola irraggiante la luce increata, questo illustre Padre, il cui nome evoca l’immortalità divina (l’ambrosia era il cibo degli dei), proveniva da una nobile e potente famiglia romana convertita al Cristianesimo. Nacque a Treviri nel 349; in quella città suo padre esercitava l’importante carica di Prefetto del Pretorio per la Provincia delle Gallie. Dopo la sua morte, la madre ritornò .con i suoi tre figli ancora in tenera età: Ambrogio, Marcellina e Satiro. Si narra che ancora infante mentre era nella sua culla delle api vennero attorno a lui penetrando nella sua bocca, poi sciamarono verso il cielo, lasciando il loro miele colare dalle sue labbra , presagio della sua futura celestiale eloquenza.
Affidato ai migliori maestri, Ambrogio mostrò una particolare affinità per le scienze, ammirato da tutti per le sue doti oratorie. Terminati gli studi di diritto, fu ben presto designato dall’imperatore Valentiniano I, come governatore della Provincia della Liguria e dell’Emilia, che aveva per capitale Milano.
Il Prefetto Probo gli disse allora, senza sapere che stava pronunciando una profezia: “Va’ e governa come un vescovo piuttosto che come un giudice!”, volendo con ciò esortarlo alla compassione e alla misericordia. In effetti il giovane Ambrogio conquistò ben presto con la sua saggezza e le sue virtù l’affetto e la riconoscenza del popolo.
In quel tempo, nonostante la condanna del Concilio di Nicea del 325, l’eresia ariana era ancora molto radicata e divideva terribilmente la Chiesa, soprattutto in Oriente dove aveva trovato il sostegno del nuovo imperatore Valente (364-378).
Alla morte del Vescovo ariano di Milano Aussenzio (373), venne tenuta nella cattedrale un’assemblea per procedere all’elezione del nuovo Vescovo, ma il popolo era così diviso tra le due fazioni, ariana e ortodossa, che era impossibile giungere ad un accordo. Si fece allora un appello ad Ambrogio, per intervenire a calmare il tumulto. Le parole del Governatore, la sua dolcezza, la sua persuasione, il suo spirito di pace, fecero una tale impressione che tutti i fedeli gridarono insieme: “Ambrogio Vescovo!”.
Sorpreso poi spaventato, Ambrogio obiettò che egli era ancora Catecumeno - era costume molto diffuso, in quel tempo, di ritardare il Battesimo, per non macchiarlo con ulteriori peccati - e si rifugiò nel suo palazzo, seguito dalla folla che ripeteva senza smettere lo stesso grido.
Sopraggiunta la notte, egli tentò di fuggire a cavallo, ma sbagliò la direzione, e, all’alba si ritrovò al punto di partenza. Tentò ancora di sfuggire a questo onore scrivendo all’imperatore, ma costui, di norma indifferente alle questioni ecclesiastiche, sostenne con ammirazione l’elezione di Ambrogio.
Finalmente rassegnato a sottomettersi alla volontà di Dio, questo rétore e amministratore di 34 anni, fu ordinato Vescovo otto giorni dopo il Battesimo, con soddisfazione dei due partiti.
Da allora Ambrogio si consacrò completamente al suo divino ministero, rinunciò a tutti i suoi beni, ricchezze e piaceri. Distribuì il suo denaro ai poveri e fece dono delle sue vaste proprietà alla Chiesa. Non conservando nulla per sé, passava tutta la settimana nel digiuno più austero, consacrava le sue notti alla preghiera e alla meditazione delle Sante Scritture e dei Santi Padri, mentre durante il giorno si occupava del governo della Chiesa e della guida spirituale del suo popolo.
Sotto la guida del sacerdote Simpliciano, egli acquisì una profonda conoscenza della filosofia e dei Padri greci, specialmente Origène, e s’impegno con ardore alla difesa della fede ortodossa, gettando nella confusione gli ariani che avevano appoggiato la sua elezione all’episcopato, con la speranza di portarlo dalla loro parte.
Infaticabile nei suoi scritti e nei suoi sermoni, il Vescovo di Milano divenne durante i 25 anni del suo episcopato il campione dell’Ortodossia in Occidente, dopo S.Ilario di Poitiers, e fece della sua sede, Milano, che dopo il 381 era divenuta la residenza dell’imperatore d’Occidente, la metropoli in cui veniva deciso ogni affare ecclesiastico delle Diocesi d’Italia, della Pannonia, della Dacia e della Macedonia.
Opponendosi fermamente all’imperatrice Giustina e alla corte del giovane erede Valentiniano II che appoggiavano l’eresia ariana, Ambrogio si conquistò la fiducia e l’interesse dell’imperatore d’Occidente Graziano (375-383), grazie al quale egli poté far riunire il Concilio di Sirmio ( l’odierna Sofia) nel luglio del 378, e a far emanare delle leggi che proscrivevano l’arianesimo.
Alla morte di Valente (379), l’impero d’Oriente passò nelle mani del pio Teodosio, che nutriva per il Santo Vescovo un affetto pieno di rispetto.
Profondamente ortodosso, il nuovo imperatore fece riunire il Santo e Grande Concilio di Costantinopoli (II Ecumenico) nel luglio del 381, mentre Graziano, consigliato da Ambrogio, riuniva il Concilio di Aquileia, che sancì la fine dell’Arianesimo.
Tuttavia questa amicizia con i sovrani non faceva perdere a S. Ambrogio il senso dell’indipendenza della Chiesa riguardo al potere civile.
Spinto dalla sua madre ariana Giustina, il giovane Valentiniano II° intimò un giorno al prelato l’ordine di restituire la cattedrale ariana. “Andate a dire al vostro capo, rispose Ambrogio ai messi dell’imperatore, che un Vescovo non restituirà mai un tempio di Dio!”. Si barricò allora nella Chiesa insieme al suo popolo che era deciso a perire insieme con lui.
Dalla Domenica delle Palme fino al Giovedì Santo essi resistettero così alle truppe che avevano assediato la chiesa, senza avere altre armi se non la predicazione ardente del loro Pastore e il canto dei Salmi e degli Inni.
Qualche anno più tardi, quando era al culmine della sua gloria, Teodosio fece reprimere con un’inutile crudeltà una sommossa avvenuta a Tessalonica, dove vennero massacrate più di 7000 persone.
La notizia giunse fino a Milano, e quando l’imperatore, in visita nella metropoli italiana si presentò alla porta della Cattedrale per assistere alla Santa Liturgia, il Santo Vescovo, interprete della collera divina, non temette di impedirgli l’ingresso nella chiesa e di infliggergli una scomunica della durata di 8 mesi.
Rispettoso verso la disciplina della Chiesa, il sovrano, davanti al quale tremava il mondo intero, si ritirò allora piangente nel suo palazzo e si sottomise con umiltà alla pubblica penitenza.
Nel giorno del Natale, si avvicinò di nuovo al la cattedrale, si prosternò a terra ai piedi di Ambrogio, bagnando il suolo con le sue lacrime e supplicando di essere nuovamente giudicato degno di partecipare ai Santi Misteri.
Dopo aver ottenuto il perdono del Vescovo, nel momento della Comunione, egli entrò nel Santuario per comunicarsi insieme col Clero, come era l’usanza di Costantinopoli.
Ma il Servo di Dio Ambrogio si volse verso di lui e lo umiliò ancora una volta pubblicamente cacciandolo e dicendogli: “Esci di qui e stai in mezzo ai laici, perché la porpora non è l’abito dei Sacerdoti ma degli Imperatori”.
Senza replicare, Teodosio uscì allora e si unì alla folla dei penitenti, tanto era il rispetto che aveva verso Ambrogio.
Ritornato a Costantinopoli, non osò mai più entrare nel Santuario per la Comunione.
Pur avendo confidenza con i Principi e i Grandi del mondo, Ambrogio aveva un’attenzione paterna anche per il più piccolo dei suoi fedeli, Quando un peccatore veniva da lui per confessarsi, egli lo prendeva tra le sue braccia e lo bagnava con le sue lacrime.
Difensore ardente della fede, egli tolse un gran numero di pagani dalle tenebre e li iniziò ai misteri del Cristianesimo, sia con pubblici sermoni, sia con colloqui privati.
Il più celebre dei suoi discepoli fu il Beato Agostino di Ippona, che grazie al Vescovo di Milano, si convinse ad abbandonare la religione manichea ed ad entrare definitivamente nella Chiesa divenendo un suo brillante servitore.
Grazie ad Ambrogio la regina della tribù germanica dei Macromanni ricevette il S.Battesimo e convertì il suo popolo alla vera fede.
Malgrado le sue numerose attività, questo grande Pastore trovò anche il tempo di comporre numerose opere, soprattutto esegetiche e morali, nelle quali egli mostra una vasta cultura, sia sacra che profana, e che contribuirono grandemente alla diffusione della dottrina dei Padri greci nel mondo latino.
Oltre alla sua opera oratoria, Ambrogio arricchì la Chiesa, con magnifici Inni liturgici, destinati ad essere cantati dal popolo nel sistema dei due cori antifonati, che costituirono uno dei più ricchi elementi della liturgia latina per parecchi secoli.
S.Ambrogio si addormentò nella pace di Cristo il 4 aprile del 397, due anni dopo il suo amico e discepolo Teodosio, di cui aveva pronunziato l’orazione funebre.
Il suo corpo riposa nella basilica milanese che porta il suo nome.
(Trad. a cura dell’igùmeno Dimitri)
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Di ritorno dal Concilio di Aquileia

In Milano, dopo il Duomo e la Basilica di Sant’Ambrogio, il Santuario della Madonna di San Celso è particolarmente caro al cuore dei Milanesi. Le sue origini si ricollegano con la memoria dei primi Martiri e con Sant’Ambrogio, patrono della città.
Le Catacombe di Roma ci hanno conservato l’immagine della Madonna che gli archeologi fanno risalire al primo secolo; per Milano l’immagine della Madonna di San Celso, è la più antica, la prima venerata dai Padri fondatori della Comunità cristiana; da ciò dipende il culto affettuoso e costante di cui è circondata fin dai secoli più remoti. Nei momenti decisivi della sua storia, nei giorni del lutto e dei trionfi, il popolo di Milano accorre con fiducia al suo Santuario.
Fatto storicamente sicuro è il Martirio dei Santi Nazaro e Celso, avvenuto nell’anno 69, sotto il Prefetto della Città Anolino, eseguito fuori di Porta Romana, in un campo detto dei Tre Mori, probabilmente per tre grandi gelsi che lì si trovano; i corpi dei Martiri sono sepolti nello stesso campo. Antiche memorie del IX secolo affermano che il campo appartiene ad un cristiano di nome Cesario il quale vuole seppellire i due Santi nel recinto del suo podere, in un’unica fossa; in seguito i loro corpi sono riesumati e sepolti in luoghi diversi, ma non distanti l’uno dall’altro.
Nel 396, quando sono ormai trascorsi ben 327 anni dal martirio dei Santi, ed è ormai scomparsa la loro memoria, Sant’Ambrogio, rientrando dal Concilio di Aquileia, si reca al Campo dei tre Mori e, dopo aver a lungo pregato, ritrova il corpo incorrotto di San Nazaro che fa portare nella vicina chiesa dei Santi Apostoli, e vicino il corpo di San Celso.
Queste notizie ci vengono comunicate dal diacono Paolino, testimone oculare dei fatti e quindi assolutamente storiche. Ma mentre ci dicono che il corpo di San Nazaro è portato nella vicina chiesa dei Santi Apostoli, nulla dicono della nuova sistemazione
del corpo di San Celso. La tradizione, che pure ha il suo valore storico, ci tramanda che San Ambrogio sul luogo del ritrovamento del corpo di San Celso costruisce un muro o pilone con su dipinta l’immagine della Madonna.
Su Milano si abbattono le invasioni barbariche e tante altre tristi vicende, ma l’immagine della Madonna con il Bambino continua a riscuotere dai fedeli profonda venerazione, tanto che nel 992, seicento anni dopo, l’Arcivescovo Landolfo II erige il Monastero di San Celso e vi include l’antichissimo Pilone.
La devozione dei fedeli che vi accorrono da ogni parte della città e dei dintorni, attirati dalle molte grazie ottenute, va crescendo nel corso degli anni.
Ai tempi del duca Filippo Maria Visconti i miracoli sono così numerosi che si rende necessario ampliare la piccola chiesa per accogliere le folle dei fedeli che vi accorrono. Le cronache del tempo parlano di qualche centinaio di migliaia di pellegrini che attendono con pazienza il loro turno per potersi inginocchiare dinanzi alla taumaturgica Immagine.
30 dicembre 1485: Santa Maria dei Miracoli presso San Celso (Milano)
MADRE PIETOSA
E CONSOLATRICE DEI SOFFERENTI
La mattina del 30 dicembre 1485, Don Giovanni Pietro Porro sta celebrando la Messa davanti alla santa Immagine, quando i numerosi fedeli presenti assistono allibiti ad un fatto straordinario: il velo che ricopre l’Immagine si solleva e la Madonna, in un bagliore di luce, solleva il Bambino e lo protende in avanti alla venerazione dei fedeli. L’entusiasmo è incontenibile!
La miracolosa apparizione, confermata dall’Autorità ecclesiastica con rigoroso processo canonico, è sentita da tutti come un segno di particolare benevolenza da parte della Madonna, in quell’anno tristissimo per l’imperversare della peste. Per volontà delle Autorità cittadine e dell’intero popolo viene decisa l’erezione di un Santuario, degno della grande Protettrice
della città di Milano, chiamata dal popolo, per l’abbondanza delle grazie ricevute «Nostra Signora dei Miracoli».
Il Santuario di San Celso diventa il centro di attrazione della devozione dei Milanesi verso la Madonna. San Carlo Borromeo, degno successore di Sant’Ambrogio, verrà di frequente a prostrarsi davanti all’immagine taumaturgica della Madonna per implorarne l’aiuto e la protezione.
Quando nel 1576 di nuovo la peste colpisce spaventosamente Milano, San Carlo ordina una solenne processione che vuole terminare qui a San Celso, implorando la Consolatrice degli afflitti con lacrime di tenerezza e di fiducia; alla sua potente e materna intercessione attribuisce poi la cessazione del tremendo flagello.
La protezione della Madonna in questo Santuario continua a rivelarsi soprattutto nel mondo invisibile delle anime, che sfugge all’osservazione esterna, ma che rimane la gloria più grande della Vergine e la rivelazione più autentica della sua potenza miracolosa presso Dio.
Quante anime venute da lontano sotto il peso di miserie senza nome, davanti allo sguardo pietoso di Maria hanno trovato consolazione e pace. 1
Don Mario Morra SDB
1 Il Dono di Sant’Ambrogio. Pagine del Santuario di San Celso. Nel XVI centenario della nascita di S. Ambrogio. Milano, maggio 1940. IMMAGINI:
1 La splendida facciata rinascimentale del Santuario di Santa Maria dei Miracoli a Milano.
2 Venerata immagine della Madonna che il 30 dicembre 1485 offrì in adorazione ai fedeli il bambino che porta in braccio.
3 La chiesa di San Celso che custodisce la miracolosa immagine di Sant’Ambrogio.
Da RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2005-11