I SECOLI DELLA LETTERATURA VENETA
Gent.mo Nocent Angelo, la ringrazio per aver inserito nel suo blog il testo sulla letteratura veneta di mio padre Bruno Rosada tratto da http://www.lapiazzamercato.it/veneto/html/radici.htm
Il testo non è coperto da copyright, ma le sarei ugualmente grata se volesse citarlo in qualità di autore del testo del suo post.
Cordialmente
Roberta Rosada
PRIMA DI VENEZIA (I PARTE)
L’età romana.- L’attività letteraria nell’area veneta [1] ebbe fin dall’età romana un notevole sviluppo in taluni casi di altissimo livello. Infatti tre dei massimi scrittori latini appartengono a quest’area, Publio Virgilio Marone (70-19 av. Cr.) mantovano [2] , Gaio Valerio Catullo veronese (I sec. av. Cr.) e Tito Livio (50 av. Cr. - 17 d. Cr.) padovano, e in essi si ritrovano caratteristiche comuni, che possono essere riferiti alla regione di provenienza [3] . A Tito Livio, per esempio, si rimproverava la patavinitas, che non doveva essere solo un fatto di linguaggio, ma anche di ideali etici e politici, che presenti in lui, si ritroveranno poi come tratti peculiari, anche se non esclusivi, in molta letteratura veneta prodotta nei secoli successivi: soprattutto un profondo senso della libertà e della uguaglianza, e con esso una intensa religiosità animata da scarso misticismo e da profonda umanità [4] e da un rigore morale, che solo apparentemente si può considerare in contrasto con un certo erotismo pur esso presente nella letteratura veneta, ora intenso ora delicato, ma sempre spontaneo e naturale. C’è tutto questo in Virgilio, il massimo poeta della latinità, c’è in Catullo [5] , che mescola sapientemente il gergo plebeo col raffinato linguaggio colto o addirittura mondano delle classi alte, Catullo, che rivendica i diritti dell'individuo, esalta l'amicizia, e soprattutto l'amore; c’è in Livio, molto amico di Augusto, ma contestatore del suo regime autoritario tanto da essere schernito coll’appellativo di “pompeiano” per aver esaltato nella sua opera Pompeo, oppositore di Cesare e ultimo difensore della libertà repubblicana in Roma.
Aquileia.- Poi l’asse della cultura veneta si incentra su Aquileia [6] , fondata dai romani nel 181 av. Cr. Era un ricco centro di traffici, ma prima dell'avvento del Cristianesimo non vi è testimonianza di una vita culturale in questa città. Ad Aquileia la cultura (e con essa, ovviamente, la letteratura), quando nasce, nasce cristiana. Stabilire però quando il Cristianesimo approdi sulla sponda lagunare costituisce un problema piuttosto delicato, che vede gli studiosi moderni schierati su posizioni opposte: la stessa Leggenda Marciana, secondo la quale la regione sarebbe stata evangelizzata da S. Marco [7] , è stata recentemente messa in forse con argomenti abbastanza persuasivi [8] . Non è questa la sede per affrontare tale questione; è solo da segnalare che una delle più antiche opere della letteratura cristiana, il romanzo Il Pastore del II sec. [9] , è stato scritto da un tale Erma, fratello del papa Pio I, detto dagli antichi scrittori nacione Venetus ex civitate Aquilegiae. E’ poi anche da sottolineare che sempre nel II sec., verso la fine, la cultura cristiana ad Aquileia raggiunse un livello tale da produrre un proprio symbolon, vale a dire una sua propria formulazione del Credo. Il che significa che la comunità cristiana già allora ad Aquileia era notevolmente evoluta ed autorevole.
Dopo l’editto di Costantino del 313, che assicurava la libertà di culto al Cristianesimo, cessata la clandestinità, in tutte le parti dell’Impero la diffusione del Cristianesimo fu rapidissima. Ad Aquileia sorse la splendida basilica i cui mosaici sono una sorta di catechismo dipinto che attesta lo sviluppo della cultura cristiana [10] ; ma l’episodio più importante della cultura aquileiese del IV sec. è costituito dal cosiddetto Seminarium Aquileiense [11] , una accolta di studiosi tra i quali pare che per un breve periodo verso il 373 sia stato anche S. Girolamo [12] : a prova abbiamo le sue lettere agli amici aquileiesi, tra i quali emergono Cromazio, autore di numerosi Sermones, omelie e trattati, che sarà vescovo di Aquileia, Turranio Rufino, traduttore di Origene, prima amico di S. Girolamo e poi da questi furiosamente avversato, Eliodoro, futuro vescovo di Altino, Eusebio, fratello di Cromazio, futuro vescovo di Bologna, Giovino, che pure divenne vescovo, anche se ci è ignota la sede, Bonoso, compagno di studi di Girolamo. Anche un importante concilio con la presenza di S. Ambrogio si tenne ad Aquileia nel 381. Ma anche nelle altre diocesi Venete si svolgeva una intensa vita culturale cristiana: a Verona S. Zeno di origine africana scrive dei Sermoni e due brevi scritti ha lasciato il contemporaneo vescovo di Trento, S. Vigilio, ed entrambi questi vescovi furono in relazione con l’ambiente aquileiese.
Inquietudini religiose e lo scisma dei Tre capitoli [13] .- Col V sec., che vede in Italia le disastrose incursioni dei visigoti di Alarico nel 408 e degli unni di Attila nel 450, si registra dovunque un rapido decadere della cultura, ma ciò non impedì ad Aquileia di dare segni precisi di un persistente impegno culturale, che si manifesta proprio nella presenza di posizioni ereticali (segno c’era un dibattito in corso): quando papa Zosimo nel 418 emanò la sua lettera Tractoria, di cui abbiamo solo un frammento, per colpire l'eresia pelagiana, un gruppo di vescovi suffraganei della provincia ecclesiastica aquileiese scrisse un libellus fidei con cui respinse la Tractoria. Considerato che la religiosità veneta fu sempre aliena da slanci mistici e molto legata all’umanità e alla concretezza, acquista significato questo atteggiamento non dichiaratamente ostile all’eresia pelagiana, che nelle sue formulazioni estreme arrivava a negare la divinità di Cristo [14] , considerato solamente un uomo: inoltre venticinque anni dopo c’è una lettera di papa Leone Magno, databile presumibilmente attorno al 443, indirizzata al vescovo di Aquileia, Gennaro (Januarius), che lo accusa di eccessiva tolleranza nei confronti di elementi del clero aquileiese sospetti di Pelagianesimo.
Alla fine del VI sec. poi Aquileia sarà protagonista dello Scisma dei Tre capitoli [15] , che in un primo momento aveva coinvolto quasi tutta la Cristianità occidentale. Paradossalmente con lo scisma si difendeva l’ortodossia, cioè le dottrine già definite nel Concilio di Nicea del 325 e ribadite da quello Calcedonia del 451, che propugnavano la tesi delle due nature in Cristo quella divina e quella umana, contro il Papato, potenza spirituale, e contro l’Impero bizantino, potenza politica, che per ragioni opportunistiche accondiscendevano a tesi opposte, monofisite, diffuse soprattutto nei domini asiatici dell’Impero bizantino, nelle quali si accentuava la natura divina di Cristo fino (al limite) a negare quella umana. Abbandonata dalle altre diocesi occidentali Aquileia rimase sola a difendere solamente delle idee, non interessi materiali, e questo è significativo indice dell’esistenza di una realtà culturale, vissuta con particolare fervore, sia pure nelle uniche forme possibili in quell’epoca, le forme della problematica religiosa. La controversia dura fino al 696, quando Aquileia si piega e rientra nella ortodossia, ma nel frattempo si esercita nel basso Friuli una intensa attività culturale: abbiamo una lettera del Patriarca scismatico di Aquileia, Giovanni, al re longobardo Agilulfo databile 605 o 607, che, come è stato autorevolmente detto, “è documento molto significativo della validità dell’insegnamento della retorica nell’ambiente aquileiese”.
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[1] La distinzione tra l’aggettivo “veneziano”, riferito alla sola Venezia, e “veneto” riferito specificamente a Venezia, e "veneto", riferito all'intera regione (e da ciò anche l'uso del termine "Veneto" come nome geografico) risale alla fine del Settecento e non era anticamente in uso. Vedi G.B. Pellegrini, Dal venetico al veneto (alle fonti dei dialetti veneti), in AA.VV., Unità e diffusione della civiltà veneta. Relazioni e comunicazioni del Convegno degli Scrittori veneti - Gorizia, Ottobre 1974, a c. di U. Fasolo e N. Vianello, Venezia, Associazione degli Scrittori veneti, 1974, pp. 17-40. Qui però si userà la attuale distinzione anche con riferimento ai secoli precedenti.
[2] Il Venetorum angulus da Augusto in avanti (cioè dall'inizio dell'era cristiana) era detto Decima Regio, e comprendeva oltre all'attuale Veneto, l'Istria, il Friuli, il Trentino e una parte dell'Alto Adige, i territori di Cremona, Brescia, Sondrio e anche Mantova.
[3] Accanto a questi massimi scrittori latini sono da ricordare alcuni minori certo non privi di importanza: un altro veronese, Emilio Macro, morto nel 16 av. Cr., autore di poemi, amico Virgilio (sarebbe il Mopso della quinta egloga virgiliana) di Ovidio e di Tibullo, Quinto Remmio Palemone vicentino, maestro di Persio e di Quintiliano, autore di una Ars grammatica, i padovani Quinto Ascondo Pediano e Clodio Trasea Peto, messo a morte da Nerone per le sue idee stoiche repubblicane, Lucio Arruntio Stella, di cui sappiamo che muore nel 101e fu amico di Marziale e di Stazio.
Sulla letteratura latina fiorita in area veneta vedi G.PELLEGRINI - L. BOSIO - D. NARDO, Veneto preromano e romano, in Storia della Cultura Veneta [d'ora in avanti S.C.V.], vol. I, Vicenza 1976, pp. 29-101 (in particolare il capitolo di D. NARDO, Scrittori latini nella X Regio, pp. 25-30).
[4] Più avanti nei secoli, in età cristiana, quando saranno accese le dispute sul problema cristologico, troveremo in quest’area posizioni favorevoli a salvaguardare l’umanità di Cristo contro chi tendeva a negarla o quanto meno a ridurla per celebrarne esclusivamente la divinità.
[5] L’opera di Catullo, conservata fino al VII secolo e poi dimenticata, venne riesumata proprio nel Veneto, nel 965 dal vescovo di Verona Raterio, e più tardi dai preumanisti padovani Lovato de' Lovati (1240-1309) e Albertino Mussato (1262-1329).
[6] Sull’argomento vedi in particolare AA.VV, Vita sociale artistica e commerciale di Aquileia romana, Antichità Altoadriatiche, XXIX, 2 voll., Udine 1987, ma tutta la collana “Antichità Altoadriatiche”, che raccoglie gli atti dei Convegni annuali sul tema di Aquileia, è una fonte inesauribile di informazione dotta sulle problematiche aquileiesi.
[7] La redazione più matura di questa leggenda si trova in Andrea Dandolo, il grande doge cronista, il quale apre la sua opera col capitolo De pontificatu Sancti Marci Evangeliste, e con la frase “Marcus Evangelista in Aquilegia primo catholicam fundavit ecclesiam anno Domini nostri Iesu Christi LXVIII” [=“L'Evangelista Marco fondò per la prima volta una chiesa in Aquileia nell'anno 48 del Signor nostro Gesù Cristo”], ANDREAE DANDULI Chronica per extensum descripta (Rerum Italicarum Scriptores d'ora in avanti RISS] XII), Bologna, Zanichelli, 1940, pp. 9-10.
[8] S. Tramontin, Origini e sviluppi della leggenda marciana, in AAVV,Le origini della Chiesa di Venezia, Venezia 1987, pp. 167-186. A. Niero, I martiri aquileiesi, in Aquileia nel IV secolo, AAAd XXVI, Udine 1985, pp. 151-174:154.
[9] Il libro ebbe una larghissima diffusione fra i cristiani di quel secolo e dei secoli successivi ed è pervenuto fino a noi in versione greca e in versione latina, ma esiste anche una versione etiope ed una copta.
[10] E’ fondamentale studio di G.Menis, La cultura teologica del clero aquileiese all’inizio del IV secolo indagata attraverso i mosaici teodoriani ed altre fonti, in Aquileia nel IV secolo, AAAd XXII, Udine 1982, pp. 463-527.
[11] Vedi A. Scholz, Il “Seminarium Aquileiense”, in “Memorie storiche forogiuliesi”, L (1970), pp. 17-106; contraddetto da G. Spinelli, Ascetismo, monachesimo e cenobitismo ad Aquileia nel IV secolo, in aa.vv., Aquileia nel IV secolo, cit., pp. 273-300.
[12] Girolamo nella centotrentacinquesima ed ultima biografia del suo De viris illustribus, dice di essere nato in un oppidum, una cittadina al confine della Dalmazia e della Pannonia, chiamata Stridone, rasa al suolo dai Goti. E’ stato detto che Stridone sarebbe sorta nelle vicinanze dì Aquileia; ma in realtà non è possibile scambiare la Pannonia che si estendeva alla destra del Danubio e comprendeva all’incirca l’attuale Austria meridionale, e parte della Stiria, della Slovenia e della Croazia attuali, col Veneto, e non è chiaro quale fosse l'esatta ubicazione di questa cittadina già distrutta a quei tempi e successivamente del tutto scomparsa nel ricordo dei posteri; e quindi non si può dire nemmeno se e quanto vicina fosse ad Aquileia e fino a che punto si possa considerare Girolamo aquileiese per nascita.
[13] G. Cuscito, Fede e politica ad Aquileia. Dibattito teologico e centri di potere (secoli IV-VI), Udine 1987.
[14] Principio fondamentale è per il Pelagianesimo la libertà del volere umano. In questo modo però Pelagio negava la trasmissione del peccato originale e la necessità e l'efficacia della grazia divina: il grande confutatore di Pelagio sarà Sant’Agostino, che rivendicherà con forti accenti il primato della grazia e della provvidenza divine.
[15] La denominazione deriva dal fatto che nell’anno 544 l’Imperatore di Costantinopoli Giustiniano emanò un editto che condannava tre Capitoli, che quasi un secolo prima il Concilio di Calcedonia con significativa consapevole astensione non aveva condannato, nei quali si sosteneva che nella persona di Cristo oltre alla natura divina c’è la natura umana. I tre Capitoli si riferivano a Teodoro di Mopsuestia, a Teodoreto di Ciro contro Cirillo di Alessadria e ad una lettera di Iba di Edessa.
PRIMA DI VENEZIA (II PARTE)
Venanzio Fortunato [16] .- E’ qui il caso anche di ricordare una personalità di spicco, che non si inserisce direttamente nella storia della cultura e della letteratura dell’area veneta, perché operò altrove, ma che nell’ambito della cultura aquileiese ebbe la sua prima formazione. Questo grande poeta dell'alto medioevo, Venanzio Fortunato, nacque verso il 540 a Duplavilis, che oggi si chiama Valdobbiadene, come egli stesso ci attesta nel quarto libro della sua Vita Sancti Martini. [17] La sua famiglia – come egli stesso ci attesta - era di origine aquileiese, aveva delle proprietà in quella zona ed era amica del patriarca Paolo di Aquileia, che lo indirizzò alla vita religiosa. Completò poi gli studi di grammatica, retorica e giurisprudenza, sotto la guida di Aratore, dal quale apprese il culto di Virgilio, a Ravenna, dove rimase fino a trentacinque anni, quando, colpito da una grave malattia agli occhi, ne guarì facendo voto di recarsi alla tomba di S. Martino di Tours. E così dopo un lungo pellegrinaggio attraverso l’Europa raggiunse Tours. Poi si trasferì a Poitiers dove strinse con la regina Radegonda, che si era dedicata alla vita monastica, una amicizia casta ma intensa, che gli suggerì dei versi dolcissimi. Lì Venanzio divenne sacerdote e in seguito vescovo di quella città. Morì nei primi anni del settimo secolo. Tra le sue poesie in latino di argomento religioso spiccano il Pange lingua glorosi proelium certaminis (da non confondere col Pange lingua gloriosi corporis mysterium scritto da S. Tommaso d’Aquino sette secoli dopo) e il Vexilla regis prodeunt, e degli scritti teologici in prosa.
I longobardi.- Intanto nel 569 si era verificato un avvenimento molto importante, la venuta in Italia dei longobardi, che professavamo l’eresia di Ario [18] , una considerevole parte dei quali si stabilì nel Friuli e nel Veneto. La loro presenza non giovò alla cultura della regione poiché essi facevano della scrittura un uso molto limitato e puramente pratico: in quest’ambito un documento rilevante è l’Editto di Rotari, prima raccolta di norme consuetudinarie longobarde, redatta nel 643 in lingua latina dal Ansoaldo notaio di corte, ma solo alla fine del sec. IX abbiamo un’opera molto importante sia sul piano storiografico sia su quello letterario, l’Historia Langobardorum del nobile longobardo Paolo Warnefrido, detto Paolo Diacono (720-799) [19] .
Gli “scriptoria” di Verona [20] .- In quei secoli bui Aquileia non era stato il solo centro di attività culturale dell’area veneta. Del resto essa già ai tempi dell’invasione di Attila aveva subito gravi danni, e dopo la conclusione dello Scisma dei Tre capitoli conobbe una rapida decadenza: era ridotta a un cumulo di rovine e anche la sede episcopale era stata trasferita a Cividale. Ma intanto fin dagli inizi del VI sec. a Verona ferveva una intensa attività culturale: abbiamo un manoscritto di tale Ursicino, che si firmava “lettore della chiesa veronese”, datato 517. Poi si sviluppò presso la cattedrale uno scriptorium che svolse un ruolo fondamentale nella conservazione della cultura antica e darà frutti nei secoli successivi, mentre intanto in città sorgevano altri scriptoria, il più importante a S. Zeno: vengono copiati scritti di S. Paolo e di Origene, testi liturgici, e anche significativamente sono conservati in manoscritti i più antichi dei quali risalgono al VI sec. gli atti del Concilio di Calcedonia, contenenti le tesi difese dallo scisma dei Tre capitoli, e altri documenti relativi a quello scisma.
Ma non solo documenti o riproduzioni di testi antichi vedono la luce negli scriptoria veronesi, ma anche scritti originali in versi e in prosa: verso la fine dell’VIII sec. appare una Vita di S. Zenone del notaio Coronato, scritta in un latino corretto e nobile, da cui probabilmente deriva il Rhythmus de vita Sancti Zenonis, scritto invece in un latino più dimesso e molto meno corretto. Sempre alla fine del sec.VIII risalgono i Versus de Verona, scritti in una lingua latina che fa già presagire il nascente volgare, un poema celebrativo De Pippini victoria avarica, e il celebre Indovinello veronese, che costituisce la più antica testimonianza del volgare italiano. Poco tempo dopo verso la metà del IX sec. il monaco Pacifico, longobardo di origine, rilancia l’attività dello scriptorium producendo più di duecento codici. Ma un livello ancora più alto della sua produzione culturale lo scriptorium veronese lo raggiungerà più tardi col vescovo Raterio [21] , di nazionalità belga, vescovo di Verona dal 931, poi incarcerato dal re Ugo di Provenza, poi riabilitato dall’Imperatore Ottone I, ma infine costretto ad andarsene per i gravi contrasti col clero locale. Le sue opere risentono delle vicende polemiche della sua esistenza e la sua prosa (naturalmente in latino) è spesso contorta ed oscura: tuttavia a lui va riconosciuta una vastissima e profondissima cultura e grandi meriti nel campo dell’organizzazione culturale e della riproduzione di testi antichi ignorati nel medioevo, come Plauto o Catullo. E in quel secolo appaiono anche tre poemetti, di ottima fattura e di autentica ispirazione, che rivelano una notevole consuetudine con gli scrittori classici, i Gesta Berengarii Imperatoris, O admirabile Veneris idolum, e O Roma nobilis, orbis et domina. Poi l’attività degli scriptoria veronesi pur non cessando del tutto si attenua fortemente: rifiorirà agli inizi del Trecento.
[16] Cfr. A. Quacquarelli, Poesia e retorica in Venanzio Fortunato, in La poesia tardoantica tra retorica, teologia e politica, Messina, 1984, pp. 431-465. M. I. Campanale, Concordanza critica dei carmi a struttura epitalamica di Venanzio Fortunato, Bari 1990.
[17] “Qua mea Tarvisus residet, si molliter intras, / Illustrem socius Felicem, quaeso, require. / Per Cenetam gradiens, et amicos Duplavilenses, / Qua natale solum est mihi sanguine, sede parentum, / Prolis origo patrum, mater, soror, ordo nepotum, / Quos colo corde, fide, breviter, peto, redde salutem” ["Se dolcemente ti inoltri là dove sorge la mia Treviso, chiedi ti prego del mio illustre amico Felice [Vescovo di Treviso, compagno di studi di Venanzio, secondo la testimonianza di Paolo Diacono, Hist. langob. 2, 13.], e avanzando verso Ceneda, degli amici di Duplavile, dove è la mia terra natale per sangue, dimora dei genitori, dove è l'origine della stirpe dei padri, la madre, la sorella, la schiera dei nipoti, che amo con tutto il cuore, e in breve. ti prego, salutami quei luoghi"].
[18] Si tratta di una eresia antica, che fu condannata nel primo Concilio della cristianità, il Concilio di Nicea del 325.
[19] Educato alla corte longobarda di Pavia, fu maestro di grammatica alla corte di Carlo Magno dal 782 al 786. Quindi si ritirò nell’abbazia di Montecassino, dove compose le sue opere più importanti, fra cui oltre alla citata Historia un poema didascalico De specibus perfecti praeteriti.
[20] R. Avesani, La cultura veronese dal sec. IX al sec. XII, in S.C.V., vol. I, Vicenza 1976, pp. 245-256.
[21] V. Cavallari, Raterio e Verona, Verona 1967.
L’ALTOMEDIOEVO
La rinascita carolingia e la nascita di Venezia, figlia di Aquileia.- Un grande impulso alla cultura in tutta Europa si verificò alla fine del VIII sec. quando Carlo Magno chiamò a sé dotti da tutte le parti d'Europa e provocò la cosiddetta Rinascita carolingia: due intellettuali di area veneta diedero in quegli anni un contributo notevolissimo a questa operazione. Paolo Warnefrido (Paolo Diacono), già citato, del quale abbiamo anche scritti grammaticali come il Compendium di Festo dedicato a Carlo Magno, il poema abbecedario in ventitre strofe De speciebus praeteriti perfecti,e altre opere in versi come elegie ed inni sacri; scrisse anche una Historia Romana, una Vita di S. Gregorio oltre naturalmente alla già citata importantissima Historia Langobardorum; e Paolino d'Aquileia [1] , vescovo della sua città dal 787, autore di opere teologiche e di testi poetici molto raffinati in lingua latina. Tra questi meritano di essere ricordati i Versi per la ricostruzione di Aquileia,”Ad flendos tuos, Aquilegia, cineres”, nei quali si piange la distruzione della città, a lui attribuiti anche se con qualche incertezza: sono versi molto belli, che hanno provocato anche una replica sotto forma di un altro testo poetico, questo di fattura molto modesta, “Aquilegia gloriosa quondam urbs et inclita”, nei quali si sostiene che la città non deve più essere ricostruita [2] . Evidentemente questo secondo poeta era di area lagunare, e forse poteva essere anche un cittadino della neonata città di Venezia, ai cui interessi indubbiamente giovava la sua tesi. Nell’estate dell’810, infatti, col trasferimento della sede del governo delle lagune a Rialto ad opera di Agnello Particiaco, era nata Venezia, e questo testo in versi, contrario alla ricostruzione di Aquileia, potrebbe essere il primo documento letterario di una Venezia, che vuole gelosamente tutelare la sua supremazia nell’alto Adriatico anche in materia di giurisdizione ecclesiastica. Il più antico testo in prosa invece, sempre naturalmente in lingua latina, potrebbe essere la Translatio Sancti Marci [3] , che normalmente è collocata nel XII sec., ma che invece ha tutta l'aria di essere un diario di bordo o una relazione ufficiale sull'accaduto, da collocarsi quindi, almeno per quanto concerne il nucleo centrale, nel IX sec. Nell’anno 828, infatti, essendo doge Giustiniano Particiaco, figlio di Agnello, due mercanti veneziani, Bono da Malamocco e Rustico da Torcello, trafugarono ad Alessandria d’Egitto il corpo di S. Marco e lo trasportarono a Venezia. La Translatio Sancti Marci è la narrazione di questa impresa. E’ da apprezzare la buona qualità della lingua e l'efficacia delle descrizioni.
L’anno Mille.- Attorno all’anno Mille si colloca la cosiddetta “Rinascita ottoniana” (Gerberto di Aurillac, filosofo e poi pontefice col neome di Silvestro II, era stato il precettore di Ottone III, da cui trasse poi origine la scuola di Chartres). Sono noti i rapporti di stretta alleanza e di parentela degli Orseoli che allora erano il partito dominante in Venezia, soprattutto per l’alta figura di Pietro Orseolo II, con gli Ottoni. E Venezia fu partecipe di questa rinascita con due personaggi, uno dai contorni non ben definiti, S. Gerardo (che forse impropriamente è stato ritenuto della famiglia dei Sagredo, evangelizzatore dell’Ungheria) [4] e Giovanni diacono [5] , ministro di Pietro Orseolo II, autore del Chronicon Venetum, che si può considerare la prima opera della letteratura veneziana. Essa narra la storia di Venezia dalla invasione dei Longobardi al 1008, quando si interrompe bruscamente senza nemmeno menzionare la morte del doge Pietro Orseolo II avvenuta quell’anno. Con quest’opera si inaugura il genere storiografico, che di tutti generi letterari è quello di gran lunga il più praticato nella regione veneta e soprattutto a Venezia, i cui governanti spesso intesero la storiografia una maniera alta di far politica, pur non rifuggendo a volte da vere e proprie falsificazioni. Esiste poi un altro testo di incerta datazione, di cui alcune parti potrebbero risalire al IX o X sec., il Chonicon Altinate [6] , un coacervo di brani storici di provenienza ed epoca diversa, che prende impropriamente il nome da uno di essi. E’ scritto in un latino impossibile e spesso incomprensibile, e tramandato a noi in tre codici duecenteschi, che presentano fortissime differenze uno dall’altro.
I tre secoli successivi sono poveri di cultura nell’area veneta, mentre altrove ci sono grandi figure come Pier Damiani e Anselmo d’Aosta o Gioachino da Fiore.
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[1] P. Paschini, Paolino Patriarca e la chiesa aquileiese alla fine del sec. VIII, Udine 1977 (rist. anast.)
[2] I testi si possono leggere con introduzione, traduzione e commento in A. De Nicola, I versi sulla distruzione di Aquileia, in “Studi goriziani” . 1979, pp. 7-31.
[3] In “Memorie storiche forogiuliesi”, 1931-33, pp. 223 - 238.
[4] Nella sterminata bibliografia, di cui molta parte in lingua ungherese per un primo approccio si suggerisce F. Banfi, Vita di an Gerardo da Venezia, vescovo di Csanàd nel leggendario di Pietro Calò, in “Janus Pannonius”, Vol. I, Roma 1947, pp. 5- 23; J. Leclercq, San Gerardo di Csanàd e il monachesimo, in Venezia e Ungheria nel Rinascimento, Firenze 1973 , pp. 3-22, e L. Szegfü, La missione politica ed ideologica di San Gerardo in Ungheria, ovo, pp. 23-36; G. Mazzucco, Ritratto dell’uomo di Dio: San Gerardo Sagredo, vescovo di Csanàd e martire, Padova 2000.
[5] Cronache veneziane antichissime, a c. di Giovanni Monticolo, Roma 1890, pp.57-187; La Cronaca veneziana di Giovanni Diacono, traduzione e commento di Mario De Biasi, 2 voll., Venezia 1986-88. Cfr. G. Fasoli, I fondamenti della storiografia veneziana, in AAVV, La storiografia veneziana fino al secolo XVI. Aspetti e problemi, a c. di A. Pertusi, Firenze 1970, pp. 11-44; B. Rosada, Il “Chronicon Venetum” di Giovanni Diacono, “Ateneo veneto”, 1990, pp. 79-94.
[6] Origo civitatum Italiae seu Venetiarum, (Chronicon Altinate et Chronicon Gradense), a c. di R. Cessi, Roma 1933.
Cfr. B. Rosada, Storia di una cronaca. Un secolo di studi sul “Chronicon Altinate”, “Quaderni veneti” 7, 1988, pp. 155 - 180.
Il Duecento.
La rinascita.- Il Duecento è per tutta l’Italia, ed anche di riflesso per l’Europa, il secolo della grande ripresa culturale e in particolar modo letteraria. E’ il secolo che vede la nascita della letteratura in lingua italiana: si apre con la parola poetica di S. Francesco (1182-1226), il cantico di Frate Sole (1224?), ed è vivificato dalla grande iniziativa politica culturale e morale sua e di S. Domenico (1170 ca.-1221); vede il sorgere della scuola siciliana alla corte Federico II (1194-1250), e il progressivo emanciparsi dei Comuni dalla servitù feudale; vede il fiorire del pensiero filosofico di Bonaventura da Bagnoregio (1217 ca.-1274) e di Tommaso d’Aquino (1221-1274) e si concluderà colla scuola del Dolce Stil Nuovo e gli esordi della poesia dantesca.
Nella regione veneta nel 1222 nasce l'Università di Padova, centro di irradiazione culturale, e nelle diverse città si registra la produzione di opere letterarie, di vario genere e in diverse lingue, in latino sopratutto, ma anche in francese, in provenzale e in toscano, e intanto vedono la luce anche i primi documenti in dialetto.
Il dialetto.- Il più antico documento in dialetto veneziano, un atto notarile, [1] è datato 1253; ma i più antichi testi letterari in volgare veneto potrebbero anche risalire alla seconda metà del secolo precedente, e sono di provenienza veronese: un sirventese giullaresco che comincia col verso Compagno Guliemo, tu me servi tropo, e un poemetto sulla Caducità della vita umana, e accanto a questi i Proverbi sulla natura delle femmine, un testo misogino derivato dal francese Chastiemusart; poi verso la metà del Duecento ecco il primo nome di uno scrittore, Giacomino da Verona [2] , un frate minore, che scrive due poemetti in quartine monorime, De Babilonia infernali in cui descrive gli orrori dell’inferno e De Jerusalem celesti, in cui descrive le gioie del paradiso anticipando la tematica della Divina Commedia. Degno di attenzione è il Frammento Papafava o Lamento della sposa Padovana, anonimo. Inoltre sono da segnalare alcune traduzioni: il Cato, traduzione in dialetto veneto il primo dei Distica Catonis, una raccolta di massime che risale all’età imperiale, e il Pamphilus, un poemetto di sapore ovidiano composto in Francia nel secolo precedente. Anche la Navigatio Sancti Brandani [3] è la traduzione in prosa di una composizione in lingua latina, una visione medievale, opera di un ignoto monaco del sec. XI, che dall’Irlanda si diffuse per tutta Europa, arricchendosi successivamente di nuovi episodi, e La leggenda di Santo Stady [4] è la traduzione in versi di un poema francese della fine del dodicesimo secolo, con la quale probabilmente siamo già addentro al sec. XIV. Il fatto che si tratti di traduzioni rivela certo la scarsa creatività dell'ambiente veneziano e la sua subordinazione a modelli letterali stranieri, ma tuttavia la qualità dei testi, soprattutto la buona fattura della versificazione, rivelano altresì che in ambito lagunare si era formata una certa sensibilità letteraria.
La storiografia.- Ma il genere letterario che nel Duecento come nei secoli successivi predomina a Venezia e in tutta la regione veneta è la storiografia. A Venezia nel Duecento ci sono tre opere di notevole importanza, due in latino, l’Historia Ducum [5] , scritta probabilmente nella prima metà del secolo, che narra gli avvenimenti dal dogado di Ordelaffo Falier fino alla morte di del doge Pietro Ziani (1229), ed è animata da una logica politica mirante ad esaltare l’istituzione dogale, e la cosiddetta Storia di Marco datata nel prologo 1292, che recenti studi tenderebbero ad attribuire al Marco Lombardo di cui parla Dante nella Commedia, ed una in francese, un'opera storica di eccellente livello, Les estoires de Venise, scritta nel 1276 da Martino da Canale [6] , che narra la storia di Venezia fino al settembre dell'anno 1275, e però non ebbe diffusione: fu trattenuta, per non chiare ragioni politiche, negli archivi della Repubblica, e pubblicata solamente nel sec. XIX. Ancora in lingua francese verrà redatto alla fine del secolo il capolavoro della letteratura veneziana medievale, Le divisament dou monde, volgarmente detto Il Milione [7] , dettato negli ultimi anni del secolo da Marco Polo (1254-1334) allo scrittore Rustichello [8] da Pisa in un carcere di Genova dove entrambi erano trattenuti come prigionieri di guerra: è la narrazione dei viaggi compiuti in Asia attraverso regioni sconosciute come la valle del Pamir e il Deserto del Gobi e della sua vita nel Catai, dove soggiornò per diciassette anni divenuto uomo di fiducia del Gran Khan Kubilai.
Anche la terraferma veneta è fertile di opere storiografiche. La sanguinaria tirannia di Ezzelino Da Romano provoca forti reazioni etiche e politiche: se infatti la "leggenda" ezzeliniana è legata al ricordo che di essa ci ha lasciato il poema Eccerinis di Albertino Mussato (1261-1329), la concreta vicenda del "dominus Eccerinus" fornì una nuova esperienza politica: se in Parisio da Cerea (sec. XIII), notaio e figlio di notaio, i cui Annales veronenses giungono sino al 1277 (opera di continuatori è la parte relativa agli anni 1301-1375) per i suoi limitati orizzonti storici e geografici l’annalistica cittadina rivela tutta la sua costituzionale insufficienza a rappresentare un fenomeno politico complesso come quello ezzeliniano, più pronto a cogliere la nuova realtà politica rappresentata da Ezzelino è il "ghibellino" Gerardo Maurisio (prima metà sec. XIII) di Vicenza, autore di una Cronica dominorum Eccelini et Alberici fratrum de Romano, narrazione delle imprese della famiglia da Romano dal 1182 al 1237.
E’ ancora degno di menzione il notaio Rolandino da Padova [9] , che scrive attorno al 1260 i Cronica in factis et circa facta Marchie Trivixane, appassionata difesa delle libertà comunali contro Ezzelino. A Verona, Bonifacio da Verona [10] , Magister in astrologia et in versificando, nel 1293 compose un poema in esametri di nove canti, intitolato Eulistea, per conto del Comune di Perugia, dove si era rifugiato per fuggire alla persecuzione di Ezzelino da Romano ed anche altri due poemi epici intitolati Veronica e Annays.
La cultura provenzale.- Se la frequenza di scritture in lingua francese in area veneta è da attribuirsi alla ricerca della massima diffusione, dato che la lingua francese era la più conosciuta e la più letta, sono invece scritte in provenzale opere che vantando una certa ricercatezza di stile e si propongono come più raffinate: nel Duecento ci furono due centri di poesia provenzale, il primo fu la corte dei Marchesi d'Este, al castello di Calaone presso Este, distrutto dai padovani nel 1293 e il primo mecenate fu Azzo VI [11] , che vi aveva ospitato il poeta tolosano Aimeric de Peguilhan. L’altro centro era la scuola poetica di Uc de Saint Circ, a Treviso, di poco successivo, ai tempi di Alberico da Romano, fratello di Ezzelino. Sordello di Mantova, amante di Cunizza da Romano, sorella di Ezzelino e di Alberico da Romano, che egli aveva rapita al legittimo marito, si era formato alla scuola estense e forse contribuì a porre le premesse del congiungimento dei due centri verso la fine del secolo dopo la cacciata degli Ezzelini ai tempi di Gherardo da Camino e quando Azzo VIII era ormai ferrarese.
Un veneziano, Bartolomeo Zorzi, scrisse a Genova durante la prigionia poesie in lingua provenzale, forse anche per suggestione della vicina Provenza.
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[1] Designazione di terre nel Ferrarese, in Testi veneziani del Duecento e dei primi del Trecento, a c. di A. Stussi, Pisa 1965, p. 1.
[2] Poeti del Duecento, a c. di G. Contini, Milano-Napoli 1960. L. Russo, Giacomino Veronese, in Ritratti e disegni storici. Studi sul Due e Trecento, Bari 1951.
[3] Una edizione della traduzione veneziana con la traduzione toscana a fronte si legge in Navigatio Sancti Brendani. La navigazione di San Brandano, a cura di Maria Antonietta Grignani, Milano 1975.
[4] Il testo fu attribuito da Angelo Monteverdi a Francesco Grioni e pubblicato dall'illustre filologo nel 1930 per i tipi dell'editore Bertelli di Perugia.
[5] Testi storici veneziani (XI-XIII secolo), edizione e traduzione a c. di L. A. Berto, Padova 1999.
[6] Martin da Canal, Les estoires de Venise, a c. di A. Limentani, Firenze 1972.
[7] Delle innumerevoli edizioni del libro si segnala Il Milione trad. ital. di L. F. Benedetto, Milano 1942.
[8] Era uno scrittore di buona fama, autore anche di un poema cavalleresco intitolato Meliadus.
[9] G. Arnaldi, Studi sui cornisti della Marca trevigiano nell’età di Ezzelino da Romano, Toma 1963.
[10] P.G. Schmidt, L’epica latina del secolo XIII. Notizie su Bonifacio da Verona e la sua Eulistea, in AAVV, Aspetti della letteratura latina nel secolo XIII, Atti del primo Convegno internazionale di studi dell’Associazione per il Medioevo e l’Umanesimo latini (Perugia 3-5 ottobre 1983) a c. di C. Leonardi e G. Orlandi, Perugia – Firenze 1985.
[11] Sconfitto da Ezzelino nel 1212 a Ponte Alto, e morto poche settimane dopo come il suo amico e alleato conte Bonifacio di S. Bonifacio di Verona.
Il Trecento.
Il preumanesimo veneto.- Il Trecento è il secolo che a livello nazionale vede la grande opera di Dante Alighieri (1265-1321), Francesco Petrarca (1304-1374) e Giovanni Boccaccio (1313-1375). Dalle loro esperienze nasce l'Umanesimo, contrassegnato dalla riscoperta della cultura greca e latina e da una nuova visione del mondo e della vita, che mette l’uomo al centro dell’universo.
Il territorio veneto regista anch’esso una consistente produzione, molto varia e spesso divergente rispetto al main stream della rimanente letteratura italiana; anche se rispetto a quella può vantare un primato quanto meno cronologico nell'elaborazione della cultura umanistica, perché alla fine del Duecento a Padova Lovato dei Lovati [1] (1240-1309), autore di Epistolae metricae, che evidenziano con chiarezza la presenza di fonti classiche, riscopre Seneca, e Albertino Mussato [2] (1261-1329) il notaio già menzionato come autore del poema Eccerinis, scrive anche una orazione intitolata Senece vita et mores e varie epistole metriche. Un quegli stessi anni Marsilio da Padova (1275-1343), scrive il Defensor pacis, opera in tre libri nella quale analizza le cause delle discordie civili e propone un’ideale di pacifica convivenza umana. Questi scrittori padovani diedero i primi segni di quell'atteggiamento culturale, che poi sarà ampiamente sviluppato dalla cultura toscana; a Verona intanto la ripresa dell’attività di trascrizione dei codici antichi non è l’unica attività culturale, che si affianca ad attività di scuola e si espande ad altri settori come il diritto e la medicina. E’ da ricordare in particolar modo Guglielmo da Pastrengo, amico di Petrarca e autore di un’opera estremamente significativa della mentalità innovativa del secolo, De originibus rerum, che parla di coloro che con le loro invenzioni hanno contribuito a migliorare la vita degli uomini.
A Venezia scrive versi latini il gran cancelliere Tanto e a tal proposito è da narrare una storia divertente. Nel 1316 il re di Trinacria, Federico II d'Aragona, mandò in dono al doge Giovanni Soranzo una coppia di leoni, che furono collocati entro una gabbia nella piazzetta, accanto al Palazzo ducale. La mattina del 12 settembre la leonessa diede alla luce tre leoncini "vivi e pelosi", come dice un cronista dell'epoca. Il fatto fu considerato di buon auspicio e celebrato con versi latini da un maestro di grammatica chiamato Giovanni, dal gran cancelliere ducale Tanto e da un frate Pietro dell'ordine dei predicatori [3]
Due scrittori medievali.- Pure in latino ma di schietto sapore medievale sono gli scritti delle maggiori personalità della cultura dell'epoca, fra Paolino da Venezia (1225 ca.-1344) [4] e Marin Sanudo il vecchio, detto Torsello [5] (1270 ca.–1343 ca.). Il primo, un frate minore che divenne vescovo di Pozzuoli, fu autore di numerosi scritti, il più importante dei quali, la Cronaca ci è pervenuta in tre redazioni diverse, la Nobilium Historiarum Epitoma, la Chronologia Magna o Compendium, e la Satyrica Historia [6] , di cui sono stati pubblicati solo alcuni estratti. Il secondo perseguì l’intento di persuadere i principi e il papa a liberare la Palestina, ed occupa anche un posto notevole anche nella storia della geografia per le carte geografiche allegate alla sua opera Condiciones Terrae Sanctae, originariamente concepita come opera a sé stante e poi premessa all’altra sua opera, il Liber secretorum fidelium Crucis. Scrisse anche una Istoria del regno di Romania, sive regno di Morea.
I poeti in lingua italiana [7] .- Per quanto riguarda l’attività poetica propriamente detta in lingua italiana, essa fu piuttosto sviluppata a Venezia nel Trecento: da segnalare in primo luogo non solo per il significato storico della sua opera, la prima a Venezia in toscano, ma per l’intensa e commossa liricità di alcuni componimenti, il Canzoniere di Zanin (Giovanni) Querini (o Quirini) [8] , che palesemente rivela frequenti movenze e andamenti danteschi, il che sembra avvalorare l'ipotesi di una amicizia fra i due poeti. Da lui discende poi tutta una generazione di poeti veneti in lingua italiana [9] , ma è ancora a Treviso che si afferma maggiormente il gusto della nuova poesia in lingua grazie all'opera di Niccolo de' Rossi (1285 ca.-1350 ca.), giurista di parte guelfa, di cui abbiamo quattro canzoni e settantacinque sonetti di intonazione stilnovistica, mentre importante sul piano teorico è l’opera del padovano Antonio Da Tempo (1275 ca.-1336 ca.) banchiere e giudice, ghibellino bandito dalla sua città dal 1314 al 1318, che riparò a Venezia e scrisse il primo trattato di metrica italiana, il Trattato delle rime volgari (1332). Per la generazione successiva è da ricordare Francesco Vannozzo (1340 ca.-1390), poeta di corte che fu a Venezia prima e poi a Bologna e poi a Verona presso gli Scaligeri; accanto a finissimi testi poetici di contenuto amoroso, politico e anche d’occasione in una lingua mista di dialettismi veneziani e padovani, produsse anche delle fresche frottole in dialetto. Un poema allegorico della fine del secolo, la Leandreride [10] , probabilmente di Giangirolamo Nadal, elenca un grande numero di rimatori veneziani del periodo.
La storiografia.- Nel campo della storiografia spicca la grande opera di Andrea Dandolo [11] , doge cronista, coadiuvato nella ricerca storiografica come nel reggimento dello stato dal Cancellier Grando, Benintendi de’ Ravegnani, l’uno e l’altro amici di Francesco Petrarca il cui soggiorno a Venezia dal 1362 al 1368 [12] (e nel 1363 ricevette la visita di Boccaccio) fu un grande stimolo allo sviluppo della cultura; i modelli delle sue lettere furono introdotti a innovare l’attività della cancelleria veneziana.
L’opera cronachistica di Andrea Dandolo (1306-1354) presenta due diversi documenti, la Chronica brevis, (solo ventidue pagine della ristampa muratoriana), scritta quando Dandolo era ancora procuratore, abbraccia il periodo che va dalle origini di Venezia, trattate per sommi capi, fino alla morte di Bartolomeo Gradenigo (dicembre 1342), suo predecessore nel dogado; la Chronica per extensum descripta, o Extensa, (324 pagine), scritta dopo l’elezione avvenuta nel gennaio 1343, che narra la storia di Aquileia e di Venezia considerate un tutto unitario, dal 48 d.C. (arrivo di S. Marco ad Aquileia, capitale della “prima Venetia”) al 1280. E’ stato scritto che “rappresenta in ogni senso un grande balzo in avanti rispetto alla produzione storiografica precedente. Finora, la redazione di cronache era stato il monopolio esclusivo di oscuri funzionari della curia ducale; adesso, a farsi cronista era un esponente di primo piano del patriziato, un procuratore di S. Marco, un doge” [13] . Ma, è anche importante rilevare che la stesura delle due opere venne preceduta da una attività di ricerca storiografica, mossa però anche da esigenze pratiche, che si concretò nella Summula statutorum floridorum Veneciarum, una raccolta sistematica delle deliberazioni del Maggior Consiglio. Inoltre appena eletto egli istituì una commissione che provvedesse alla riforma degli Statuti: fu prodotto il cosiddetto Liber sextus (Sextus perché aggiunto ai cinque libri degli Statuti del doge Jacopo Tiepolo del 1242), cui egli volle dettare la prefazione, così come scrisse la prefazione a due raccolte di testi documenti internazionali prodotte dalla Cancelleria, il Liber albus (che contiene testi relativi ai rapporti con i paesi d’Oriente) e il Liber blancus (che contiene testi relativi ai rapporti con gli stati italiani).
La letteratura franco-veneta [14] .- Ma non c’è solo la produzione storiografica. C’è nella regione veneta nel Trecento una altrettanto vasta produzione di letteratura cavalleresca in lingua francese (o meglio franco-veneta), che trova i suoi maggiori centri in Padova e Verona. Scrivevano in francese perché era la lingua propria di quei racconti, come altri italiani avevano usato il provenzale nelle canzoni d'amore; e perché in quella lingua avrebbero ottenuto fede e credito come cose autentiche e non contraffatte; ma anche perché in quel periodo era grande la diffusione della lingua francese e si voleva dare la stessa diffusione anche ai componimenti poetici. L'usanza durò a lungo nel Veneto e troverà riscontro In altre produzioni letterarie; ma questa specie di francese non costituisce prova della espansione della lingua nel Settentrione, come molti hanno creduto.
Nella Biblioteca Marciana a Venezia sono custoditi tre manoscritti che contengono questi poemi: uno contiene l’Entrée d’Espagne, un altro la Prise de Pampelune, che ne è una continuazione; e un terzo una serie di otto poemi di varia estensione, cioè Bueve d'Hanstone, Berta de li gran piè; Karleto; Berta e Milone; Ogier, Rolandino; altro Ogier, Macaire; tutte queste opere sono legate fra di loro dall’ordine dei fatti; i testi sono tutti in una lingua che vuol esser francese, ma deve servire per uditori italiani, e perciò è lasciata alla licenza dell'autore, italiano di intendimenti e di animo come di nascita. Quello dell'Entrée dichiara di essere un padovano, ma non si vuol nominare; l'altro della Prise si nomina Nicola e sembra tutt'uno con Nicola di Verona autore di un rifacimento della Pharsalia di Lucano nella stessa lingua francoveneta, e di qualche altro componimento minore; è ignoto l'autore della serie dei poemetti.
Il poema dell'Entrée, consta di 15.805 versi e si rifà alla materia delle chansons francesi e della cronaca di Turpino: ci presenta la grande figura di Orlando, al principio della conquista della Spagna da parte di Carlo Magno; e sono due i fatti rilevanti, il duello con Ferraú sotto la prima città saracena, e l'allontanamento di Orlando offeso dal campo di Carlo e la sua impresa in Oriente sino alla conquista di Gerusalemme. L'altro poema, La prise de Pampelune è di 6.113 versi e non ha la stessa grandiosità, ma ha brio, movimento, intreccio. La città di Pamplona non è conquistata qui da Orlando, ma da Desiderio re dei Lombardi, che deve difendersi dai Tedeschi i quali vogliono usurpargli il merito, e ottiene in premio che tutti gl’italiani siano liberi e posso cingere spada, anche innanzi all'imperatore. I poemetti del terzo manoscritto formano un ciclo che prende il personaggio di Carlo Magno sin dal principio nella sua origine e lo porta agli ultimi avvenimenti di sua vita; e con esso si celebrano personaggi, come Orlando, che vi hanno parte principale. Anche questi poemetti trovano riscontro in testi francesi, ma presentano sistematiche trasformazioni secondo l’intendimento dell'autore italiano.
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[1] Cfr. G. Billanovich, Il preumanesimo padovano, in S.C.V., vol. II, Vicenza 1976, pp.28-40.
[2] Cfr. M. Dazzi, Il Mussato preumanista, Venezia 1964.
[3] Da identificarsi forse con Pietro Calò, autore di una raccolta di Legendae de Sanctis, nato a Chioggia e morto forse a Cividale del Friuli nel 1348; ci fu anche uno scambio di versi col padovano Albertino Mussato.
[4] A. Ghinato, Fr. Paolino da Venezia O.F.M., vescovo di Pozzuoli (+1344), "Atti Acc. Torino, XCVIII, 1963-64.
[5] Su Marin Sanudo Torsello vedi A. Magnocavallo, Marin Sanudo il vecchio e il suo progetto di crociata, Bergamo 1911.
[6] La Satyrica Historia non ha niente di satirico, si chiama così perché è uno scritto “saturo”, cioè, miscellaneo che contiene argomenti diversi.
[7] V. Lazzarini, Rimatori veneziani del secolo XIV, Padova 1887.
[8] Le rime di Zanin Quirini sono strate conservate nel manoscritto Marc. Lat. XIV 223, presso la Biblioteca Marciana di Venezia.Recentiossima l’ed. crit. G. QUIRINI, Rime, a c. di Elena Maria DUSO, Roma-Padova, Antenore 2002. cfr. G. Folena, Il primo imitatore veneto di Dante, Giovanni Quirini, in Dante e la cultura veneta, a c. di V. Branca e G. Padoan,
Firenze 1966.
[9] Furio Brugnolo, I toscani nel Veneto e le cerchie toscaneggianti, in S.C.V. II, pp.369-439.
[10] E. LIPPI, Per l'edizione critica della "Leandreride" di Giovanni Girolamo Nadal, in "Quaderni veneti", 8, 1988, pp. 7-33. ID., Parole della Leandreride, in Saggi di linguistica e di letteratura in memoria di Paolo Zolli, Padova 1991.
[11] Non abbiamo finora una traduzione delle opere storiche di Andrea Dandolo, il cui testo originale si legge in Rerum Italicarum Scriptores, 12/1, 1938-58. Sul Dandolo si veda in particolare G. ARNALDI, Andrea Dandolo Doge-Cronista, in AAVV, La storiografia veneziana fino al secolo XVI. Aspetti e problemi, Firenze 1970, pp. 127-268.
[12] Cfr. AAVV, Petrarca, Venezia e il Veneto, a c. di G. Padoan, Firenze 1976; L. Lazzarini, Francesco Petrarca e il primo umanesimo a Venezia, in Umanesimo europeo e umanesimo veneziano, a c. di V. Branca, Firenze 1963.
[13] Vedi G. ARNALDI – L. CAPO, I cronisti della Marca Trevigiana, SCV, vol. 2, p. 287.
[14] A. Roncaglia,La letteratura franco-veneta, in Storia della letteratura italiana, II, Milano 1965, pp. 725-59.
Il Quattrocento
Una nuova cultura.- Il Quattrocento è il secolo che vede in tutta Italia una grande fioritura culturale e artistica incoraggiata dal regime delle Signorie, che, pur nel suo autoritarismo spesso dispotico, favorisce per ragioni di prestigio lo sviluppo delle lettere e delle arti.
In questo secolo Venezia acquisisce rapidamente tutta la Terraferma fino all’Adda. L'Università di Padova diventa un’università veneziana, protetta e tutelata dalle leggi della Serenissima e la cultura veneta acquista un carattere più unitario, ma intanto si stabiliscono a Venezia grandi maestri [1] , come il bergamasco Gasparino Barzizza (1360-1431) [2] , Guarino veronese [3] (1374-1460) e Vittorino da Feltre (1373-1446) [4] , che di Guarino fu allievo proprio in Venezia e da lui apprese il greco, ed esercitano il loro magistero contribuendo in maniera determinante alla formazione della classe dirigente della Repubblica, dalle cui file usciranno gli umanisti delle nuove generazioni, come il nobile Leonardo Giustinian [5] (1388-1446), fine poeta che scrive in latino le Epistolae, traduce dal greco, ma rimane celebre soprattutto per i suoi Strambotti e le sue Canzonette dette Giustinianee, nelle quali il tono popolare si fonde con una lingua colta ed elegante, lontana sia dal dialetto padano sia dalle forme toscane. Accanto a lui va ricordati un altro patrizio, Francesco Barbaro (1395-1454) [6] , cultore di lettere latine e greche, che scrisse De re uxoria, sulla vita matrimoniale; mentre nella generazione successiva un posto a sé per l’elevatezza del suo pensiero e la profondità e il rigore delle ricerche filologiche va attribuito al nipote di Francesco Barbaro, Ermolao il giovane (1455-1493): che sotto la guida dello zio, Ermolao Barbaro il vecchio, realizzò un profondo rinnovamento degli studi aristotelici [7] fin dagli anni del suo insegnamento a Padova dal 1474 al 1479, quindi dedicò la sua attenzione ai poeti greci. Dopo aver svolta una intensa attività diplomatica fu dal papa nominato Patriarca di Aquileia, nomina poco gradita alla Signoria che lo costrinse a vivere a Roma, dove scrisse le sue Castigationes pliniane, uno dei prodotti più importanti della filologia umanistica; scrisse anche dei trattati, De coelibatu e De officio legati, oltre a Epistolae, Orationes e Carmina.
Ma la vita culturale della Terraferma é intensa e vivace [8] . Una figura singolare è quella del padovano (ma originario di Levico) Sicco Polenton (1375-1447), autore della Catinia [9] , un testo in lingua latina considerato inesattamente commedia per la sua struttura dialogica, che va ricollegato per il suo carattere ironico ai successivi sviluppi della farsa goliardica e della letteratura maccheronica.
L’invenzione della stampa.- Intanto un avvenimento di grande importanza interessa la cultura europea, l'invenzione della stampa e a Venezia si sviluppa la nuova industria culturale. Il primo a realizzare una tipografia a Venezia fu Giovanni da Spira, ma subito dopo fu Aldo Manuzio, un laziale trapiantato a Venezia, a sviluppare questa attività con grande spirito imprenditoriale unito ad una profonda sensibilità culturale. Nella città adriatica affluiscono dotti da tutte le parti d'Europa. E grazie agli studi umanistici rinasce a Venezia quella commedia umanistica con la quale cominciano le prime manifestazioni del teatro veneto rinascimentale [10] .
E, mentre prosegue la grande tradizione storiografica [11] con gli storici ufficiali Marcantonio Sabellico (1436-1506) [12] e Andrea Navagero (1483-1529) [13] , che fu anche un raffinato poeta in lingua latina, tra Quattro e Cinquecento abbiamo un’originale opera storiografica, scritta in dialetto veneziano, i minuziosi Diari di Marin Sanudo il giovane (1466-1536), che registrano gli avvenimenti della città dal 1496 fino all’anno della sua morte.
La produzione letteraria in Terraferma.- Però nel Quattrocento non solo a Venezia ma in tutta la Terraferma, accanto ad una produzione poetica abbastanza diffusa di intonazione petrarchesca (ma su questo versante solo il padovano Marco Busenello, nato nel 1432 [14] , e Giovanni Aurelio Augurello [15] (1456-1524), riminese di origine, ma veneto di adozione e morto a Treviso, meritano di essere ricordati), si manifesta una produzione dialettale piuttosto intensa e varia, alla base della quale c’è lo sforzo di realizzare una produzione originale e indipendente dai modelli toscani (si parla di espressionismo veneto). Già se ne sono viste le premesse nel Trecento con l’opera di Francesco Vannozzo; nel Quattrocento il personaggio più rappresentativo di questo atteggiamento poetico e linguistico è il nobile veronese Giorgio Sommariva, vissuto tra i sue secoli, avvocato, che seppe alternare versi di fattura petrarchesca a testi dialettali anche in friulano, in bergamasco e in padovano, creando quadretti di vita campagnola. Ma accanto ad opere consapevolmente volute in dialetto da intellettuali di professione abbiamo testi dialettali spontanei come i Mariazi, testi poetici in dialetto di argomento nuziale, diffusi soprattutto nella zona di Padova o l’Alfabeto dei villani, componimento popolare che riprende lo schema metrico dell’abbecedario, in terzine di endecasillabi a rima incatenata.
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[1] G.Ortalli, Scuole e maestri tra Medioevo e Rinascimento. Il caso veneziano, Bologna 1996.
[2] Fu ospite a venezia nel 1407 della famiglia Barbaro come precettore del giovane Francesco.
[3] Concluse la sua esistenza a Ferrara come precettore di Lionello d’Este.
[4] Lasciò Venezia nel 1423 e si stabilì a Mantova, dove trasformò in scuola una villa e la denominò “Scuola Gioiosa”.
[5] M. Dazzi, Leonardo Giustinian poeta popolare d'amore, Bari 1934.
[6] E. Barbaro, Epistolae, Orationes et Carmina, ed. critica a cura di V. Branca, Firenze 1943. Su Ermolao Barbaro vedi V. BRANCA, Ermolao Barbaro e l'Umanesimo veneziano, in Umanesimo europeo e Umanesimo veneziano, a cura di V. Branca, Firenze 1964.
[7] L'aristotelismo padovano, secondo una celebre osservazione del Ficino, si era venuto distinguendo in due correnti fondamentali, dei seguaci del commento di Averroè e dei sostenitori di Alessandro di Afrodisia (noto fin dal Quattrocento per la traduzione di Girolamo Donà) ed Ermolao il giovane sostenne una aspra polemica con Pico della Mirandola nel 1485 sui problemi della poesia e dell’ l'eloquenza basandosi cui testi aristotelici genuini. Lo stesso Poliziano, venuto a Venezia nel 1491 assieme a Pico ricevette nell’ambiente veneziano quella sensibilizzazione per i problemi della filologia testuale (ecdotica) che prima di allora gli era stata piuttosto estranea.
[8] A. Serena, La cultura umanistica a Treviso nel secolo decimoquinto, Venezia 1912.
[9] Ed. critica a c. di G. Padoan, Venezia 1969. Vedi anche G. Padoan, La “Catinia” di Sicco Polenton, in Momenti dle Rinascimento veneto, Padova 1978, pp. 1-33.
[10] G. Padoan, La commedia rinascimentale veneta, Vicenza 1982. Di Polenton è da ricordare un’aspra polemica col veneziano Fantino Dandolo, che aveva criticato gli ammiratori di Cicerone.
[11] Vedi A. Pertusi, Gli inizi della storiografia umanistica nel Quattrocento, in AAVV La storiografia veneziana fino al secolo XVI. Aspetti e problemi, a c. di A. Pertusi, Firenze 1970, pp. 269-332. F. GAETA, Storiografia, coscienza nazionale e politica culturale nella Venezia del Rinascimento, in S.C.V. 3,1, pp. 1-91.
[12] Il suo nome era Marcantonio Coloccio, il soprannome derivava dalla sua terra d’origine il territorio degli antichi sabini. Insegnò retorica a Udine a Verona e a Venezia. Scrisse numerosi saggi e trattati fra cui Rerum Venetarum ab urbe condita libri, del 1487.
[13] Autore anche di un trattato Naugerius sive de poetica.
[14] Da non confondere con Gian Francesco Busenello, di cui si parlerà più avanti.
[15] L’Augurello scrisse anche delicati versi in latino, che furono molto apprezzati dai suoi contemporanei. Il suo petrarchismo anticipa di quasi vent’anni quello propugnato dal Bembo.
Il Cinquecento
Il Rinascimento.- Il Cinquecento è un secolo di grandi trasformazioni ma anche di grandi involuzioni, è il secolo che vede in Italia la fine della indipendenza e lo stabilirsi della dominazione spagnola e che vede nell’Europa centro settentrionale l’affermarsi dello scisma luterano e poi, con il Concilio di Trento, nell’Europa meridionale e in particolare in Italia, la cosiddetta Controriforma cattolica, che sul piano concettuale salvaguarda il concetti fondamentali del libero arbitrio dell’uomo, ma sul piano politico e disciplinare con l’inquisizione attua una grave limitazione della libertà di pensiero.
Fa eccezione Venezia, dove esiste un clima di tolleranza che consentirà di dare rifugio agli ebrei spagnoli, che fuggivano la persecuzione della regina Isabella, e ospitalità a intellettuali di ogni parte d’Italia, da Giordano Bruno [1] , a Pietro Pomponazzi, a Galileo Galilei, all’eretico Bernardino Ochino, accanto a personalità che la Chiesa porterà l’onore degli altari, come il vicentino S. Gaetano da Thiene, S. Ignazio di Loyola, S. Francesco Saverio, accorsi a Venezia per aiutare S. Gaetano ad assistere gli ammalati nell’ospedale degli Incurabili da lui fondato.
Classicismi diversi e anticlassicismo.- Sul piano letterario il Cinquecento è il secolo del Rinascimento, del rinnovato culto della classicità che si sviluppa sulle premesse dell’Umanesimo. Esso è dominato dalla personalità di un nobile veneziano, che trascende i confini della città e della regione, Pietro Bembo [2] (1470-1547), complessa figura di intellettuale, poeta e trattatista, diplomatico e storiografo, cardinale di Santa Chiesa, al centro di tutte le più importanti iniziative culturali del momento, da quelle editoriali (collabora col Manuzio e pubblica nel 1501 le Rime di Petrarca e nel ’02 la Commedia) alle dispute sulla lingua, e sull’amore. Dopo aver posto i fondamenti di una estetica nella quale si accordano i principi del platonismo con il gusto petrarchista nel dialogo in prosa, ma inframmezzato da alcune poesie, gli Asolani del 1505, ambientato nella villa di Asolo della Regina Caterina Cornaro, con le Prose della volgar lingua in tre libri del 1525 dedicate al papa Clemente VII, diede una soluzione per quel momento definitiva alla questione sostenendo sul piano linguistico la superiorità del fiorentino fra tutte le parlate delle diverse regioni d‘Italia e raccomandandone l’adozione, e indicando un “canone di eccellenza” nel Petrarca per la poesia e nel Boccaccio per la prosa come modelli da imitare (mentre Dante gli appare pieno di elementi “umili” e dialettali) e propugnando una lingua che doveva avere due fondamentali caratteristiche, la gravità e la piacevolezza, e confermò questi caratteri stilistici con le sue Rime, pubblicate nel 1530 (nello stesso anno gli veniva conferito l’incarico di storico ufficiale della Repubblica per cui scriverà Historiae Venetae libri XII, che sono la prosecuzione della storia del Sabellico). A lui tenne dietro tutta la tradizione del petrarchismo [3] non solo veneto. A Venezia nella casa di Domenico Venier [4] (1517-1582) si riuniva un gruppo di letterati fra i quali l’infelice poetessa Gaspara Stampa (1523-1554) morta a soli trentun anni [5] . Accanto a Gaspara Stampa è da ricordare Veronica Franco [6] (1546-1591), sorprendente figura di cortigiana di professione e fine poetessa, che negli ultimi anni della sua vita si dedicò ad opere caritatevoli, e poco prima di lei Maria Savorgnan [7] vissuta tra Quattro e Cinquecento della quale abbiamo un Carteggio d’amore con Pietro Bembo, e poco dopo Modesta Pozzo (Moderata Fonte) (1555-1592) [8] .
Nella Terraferma veneta la personalità più eminente, che si contrappose a Bembo quasi puntigliosamente, fu il nobile vicentino Giangiorgio Trissino [9] (1478-1550), diplomatico, in contatto con ambienti medicei, che rompe ogni rapporto con la Dominante e non fa mistero delle sue simpatie per l’Impero asburgico. Col dialogo Il castellano del 1529 oppose a Bembo una forma di classicismo diverso, basato su una sua interpretazione del De vulgari eloquentia di Dante (da lui riscoperto attorno al 1513, tradotto in italiano nel 1529 e fatto conoscere ai letterati fiorentini degli Orti Oricellari); per lui la lingua italiana non deve identificarsi col fiorentino ma essere costituita dal meglio delle diverse regioni d’Italia. Sulla scorta della Poetica di Aristotele che contribuì a divulgare diede con la Sofonisba (1524) il primo esempio di tragedia classicista, fedele ai modelli greci anche nell’uso del coro. Ma la sua opera di maggiore impegno è il poema in endecasillabi sciolti L’Italia liberata dai Goti, in ventisette libri pubblicati fra il 1547 e il 1558, composto perché servisse da modello di poema epico regolare da contrapporre ai poemi cavallereschi della prima metà del Cinquecento.
A Padova, come luogo d’incontro tra i professori dell’Università e l’intellettualità dell’aristocrazia veneziana, sarà fondata nel 1542 l’Accademia degli Infiammati dominata dalla figura di Sperone Speroni degli Alvarotti [10] (1500-1588), che a Bologna era stato allievo del filosofo Pietro Pomponazzi (1462-1515), amico del Bembo, e Sperone Speroni diffonde il verbo di Aristotele, che sempre più costituisce l’essenza del pensiero e della mentalità veneti in contrapposizione al platonismo toscano e scrive una tragedia, la Canace che scatenò aspre polemiche. Speroni ebbe una tale fama di critico che Torquato Tasso sottopose a lui la Gerusalemme liberata per la revisione.
Letteratura dialettale.- Un personaggio da non dimenticare è Giambattista Maganza, detto Magagnò (1510-1586), pittore non spregevole, allievo – sembra – di Tiziano, ma imitatore del Veronese, e versificatore vivace, scrisse in veneziano in italiano, e pubblicò tra il 1558 e il 1583 le Rime di Magagnò, Menon e Begotto in lingua rustica padovana in quattro libri imitando il linguaggio del Ruzante e associando a sé i due poeti vicentini Agostino Rava col nomignolo di Menon e Bartolomeo Rustichello col soprannome di Begotto.
Più tardi il veneziano Maffio Venier (1550-1586) [11] , sul versante della poesia dialettale si inserisce nel filone della poesia erotica che aveva avuto un precedente nella poesia in lingua dell'Aretino (1492-1556) [12] , peraltro vero dominatore dell'ambiente letterario veneziano dal 1527 all'anno della sua morte.
Stravaganze.- Ma il Veneto era anche l’area nella quale più che altrove fervevano i germi oltre che di un classicismo “diverso” da quello del Bembo, come era quello del Trissino, anche di un vero e proprio anticlassicismo che si manifestava in diverse forme e prima di tutto nella costruzione di linguaggi artificiali per lo più con intendimenti comici e burleschi: da ricordare la lingua maccheronica, un latino intriso di costrutti e lessico volgari, che pure mira ad effetti comici, la quale trovò in Teofilo Folengo (1491-1544) [13] , frate mantovano ma con frequenti soggiorni a Padova e a Venezia il suo geniale esponente. Con lo pseudonimo di Merlin Cocai scrisse oltre a poemi come la Moscheide e l’Orlandino, un poema in esametri che è il suo capolavoro, il Baldus in venticinque canti, che prende il nome dal protagonista, un ragazzotto di campagna dall’illustre prosapia, discendente dai re di Francia e dal mitico paladino Rinaldo, caporione di una banda di ragazzi di paese, che ne combinano di tutti i colori, comprese scorribande nell’aldilà. Un'operazione inversa rispetto al maccheronico è quella compiuta nella Hypnerotomachia Poliphili [14] , attribuita al frate veneziano Francesco Colonna (1433-1527), scritta a Treviso e pubblicata a Venezia da Aldo Manuzio nel 1499, che presenta un linguaggio artificioso, il pedantesco, infarcito di forme lessicali latine e di altra provenienza, che usa la struttura grammaticale e sintattica del volgare con forme lessicali latine e arcaicizzanti. Tra i vari testi pedanteschi dell’epoca sono da ricordare ancora i Cantici di Fidenzio Glottocrisio ludimagistro, che raccolgono diciassette sonetti, una sestina e due capitoli in terza rima composti verso il 1550 dal giureconsulto vicentino Camillo Scroffa (1526-1565). Su questo tema è ancora da ricordare Antonio Brocardo [15] , autore tra l’altro di un Dialogo della retorica nel quale rivendica l’autonomia dello stile volgare rispetto a quello classico, ma soprattutto di un curioso dizionario intitolato Nuovo modo di intendere la lingua zerga (cioè del gergo). In area veneta si diffuse anche molto un genere di letteratura detta furfantesca che rappresentava il modo della delinquenza e del vagabondaggio e che presenta delle analogie col romanzo picaresco spagnolo.
Il teatro.- Oltre a queste forme di linguaggi artificiali ed ibridi un interessante fenomeno linguistico letterario è costituito dal plurilinguismo del teatro di Andrea Calmo (1500-1571) [16] , autore di commedie vivaci e briose, caratterizzate da una particolare mescolanza linguistica, ogni personaggio usa la sua lingua o dialetto con un effetto realistico che doveva essere autenticamente provato in quel crogiolo di popoli di lingue e di costumi che era Venezia; ricorderemo in particolare due titoli Saltuzzas e Spagnolas.
E intanto si sviluppa grandemente il teatro. A livello popolare è da registrare la diffusione del mariazo, farsa in versi che mette in scena il contrasto fra i diversi pretendenti alla mano di una donna. A Venezia hanno grande successo di popolo le momarie, spettacoli-processioni in maschera, che si svolgono durante le ricorrenze festive. Ma, in secoli nei quali altrove gli attori erano oggetto di biasimo e di persecuzione, ritenuti esseri spregevoli e immorali, a Venezia la nobiltà non disdegna dal calcare le scene costituendo le Compagnie de calza, una specie di club di giovani nobili che organizzavano feste, regate, banchetti e recite per rappresentare testi molto spesso inediti all'interno dei palazzi patrizi.
In questo clima di grande fervore teatrale riscuotono grande successo le commedie di Angelo Beolco, detto el Ruzante (1500-1542) [17] , rappresentate dal '20 al '26 quasi sempre a Venezia, in dialetto padovano rustico (pavano). Tra le più rappresentate, anche al giorno d'oggi, La Pastorale, Il parlamento, la Bilora, la Fiorino e la Moscheta. Ludovico Dolce (1508-1568) invece ci dà testi più regolari secondo i classici modelli plautini, come Il Capitano e il Marito. A queste è da aggiungere uno dei capolavori del teatro rinascimentale, un testo anonimo in dialetto veneziano, la Veniexiana.
Letteratura regionale e letteratura nazionale.- A parte l’opera del vicentino Trissino e del padovano Speroni, la vita letteraria nelle province venete, pur talvolta mortificata dall’egemonia della dominante, rimane fervida.
E’ di Vicenza Luigi Da Porto [18] (1485-1529), celebre soprattutto per la storia di Giulietta e Romeo ripresa poi dal Bandello e da Shakespeare e di Verona è Girolamo Fracastoro [19] (1478-1553) noto soprattutto per l’elegante poemetto didascalico Syphilis sive de morbo gallico, ma non meno importante è il dialogo Naugerius sive de poetica, in cui fondendo spunti platonici e aristotelici prospetta un’idea di poesia intesa come rappresentazione del senso universale nascosto delle cose.
Il fatto è però che specie nelle seconda metà del Cinquecento, anche a seguito dell’affermarsi del bembismo, che relega il dialetto ai margini della letteratura nel buffonesco e nell'osceno, tendono a venir meno certe specificità regionali, la letteratura assume sempre più un carattere nazionale, e paradossalmente è più facile trovare tracce di venezianità in scrittori non veneziani, che peraltro risiedono a Venezia, che offriva garanzie di libertà, come Pietro Aretino (1492-1556) che riscrivendo la Cortigiana si profondeva in lodi di Venezia, dei suoi ordinamenti, delle sue donne, e col suo realismo esasperato e l’erotismo spinto fino al limite della volgarità si metteva in dichiarata polemica con le dottrine del Bembo, o il bergamasco Giovan Francesco Straparola (1490?-1557) le cui novelle, raccolte sotto il titolo Le piacevoli notti, si immaginano narrate per tredici notti nell’isola di Murano da una brigata di cui fa parte anche Pietro Bembo o anche, se pur meno accentuatamente Anton Francesco Doni, nato a Firenze 1513 e morto nel suo ritiro di Monselice nel 1574, dopo una vita errabonda e un ripetuto e prolungato soggiorno veneziano, piuttosto che in autori anagraficamente veneti come appunto il Bembo e il Trissino.
Tra Cinque e Seicento sono però da segnalare due poeti veneziani di gusto estremamente raffinato, Celio Magno [20] (1536-1602) e Orsatto Giustinian, le loro Rime furono pubblica in un unico volume nell’anno 1600 a cura del Giustinian. Il primo era segretario del Senato e poi del Consiglio dei Dieci; del secondo è celebre la traduzione dell’Edipo re di Sofocle, rappresentata all’Olimpico di Vicenza nel 1585. I suoi versi sono di livello inferiore rispetto a quelli dell’amico, più fedeli al modello bembiano, ma pur sempre un buon esempio della poesia di quell’età di transizione dal Rinascimento al Barocco.
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[1] Basse ragioni politiche porteranno al triste episodio dell’estradizione di Giordano Bruno, arrestato nell’estate del 1592 dal Sant’Uffizio di Venezia in seguito alla denuncia del suo ospite Giovanni Mocenigo e peraltro difeso accanitamente da Andrea Morosini e da Leonardo Donà: prevalse però alla fine la tesi del Procuratore di San Marco, Federico Contarini, legato ai Gesuiti e confidente della Sede Apostolica, e l’estradizione fu concessa. Giordano Bruno condannato per eresia, sarà bruciato vivo a Roma in campo dei Fiori il 1° febbraio dell’anno 1600.
[2] Prose e rime, a c. di C. Dionosotti, Torino 1966. cfr. G. Mazzacurati, Pietro Bembo, S.C.V. 3,2, pp 1-59.
[3] Cfr. A. Balduino, Le esperienze della poesia volgare, S.C.V. 3,1, pp. 265-367.
[4] Domenico Venier era un personaggio di grande prestigio. Al suo giudizio sottoposero i loro versi uomini come Giovanni Guidiccioni e Torquato Tasso. Anche Giovanni Della Casa, l'autore del celebre Galateo, nel periodo della sua permanenza a Venezia (1544-1550) come nunzio apostolico frequentò la sua casa.
[5] Le sue Rime, dedicate al suo amore per il conte Collaltino di Collalto, furono stampate a cura della sorella Cassandra pochi mesi dopo la sua scomparsa nel 1554, e non se ne fecero altre edizioni fino al Settecento, e nel suo secolo non ebbe una eco sufficiente. Per la letteratura femminile nel Veneto vedi AA.VV., Le stanze ritrovate. Antologia di scrittrici venete dal Quattrocento al Novecento, a c. di A. Arslan, A. Chemello e G. Pizzamiglio, Mirano 1991 [d’ora in avanti S.R.]. I testi sono preceduti da approfondite presentazioni biografico critiche e da indicazioni bibliografiche, in part. Per Gaspara Stampa, vedi M. Zancan, Gaspara Stampa, S.R., pp.35-44.
[6] Cfr. R. Scrivano, La poetessa Veronica Franco, in Cultura e letteratura nel Cinquecento, Roma 1966; A. Schiavon, Veronica Franco, in S.R., cit. pp. 45-56. Nei secoli passati nel Veneto, rispetto ad altre regioni d’Europa, la donna godette di maggiore considerazione, e in particolare a Venezia ebbe una autonomia, che le consentì di svolgere attività culturali altrove impensabili.
[7] Per un primo approccio v. M. Zancan, Maria Savorgnan, in S.R., cit. pp. 27-34.
[8] Vedi A. Chemello, Moderata Fonte, in S.R., pp. 69-82. D. MARTELLI, Moderata Fonte e Il merito delle donne, biografia e adattamento teatrale, pref. di G. Calendoli, postfaz. di B. Rosada, Venezia 1993.
[9] B. Morsolin, Giangiorgio Trissino. Monografia d'un gentiluomo letterato del secolo XVI, Firenze 1894; G. Mazzacurati, La mediazione trissiniana, in Misure del classicismo rinascimentale, Napoli 1967.
[10] A. Fano, Sperone Speroni. Saggio sulla vita e sulle opere, p. I. La vita, Padova 1909; M. Pozzi, Trattatisti del Cinquecento [Bembo, Speroni, Gelli], t. I, [su Speroni pp, 471-509] Milano-Napoli 1978.
[11] Canzoni e sonetti, a cura di A. Carminati, pref. di T. Agostini, Venezia 1993. Poesie diverse, a cura di A. Carminati, pref. di M. Cortellazzo, Venezia 2001.
[12] Vedi G. Aquilecchia, Pietro Aretino e altri poligrafi a Venezia, in S.C.V., 3,2, pp. 61-98,
[13] E. BONORA, Retorica e invenzione, Milano 1970. Dal 1995 si pubblicano in Mantova i “Quaderni folenghiani”, diretti da G. Bernardi Perini, che contengono contributi originali sulla personalità e l’opera di Teofilo Folengo e sulla tradizione macaronica.
[14] Ed. a c. di G. Pozzi e L. A. Ciapponi, 2 voll., Padova 1964. Vedi G. POZZI - G. GIANNELLA, Scienza antiquaria e letteratura. Il Feliciano, il Colonna, S.C.V., 3,1, pp. 477-498.
[15] B. CROCE, Antonio Brocardo, in Poeti e scrittori del pieno e del tardo Rinascimento, III, Bari 1952. Per una trattazione complessiva vedi C. MUTINI, s.v. in Dizionario Biografico degli Italiani. Note interessanti si leggono nel saggio di M. CORTELLAZZO, Esperienze ed esperimenti plurilinguistici, S.C.V. 3,2, pp.182-213.
[16] Vedi G. PADOAN, Momenti del Rinascimento veneto, Padova 1978, pp. e ID. La commedia rinascimentale veneta, Vicenza 1982. P. VESCOVO, Introduzione a A. CALMO, Rodiana, Padova 1985 e F. FIDO, Il teatro di Andrea Calmo fra cultura, "natura" e mestiere, in Il paradiso dei buoni compagni, Padova 1988, pp. 41-63.
[17] Tra gli innumerevoli studi dedicati al Ruzante ci limiteremo a segnalare M. BARATTO, Tre studi sul teatro veneto (Ruzante - Aretino - Goldoni), Venezia 1964 e G. Padoan, Angelo Beolco, detto il Ruzante, S.C.V., 3,3, pp. 343-375.
Accanto al Ruzante non si può non ricordare il suo paron, amico e protettore Alvise Cornaro (1484-1566), che a Padova additava con scarso successo la via di un'agricoltura razionalizzata con bonifiche, nuove forme di mezzadria, crediti agevolati ai contadini (tesi che trovavano eco in Ruzante), che non è interprete della classe contadina, ma di una nuova politica di imprenditorialità agricola. Ci ha lasciato oltre ad altri scritti, un trattato, Della vita sobria, nel quale dà precetti di igiene e di dietetica. Sul Cornaro vedi E. LIPPI, Cornariana. Studi su Alvise Cornaro, Padova 1983.
[18] G. Brognoligo, Luigi Da Porto uomo d'arme e di lettere del secolo XVI (1486-1529). Notizie della vita e delle opere, Bologna 1893.
[19] F. Pellegrini, Fracastoro, Trieste 1948.
[20] Dopo gli studi di Antonio Pilot alla fine dell'Ottocento, scarsamente pubblicizzati, Celio Magno fu riscoperto nel Novecento grazie a L. Baldacci, in Lirici del Cinquecento, Milano 1975, p.161. Vedi anche R. Scrivano, Il Manierismo nella letteratura del Cinquecento, Padova 1959; F. Erspamer, Petrarchismo e Manierismo nella lirica del secondo Cinquecento, S.C.V. 4,1, pp. 189-222.
Il Seicento
L’età Barocca.- Il Seicento è il secolo del Barocco. E’ anche il secolo in cui in Italia, come disse Benedetto Croce, la grande poesia tace: e il Veneto non è da meno.
Però non si può ignorare la presenza di alcune voci dialettali [1] che assumono un significato autenticamente polemico nei confronti del pesante gusto barocco allora di moda, come Dario Varotari (1588-1648) [2] , Gian Francesco Busenello (1598-1659), Nicolò Mocenigo, Alvise Paruta, Bartolomeo Dotti.
Ma silenzio della poesia non significa silenzio della cultura, e in quel secolo, quando dovunque in Europa è spenta la libertà di pensiero, Venezia, grazie al suo regime di tolleranza e di libertà, diventa il punto di riferimento per gli intellettuali che non accettano il sistema oppressivo dominante altrove. Ed è molto significativo che proprio a Venezia nel 1630 venga fondata dal Senatore Giovan Francesco Loredan (1606-1661) [3] l’Accademia degli “Incogniti”, che per trent’anni sarà un vero e proprio centro di cultura “libertina [4] ”, caratterizzata da un atteggiamento molto spregiudicato in materia di morale e di religione, con tendenze se non ereticali almeno fortemente anticuriali. Ma al di là di queste posizioni radicali, sintomo peraltro della grande libertà di pensiero di cui si godeva nei territori della Repubblica, sono da evidenziare all'Università di Padova alcune presenze di grande rilievo nel campo degli studi filosofici, Pietro Pomponazzi (che poi passerà a Bologna), "il più grande degli aristotelici del Cinquecento ed uno dei filosofi maggiori del Rinascimento" [5] , e Iacopo Zabarella (1533-89). E Gaspare Contarini (1483 - 1542), noto per la sua polemica antiluterana, anch'egli dotto studioso di Aristotele.
Narrativa.- Del resto se la poesia nel Seicento anche a Venezia e nel Veneto non dà grandi frutti [6] , la prosa sia trattatistica sia narrativa dà invece una produzione lussureggiante. Per la narrativa ricorderemo le novelle e i romanzi del Loredan, tra i quali La Dianea, e di altri veneziani, come Giovanni Sagredo (1617-1682), letterato e uomo politico, che, ne L'Arcadia in Brenta, ovvero La malinconia sbandita (1667) riprende lo schema del Decameron del Boccaccio, e raccoglie quarantacinque novelle che immagina raccontate in una settimana di giugno da tre gentiluomini e tre gentildonne ai quali si aggiunge un "forestiero", che trascorrono una settimana di vacanza in una villa sul Brenta [7] , come Pace Pasini (1583-1644) autore di un romanzo, Il cavalier perduto, che fu indicato come una delle fonti dei Promessi sposi. E poi sono da ricordare il ferrarese Maiolino Bisaccioni (1582-1663), che scrisse molte novelle e un romanzo, il Demetrio Moscovita, e tradusse gli scrittori francesi alla moda, il dalmata Giovan Francesco Biondi [8] che scrisse anche lui una trilogia di romanzi di carattere eroico-galante, Eromena, La donzella desterrata e Corallo. Questo genere evolverà verso il romanzo realistico per opera di Girolamo Brusoni (1614-1686), che dopo aver girovagato per l’Italia centrale a Venezia trovò ispirazione per i suoi romanzi, scrisse la trilogia, La gondola a tre remi, Il carrozzino alla moda e La poeta smarrita, che anticipa quella critica dei costumi di una società avviata alla decadenza, che un secolo dopo sarà compiuta da Carlo Goldoni.
Trattatistica.- Per la trattatistica sono sostanzialmente due i generi, la trattatistica giuridico-politica e la critica letteraria e d’arte con implicazioni storiografiche. Nella trattatistica politica emerge la grande figura di Paolo Sarpi. Per Venezia il secolo si era aperto con una pesante vertenza con lo Stato pontificio. Nel 1605 il papa Paolo V, ritenendo violati i diritti della Chiesa, lancia l'interdetto contro la Repubblica, che non si piega, anzi, per rintuzzare le accuse della curia romana ricorre all'intelligenza di un frate servita, Paolo Sarpi [9] (1552-1623), che teorizza la distinzione degli ambiti della Chiesa e dello Stato anticipando di due secoli concezioni moderne, oggi ormai indiscusse. Egli scriverà la Istoria dell'interdetto, in cui esaminerà polemicamente tutta la vicenda. Scrisse anche una Istoria del Concilio Tridentino (1619), dove esamina le vicende del Concilio di Trento che diede l'avvio alla Controriforma, cioè alla reazione Cattolica allo scisma di Lutero.
E accanto a Paolo Sarpi è da nominare Paolo Paruta (1540-1598) [10] , membro del Maggior Consiglio, politico e diplomatico, autore oltre che di Relazioni, Dispacci e Discorsi, legati alla sua attività e di una Istoria Veneziana, che è la continuazione di quella del Bembo, di un trattato Della perfezione della vita politica (1579) e dei Discorsi politici (pubblicati postumi nel 1599) nei quali contrappose alle tesi di Machiavelli la sua opinione che la politica non è in contrasto con la morale, ma può accordarsi con essa.
Per la storia e critica d’arte non si possono dimenticare due autori che sono fra i fondatori della critica d’arte, Carlo Ridolfi (1598-1658) [11] , mediocre come pittore seguace di Paolo Veronese ma autore di un fondamentale Le meraviglie dell’arte, o vero Le vite degli illustri pittori veneti e dello Stato (1648), modellata sulle Vite del Vasari, prima storia biografica della pittura veneziana e veneta, e Marco Boschini (1613-1678 ca.), della sua attività di pittore, allievo di Palma il giovane non rimane null’altro che le incisioni con cui illustrò i suoi libri, le due guide di Venezia, Ricche miniere della pittura veneziana, 1674, e di Vicenza, Gioielli pittoreschi. Virtuoso ornamento della città di Vicenza, 1676; il suo capolavoro è però la Carta del navegar pittoresco [12] , un poema didascalico in quartine di 20.000 endecasillabi sotto forma di dialogo tra un Compare e un’Eccellenza che illustrano i capolavori della pittura veneziana.
Mentre interessanti spunti di estetica della letteratura si leggono in numerosi discorsi dell’Accademia degli Incogniti, a cominciare dallo stesso Loredano che nei suoi Ragguagli di Parnaso o nelle Bizzarrie accademiche presenta degli spunti estremamente vivi e moderni.
Il melodramma.- Scolaro del Sarpi fu Gian Francesco Busenello [13] (1598-1678), che compose il libretto del primo melodramma di argomento storico, L’incoronazione di Poppea (1642), musicato da Claudio Monteverdi, ma che a noi interressa anche per le sue rime scherzose in dialetto che rappresentano scene di vita veneziana.
E’ poi da ricordare una cupa tragedia di alto livello artistico, la migliore del secolo per modernità e spirito tragico, l’Aristodemo (1657) del padovano Carlo de’ Dottori (1619-1685), lo stesso che aveva scritto un gustoso poema eroicomico ambientato nei tempo di Ezzelino da Romano, L’Asino (1652).
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[1] Il fiore della lirica veneziana a c. di M. Dazzi, Seicento e Settecento, Venezia 1956, pp. 9-146,
[2] Era anche pittore, noto col nome di Padovanino. Scrisse dodici satire in dialetto veneziano, noiosissime pubblicate col titolo Vespaio stuzzicato, Venezia 1611, e un centinaio di sonetti pubblicati postumi col titolo Cembalo d’Erato, Venezia 1664.
[3] Il Loredan scrisse un’opera critica, Bizzarrie accademiche, una parodia dell’Iliade, intitolata L’Iliade giocosa, e numerose altre opere di minore importanza, fra cui Scherzi geniali, Il cimiterio, Sei dubbi amorosi, Le freddure estive. Scrisse anche una biografia di Giovan Battista Marino ancora oggi consultata dagli studiosi. Vedi G. AUZZAS, Le nuove esperienze della narrativa: il romanzo, S.C.V., 4,1, pp. 258-262.
[4] Venivano detti “libertini” nel Cinque e Seicento coloro che opponendosi all’intolleranza religiosa e all’assolutismo imperante propugnavano la libertà di pensiero e talvolta si ponevano contro i dogmi religiosi, talvolta su posizioni apertamente razionalistiche o addirittura ateistiche.
[5] E. Garin, Storia della filosofia italiana, Torino 1966, vol. II, p. 502
[6] Anche la letteratura veneziana risente del gusto Barocco del tempo. Tra i poeti vanno ricordati Pietro Michiele (1603-1651) e Leonardo Querini, autore dei Vezzi di Erato.
[7] Ma oltre a questo il Sagredo ha scritto un interessante Trattato dello Stato e del Governo veneziano, e delle Rime che peraltro attendono ancora la pubblicazione.
[8] Vedi F. SEMI - V. TACCONI, Istria e Dalmazia. Uomini e tempi, II, Udine s.d., p. 239.
[9] Vedi G. Cozzi, Paolo Sarpi tra Venezia e l’Europa, Torino 1979.
[10] P. PARUTA, Opere politiche a cura di C. Monzani, Firenze 1852, Discorsi, a cura di G. Candeloro, Bologna 1942, Historia vinetiana, Venezia 1645, mai più ristampata. Vissuto nella seconda metà del Cinquecento il Paruta anticipò le problematiche del secolo successivo fornendo "un'interpretazione unitaria della storia veneziana", F. GAETA, Venezia da "stato misto" ad aristocrazia "esemplare", S.C.V., 4,2, pp. 454-459.
[11] F. BERNABEI, Cultura artistica e critica d'arte, S.C.V. 4,1, pp. 564-568.
[12] Ripubblicata a cura di A. Pallucchini, Firenze 1966.
[13] A. Livingston, La vita veneziana nelle opere di Gian Francesco Busenello, Venezia 1913.
Il Settecento
La cultura del rinnovamento.- Il Settecento è l'ultimo secolo di vita per Venezia, ormai condannata dalle circostanze storiche e dalla sua intrinseca debolezza ad una neutralità disarmata che vedrà i suoi domini di terra e di mare percorsi dagli eserciti francese e austriaco nelle diverse guerre che insanguinarono il secolo. Ma in quel secolo Venezia godette di una qualità della vita fra le più alte d'Europa e in questo clima fiorirono tutte le arti, e fra queste anche la letteratura, che di tutte le arti è in fondo la meno congeniale a Venezia, fiorì molto più che in altri periodi.
La mappa della cultura letteraria del territorio vede propriamente due centri: Venezia, in questo secolo veramente l’Atene d’Europa, soverchiante per vita culturale su tutte le altre città del Veneto, e non solo su quelle, e Padova, il polo accademico con l’Università e il Seminario, roccaforte degli studi eruditi con l'abate Giuseppe Gennari, ma percorsa da venature di moderato Illuminismo con Melchiorre Cesarotti e il suo entourage, in particolare Simone Stratico e Pietro Toaldo. Nelle altre città sono attive le locali accademie, che dopo la fondazione dell’Arcadia (1690) ne assumono i caratteri [1] . A Venezia per iniziativa di Apostolo Zeno (che assume lo pseudonimo di Emaro Simbolio) nasce l’accademia degli”Animosi”, a Verona per iniziativa di Scipione Maffei nel 1705 l’accademia veronese, a Vicenza opera l’Accademia olimpica, ed una delle figure più rappresentative della cultura del secolo, Elisabetta Caminer Turra (1751-1796, che a Vicenza [2] trasferisce nel 1777 la sede del “Nuovo giornale enciclopedico” [3] , anche se gravitò però sempre su Venezia anche dopo il trasferimento.
Infatti mai come nel Settecento gravitarono su Venezia tutti gli intellettuali della regione, così a Venezia con l’istituzione delle Pubbliche scuole nel 1773 affluiscono docenti da diverse località del Veneto, a cominciare dal Rettore, Bartolomeo Bevilacqua di Asolo, ai trevigiani Marco Osvaldo Fossadoni e Ubaldo Bregolini e Giusepe Rossi, a Francesco Bonato di Maderno, a Giambattista Capobianco di Verona; a Venezia in Maggior Consiglio siede nobile veronese Scipione Maffei [4] (1675-1755), insigne scrittore autore di una tragedia, la Merope (1713), che ebbe un notevole successo; nel 1736 propose un Consiglio politico, cioè un progetto di riforma costituzionale che prevedeva un coinvolgimento delle città venete nel governo dello Stato, e che non fu accolto per la scarsa lungimiranza dei patrizi, ha Venezia hanno una lussuosa residenza i fratelli Giovanni ed Ippolito Pindemonte, anch’essi di Verona. Degli studiosi locali è da evidenziare Giambattista Verci di Bassano (1739-1795), autore della Storia degli Ecelini, Bassano 1779, e della Storia della Marca Trivigiana e Veronese, Venezia 1786.
Il secolo si era aperto a Venezia con uno degli iniziatori del rinnovamento della cultura italiana, Apostolo Zeno (1668-1750) [5] , che più tardi sarà chiamato alla corte di Vienna in qualità di poeta cesareo. Egli sarà la indispensabile premessa del lento e graduale processo di acquisizione di una coscienza nazionale. A lui spetta il merito di aver iniziato la riforma del melodramma che sarà poi portata a termine dal Metastasio. Con lui ha inizio la revisione del cattivo gusto dell'età barocca cui si preferisce uno stile sobrio ed elegante, e col Giornale dei letterati d’Italia da lui redatto e curato ha anche inizio il giornalismo letterario [6] .
Il romanzo [7] .- Intanto continuava la sua linea di sviluppo il nuovo genere letterario, il romanzo, nato nel secolo precedente. A Venezia questo genere trova alimento dal fatto che, vuoi per l’esistenza di una industria editoriale vuoi per la tradizione di tolleranza e di libertà, vi affluiscono libri e scrittori da ogni parte d’Europa. Abbiamo così a Venezia scrittori come Zaccaria Seriman (1708-1784), che scrive un romanzo dal lungo titolo, Viaggi di Enrico Wanton alle terre incognite australi ed ai regni delle Scimmie e dei Cinocefali, satira della società del suo secolo, il bresciano Pietro Chiari (1711-1785) [8] , commediografo avversario di Goldoni e fecondissimo autore di una quarantina di romanzi di sapore illuministico dei quali più di dieci vedono la luce nel decennio veneziano che si conclude nel 1762: fra il '51 e il 52 scrive tra l’altro una trilogia tratta da Tom Jones, L'orfano perseguitato, L'orfano ramingo e L'orfano riconociuto (1751), Il soldato francese (1752) e poi La filosofessa italiana del '53 e La francese in Italia; e Antonio Piazza (1742-1825), che si professava alunno del Chiari, i cui primi romanzi (inizia a scrivere a vent'anni nel '62, proprio l'anno della partenza del Chiari) L'omicida irreprensibile, L'ebrea, istoria galante scritta da lei medesima e I Zingani. Di lui ricordiamo ancora L’impresario in rovina, La pazza per amore. Spesso fa uso di fatti di cronaca; Il teatro, per esempio, è un brutto romanzo, ma una vera miniera di notizie e pettegolezzi sulla vita teatrale a Venezia. Scrisse anche molto per il teatro, lasciandoci due volumi di commedie e dal 1787 al 1798 diresse la “Gazzetta urbana veneta”.
Un romanzo che fa la satira del romanzo è quello di Francesco Gritti (1740-1811) [9] La mia istoria, ovvero memorie del sig. Tommasino, scritte da lui medesimo, opera narcotica del Dott. Pif-Puf.
Il teatro.- Certamente in questo secolo Carlo Goldoni [10] (1707-1793) è la personalità di maggiore spicco della cultura veneziana. Con la sua riforma del teatro egli trasformò la commedia d'intreccio in commedia di carattere, cioè spostò l'attenzione dello spettatore dall'intreccio al carattere dei personaggi mettendo così al centro della vicenda l'uomo, con i suoi pregi e i suoi difetti, i vizi e le virtù. E la sua riforma scatenò feconde polemiche, alle quali tra gli altri presero parte proprio i due scrittori testé nominati, Chiari avversario di a Goldoni e Piazza suo ammiratore. La prima occasione al contrasto Chiari-Goldoni fu offerta dal successo conseguito nel 1748 da Goldoni con le sue Vedova scaltra e Putta onorata a teatro Sant'Angelo. Di qui il tentativo del Grimani, proprietario del teatro San Samuele in concorrenza cin quello di Sant’Angelo, di correre ai ripari invitando a scrivere per il suo teatro il Chiari, che scrisse una parodia de La vedova scaltra intitolata La scuola delle vedove. Diverso l’atteggiamento dell’altro grande competitore e ostinato oppositore di Goldoni, Carlo Gozzi (1720-1806) [11] , decisamente conservatore, parimenti ostile anche a Chiari, che alla riforma fondata sul carattere dei personaggi e sul realismo delle situazioni, oppose le Fiabe, canovacci di rappresentazioni sceniche fantastiche, che gli procurarono un grande successo in tutta l’Europa. E per restare nel campo del teatro dobbiamo ancora ricordare un personaggio di grande levatura, Antonio Conti [12] (1677-1749), padovano, autore di quattro tragedie fondate sulla autenticità dei fatti storici e rispettose delle tre unità aristoteliche, Giunio Bruto, Marco Bruto, Druso e Giulio Cesare; intellettuale di livello europeo, prima di stabilirsi a Venezia viaggiò molto e fu addirittura scelto a dirimere la controversia sul calcolo infinitesimale sorta tra Leibniz e Newton.
Saggisti e poligrafi.- Ma tuttavia altre figure di scrittori e letterati animano la vita culturale del Settecento veneziano, dal conte Francesco Algarotti (1712-1764), tipico letterato italiano del Settecento, che si dedicò a studi scientifici e filosofici e intraprese lunghi viaggi in Italia e all'estero, autore del celebre saggio di divulgazione scientifica Il newtonianismo per le dame (17379, a Gasparo Gozzi [13] (1713-1786), fratello di Carlo, tanto diverso da lui per impostazione letteraria e filosofica. Gasparo era su posizioni più avanzate “quasi un illuminista”, ma soprattutto si può considerare il prototipo dell’intellettuale moderno: poeta, romanziere, giornalista (tra il 1760 e il 1762 fonda dapprima la “Gazzetta veneta” e poi “L’osservatore”), insegnante e organizzatore di scuole (al suo progetto si devono le Pubbliche scuole istituita dalla Repubblica veneta dopo la soppressione dell’ordine dei Gesuiti nel 1773), autore di teatro e impresario teatrale, traduttore, editore, ricercatore, consulente del Senato in materia di scuola e di editoria. Quello che fa di lui un intellettuale “moderno” è il fatto ha tutte queste attività, e a volte le svolge anche contemporaneamente, ma soprattutto che tenta (anche se con assai scarsa fortuna) di trarre da esse un guadagno, di fare insomma della cultura una professione, laddove in precedenza, in altri tempi ma soprattutto sotto altri cieli, l’intellettuale cercava i suoi mezzi di sostentamento nella soggezione ad un mecenate.
Nel campo della storiografia non si può tacere il doge Marco Foscarini (1695-1763) , che, prima di essere nominato doge, scrisse una Storia della letteratura veneziana, grazie alla collaborazione di Gasparo Gozzi.
E tra i memorialisti, accanto ai Memoires di Carlo Goldoni, è da ricordare Giacomo Casanova (1725-1798) [14] , la cui fama di scrittore si fonda sulle Histoires de ma vie, scritte nel castello di Dux, in Boemia, dal 1791 al 1798, dove egli dà un ritratto di sé e un quadro della società settecentesca; scrisse anche un romanzo fantascientifico, Icosaméron (1788); e Lorenzo Da Ponte (1749-1838), il librettista di Mozart, che lasciò un interessante libro di Memorie.
Esiste un illuminismo veneto? [15] - Ci si domanda se esista un Illuminismo veneto. Certo se confrontate con le posizioni radicali sostenute dalla rivista “Il caffè” dei fratelli Verri a Milano, la cultura veneta e anche quella veneziana nel loro accentuato moderatismo possono anche non meritare di essere considerate illuministiche; ma questo moderatismo è in gran parte dovuto al fatto che il regime della Repubblica di Venezia era basato su una costituzione che anticipava da secoli molte delle istanze presenti nell’illuminismo più radicale, dalla separazione dei poteri all’uguaglianza tra coloro che in gran numero concorrevano alla gestione del potere, dal riconoscimento di diritti civili alla classe dei cittadini alla politica di assistenza ai poveri, alla tolleranza nei confronti delle opinioni più diverse fino ad un regime carcerario improntato a grande umanità e al riconoscimento di una presenza femminile nella vita sociale e nel mondo della cultura: tutto questo svuotava di significato qualsiasi atteggiamento oltranzista.
La poesia.- Prova di questo regime di libertà è l’opera di un Giorgio Baffo (1694-1798), autore di versi osceni, che si accosta a quello suo antagonista è Anton Maria Labia (1709-1775), autore di intelligenti satire conservatrici, in difesa della morale e della religione contro l'Illuminismo e l'immoralità dilagante. Un presagio della fine di Venezia è nelle malinconiche rime di Angelo Maria Barbaro (1726-1779). Il secolo si conclude con altri due poeti, le cui vite operose si concludono nell'Ottocento inoltrato, Francesco Gritti e Antonio Maria Lamberti (1757-1832), autore fra l'altro delle parole della celebre Biondina in gondoleta. Un altro poeta che tenta di rivaleggiare con Giorgio Baffo nel difficile terreno dell'erotismo è Pietro Buratti (1772-1832), che scrive non solo di argomenti erotici, ma in questi è ben lontano dalla grazia e dalla levità di Giorgio Baffo. Ma in quegli anni c'è un altro giovane veneziano di grande ingegno, Ugo Foscolo [16] (1778-1827), nato nell'isola veneziana di Zante da madre greca e da padre veneziano, a Venezia dal 1792. A soli diciotto anni riscosse un notevole successo al teatro di Sant’Angelo con la tragedia Tieste, ma la sua gloria è affidata al romanzo Ultime lettere di Jacopo Ortis e al carme Dei sepolcri. Egli fu uno dei più grandi scrittori europei, mentre in lui, forse proprio per il carattere elevato della sua opera, c'è pochissimo spirito veneziano, forse anche perché a parte gli anni dell'adolescenza, egli poi non vi risedette più. E Foscolo elesse a suo maestro e chiamò padre uno dei maggiori talenti del secolo, il padovano Melchiorre Cesarotti (1730-1808) [17] , il “gran Cesarotti”, poeta, traduttore dei Canti di Ossian del Macpherson, autore del Saggio sopra la lingua italiana, docente di retorica all’Università di Padova. Ma accanto a lui sono da ricordare altre due grandi personalità del secolo, il veronese Ippolito Pindemonte (1753-1828) immortalato dalla fortunata traduzione dell’Iliade, ma autore di delicate Poesie campestri (1788), di un romanzo di sapore volterriano Abaritte, di novelle in versi come Antonio Foscarini e Teresa Contarini e I sepolcri ripresa del suo precedente poemetto I cimiteri, rimasto interrotto dopo la pubblicazione dei Sepolcri foscoliani; e il fratello suo Giovanni (1751-1812) autore di tragedie a sfondo storico raccolte nel volume Componimenti teatrali, e il bassanese Jacopo Vittorelli (1749-1835) delicato autore di Rime di gusto arcadico.
E la storiografia [18] , che rimane il genere principe della letteratura veneziana, un attimo prima della fine dello stato veneziano ripercorre con grande erudizione ma altrettanto grande amor di patria le vicende dei tempi andati: il Saggio sulla storia civile politica ecclesiastica degli Stati della Repubblica di Venezia in 12 voll., di Cristoforo Tentori, Venezia, Storti, 1785-1790, le Memorie storiche de' Veneti primi e secondi Venezia, Fenzo, 1796-98 di Jacopo Filiasi; le Memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche, 8 voll. Venezia 1795, di G. B. Gallicciolli, maestro di Foscolo alle Pubbliche scuole, e una Storia civile e politica del Commercio dei veneziani, Venezia 1798-1808, di Carlo Antonio Marin (il primo marito della Isabella Teotochi di foscoliana memoria), che inaugura una tesi fino a quel momento inedita, della positività della politica di espansione nella Terraferma realizzata dal Quattrocento in avanti, come segno della saggia flessibilità degli indirizzi politici veneziani e della loro capacità di adattarsi alle diverse circostanze della politica internazionale.
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[1] A. Franceschetti, L'Arcadia veneta, SCV pp. 131-170.
[2] Vicentino era anche il più autorevole collaboratore del “Nuovo Giornale Enciclopedico”, l’economista e giurista Giovanni Scola.
[3] Sul giornalismo vedi : M. Berengo, Giornali veneziani del Settecento, Milano 1962.
[4] S. Maffei, Opere drammatiche e poesie varie, Bari 1928.
[5] Vedi F. Negri, Vita di Apostolo Zeno, Venezia 1816;
[6] cfr. C. De Michelis, Le iniziative di riforma di Apostolo Zeno, in Letterati e lettori nel Settecento veneziano, Firenze 1979, pp.37-90; M. Berengo, op.cit.
[7] G. Da Pozzo, Tra cultura e avventura: dall'Algarotti al Da Ponte, S.C.V., V,1, pp. 509-555; G. Pizzamiglio, Le fortune del romanzo e della letteratura d'intrattenimento, SCV, pp 171-196.
[8] Per lui un romanzo è una "'combine' di novelle e racconti, iniezioni di esperienze personali, cronologie memorialistiche e 'pezzi' di false memorie". G. PETROCCHI, Il soldato francese, "Critica letteraria", IV (1976), p. 4.
[9] Vedi, F. Gritti, Poesie in dialetto veneziano, Venezia 1980.
[10] Non è il caso, data la natura di questo scritto, di dire di più su Goldoni. Si rinvia piuttosto ad alcuni testi essenziali per un primo approfondimento: M. Baratto, La letteratura teatrale del Settecento in Italia (studi e letture su Carlo Goldoni), Vicenza 1885. id. "Mondo" e "Teatro" nella poetica del Goldoni, in Tre saggi sul teatro, Vicenza 1971. AAVV, Carlo Goldoni 1793-1993. Atti del Convegno del Bicentenario, a c. di C. Alberti e G. Pizzamiglio, Venezia, 1995, F. Fido, Nuova guida a Goldoni, Torino 2001.
[11] La sua arguta autobiografia, intitolata Memorie inutili, delizia ancora oggi il lettore moderno.
[12] Cfr. N. Badaloni, Antonio Conti, un abate libero pensatore, Milano 1968.
[13] cfr. AAVV, Gasparo Gozzi. Il lavoro di un intellettuale nel Settecento veneziano, a c. di I. Crotti e R. Ricorda, Padova 1989.
[14] La letteratura casanoviana è sterminata, e di livelli diversi, talvolta anche molto squallidi. Nel centenario della morte è uscito AAVV, Il mondo di Casanova. Un veneziano in Europa (1725-1798), Venezia 1998, che costituisce un ottima panoramica della problematica su questo autore..
[15] F. Venturi, Settecento riformatore, V L'Italia dei lumi, 2 La Repubblica di Venezia (1761-1797), Torino 1990.
[16] Vedi B. Rosada, La giovinezza di Niccolò Ugo Foscolo, Padova 1992.
[17] W. Binni, Melchiorre Cesarotti e la mediazione dell'Ossian, in Preromanticismo italiano, Bari 1959.
[18] cfr. G. Benzoni, Pensiero storico e storiografia civile, S.C.V. V, 2, Il Settecento, pp.71-95; A. Niero, L'erudizione storico ecclesiastica, ibidem, pp. 97-121.
L'Ottocento
Da dominante a dominata.- Il 12 maggio 1797 Venezia cessa di esistere come stato indipendente. Dal quel momento sopravvive a se stessa nel triste ricordo di un passato glorioso. Subitaneo fu il tracollo delle attività in tutti i campi della cultura, nella pittura, in letteratura e nella musica. La scarsa produzione culturale si municipalizzò, emerse il vernacolo, pallida imitazione della sfolgorante parlata dialettale goldoniana e persino la pronuncia del dialetto subì un degrado.
La storiografia.- Dei tre generi più consentanei alla cultura veneziana che nei secoli precedenti avevano dato i migliori prodotti, cioè la storiografia, il teatro e il giornalismo, l’unico che si mantenne ad un buon livello in quegli anni di crisi fu la storiografia, con una produzione quantitativamente consistente e qualitativamente di grande dignità, che certo fiorisce anche a celebrare il misero orgoglio del tempo che fu, ma non solo per questo. L’abate Giannantonio Moschini pubblica tra il 1806 e il 1808 una Storia della letteratura veneziana nel secolo.XVIII, Venezia, Palese, 1806-1808, che sia pure in maniera spesso arruffata e farraginosa ci dà un quadro completo e molto dettagliato della vita culturale veneziana nel Settecento: infatti per letteratura egli mostra di intendere molto di più di quello che oggi intendiamo per essa e ne fa quasi come un sinonimo di cultura.
Ma l’evento che mise in moto un processo di indagine storica, ma anche di interpretazione di essa in chiave politica, fu la pubblicazione nell’anno 1819 del libro di uno storico francese, Pierre-Antoine Daru, Histoire de la République de Venise, 7 voll. Parigi, Didot (2 ed. in 8 voll. 1821), tradotta in italiano da Aurelio Bianchi-Giovini, dove si sviluppa l’immagine menzognera di una Venezia retta da un regime cupo e oppressivo, sulla quale si allineerà non molta storiografia dell’Ottocento; basti pensare al Conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni. Replicarono al Daru Giandomenico Ermolao II Tiepolo coi Discorsi sulla storia veneta, cioè rettificazioni di alcuni equivoci riscontrati nella Storia di Venezia del signor Daru, voll. 2, Udine 1828. Anche Foscolo, fingendo di recensire una inesistente seconda edizione delle Memorie venete del Gallicciolli, scrisse in risposta al Daru il suo ultimo lavoro, la Storia delle Costituzione democratica di Venezia, che pubblicò in lingua inglese (fu tradotto da Sarah Austin) sul numero del giugno 1827 dell’”Edimburg Review”, apparsa nell’agosto poco più di un mese prima della sua morte.
Il giornalismo.- Il giornalismo era affidato alle flebili cure di un Locatelli, direttore della “Gazzetta Veneta” o, anche in questo campo come in altri, a quelle più valide, ma non certo dal punto di vista imprenditoriale, di Luigi Carrer (1801-1851) [1] che peraltro è da considerarsi la personalità di livello culturale più elevato a Venezia della prima metà del secolo per la varietà e la vastità dei suoi interventi negli ambiti più diversi dal teatro al giornalismo, dall’editoria alla critica letteraria, dalla filologia alla poesia. Le nuove idee romantiche faticarono notevolmente a penetrare e ad affermarsi [2] a Venezia e nel Veneto ma trovarono l’unica eccezione in Luigi Carrer, che le recepì e diffuse.
Il teatro.- Anche il teatro non dava esiti molto esaltanti. Le personalità di maggiore rilievo, giustamente ricordate anche dalla manualistica nazionale, Francesco Augusto Bon (1788-1858) e, anche qui, Luigi Carrer, che non limitò la sua attività al campo teatrale, è da ricordare in questo campo soprattutto come improvvisatore di tragedie molto applaudite non solo in teatro ma anche in pubbliche accademie, anche se abbandonò presto questo genere di produzione per dedicarsi ad una produzione più meditata.
Francesco Augusto Bon, di famiglia patrizia, era uomo di teatro a pieno titolo, attore, autore e capocomico. E’ rimasto famoso per la sua trilogia del Ludro, Ludro e la sua gran giornata (1832), Il matrimonio di Ludro (1836), La vecchiaia di Ludro (1837), con cui restiamo nell’alveo della tradizione goldoniana, in particolare con la prima delle tre, Ludro e la sua gran giornata. Altri commediografi di rispettabile livello sono ancora da ricordare il padovano Antonio Simeone Sografi (1759 - 1818) [3] , Luigi Duse (1792-1854), chioggiotto che scrisse l’eccellente libretto della Lucia di Lammermoor musicato da Gaetano Donizetti.
La poesia.- Naturalmente ancor più nel campo della poesia lirica assistiamo al ripiegarsi dell’anima della città in composizioni per lo più vernacole di modestissimo livello, malgrado la generosità dei sentimenti dei loro autori. Venezia e il Veneto rimangono appartati, tagliati fuori dal flusso delle nuove idee e delle stesse mode culturali e letterarie
La maggior parte dei versi di Jacopo Vincenzo Foscarini, che fu vicedirettore del Museo Correr, si conserva inedita nell’Archivio di quel museo. Risulta di livello sensibilmente più modesto la produzione di Camillo Nalin (1788-1859); Nalin non è un poeta. E’ rimasto celebre tra i veneziani fino a qualche decennio fa il suo scurrile Elogio scatologico, non privo, bisogna riconoscere, di una certa sua garbata disinvoltura, malgrado l’argomento certo inopportuno. L’unico nome di rilievo che si sia in grado di annoverare nel campo della poesia lirica e della letteratura in genere è quello già più volte citato di Luigi Carrer.
L’intesa vita culturale in Terraferma.- Nonostante la grave decadenza, o forse proprio per questo, gli scrittori veneti guardano a Venezia con intensa passione: Venezia, rievocando un passato glorioso, è il segno distintivo di essere veneti, nel momento in cui l’amore per la nuova patria, l’Italia, occupa le loro coscienze: riassume bene questo stato d’animo l’inizio delle Confessioni di un Italiano di Ippolito Nievo: “Io nacqui veneziano … e morrò per la grazia di Dio italiano”. E vanno quindi ricordati fra gli scrittori veneti del secolo dell’Unità nazionale, il trevigiano di Mansué Francesco Dall’Ongaro (1808-1873) [4] , docente di letteratura nell’Università dapprima di Firenze e poi di Napoli, autore di versi in dialetto e in lingua e di opere storiche e teatrali fra cui è celebre Il fornaretto di Venezia (1855), un vicentino di Schio come Arnaldo Fusinato (1817-1888) [5] , autore di versi satirici e patriottici, caratterizzati da una vena fluida e briosa, non priva di venature malinconiche, reso celebre dalla sua lirica Le ultime ore di Venezia, o un Antonio Francesco Falconetti, che nel 1830 a Venezia pubblicava i suoi tre romanzi ambientati a Venezia, Irene Delfino, La villa di S. Giuliano e La naufraga di Malamocco.
Questi sono tutti portatori di una nuova mentalità, dove il rimpianto per la perduta sovranità dello stato veneto lascia il posto all’animoso patriottismo per la nuova patria, l’Italia. In particolare Dall’Ongaro e Fusinato nati uno, Dall’Ongaro, nel 1808 e l’altro nel ’17, che arrivano alla metà del secolo e quindi all’insurrezione del ’48, già adulti e acculturati, e inoltre conducono la loro esistenza per lo più fuori di Venezia, mantenendo con la città lagunare, che in qualche modo essi considerano madre patria, un legame fatto di affettuosi ricordi e nostalgie.
Una personalità emerge tra le altre, ed è Ippolito Nievo [6] , uno dei maggiori scrittori italiani dell'Ottocento, nato a Padova nel 1831 e morto nel 1861 a soli trent'anni, disperso nel Mar Tirreno a seguito del naufragio della nave Ercole. Scrisse anche Versi, Novelle campagnole, e due romanzi Angelo di bontà (1855) e Il conte pecoraio (1857), ma il suo capolavoro è il romanzo Le confessioni di un italiano, scritto di getto tra il 1857 e '58 e pubblicato postumo nel 1867 senza nessuna revisione col titolo Confessioni di un ottuagenario. Narra gli avvenimenti accaduti fra il tramonto della Repubblica di Venezia e il 1856 attraverso le vicende del protagonista Carlo Altoviti. Particolarmente conosciuta è la prima parte che parla dell'amore adolescenziale di Carlo e della Pisana. Un altro scrittore dell'Ottocento da non dimenticare è Arnaldo Fusinato, nato a Schio, in provincia di Vicenza, nel 1817 e morto nel 1888, che scrisse versi sentimentali e poesie satiriche, spesso di ispirazione patriottica, e un altro ancora è Niccolo Tommaseo (1802-1874), nato a Sebenico in Dalmazia.
Quanto al dalmata Niccolò Tommaseo (1802-1874), che di Luigi Carrer fu compagno di studi all’Università di Padova dove ambedue studiavano legge e si laurearono nello stesso anno (1822), la sua decennale permanenza a Venezia, dal 1839 al 1849, fu ricca di stimoli: in quegli anni egli pubblicò o ripubblicò numerose opere alcune delle quali presso “Il Gondoliere” di Carrer; e rimane indimenticabile la decisiva orazione pronunciata all’Ateneo Veneto la sera del 30 dicembre 1947 Sullo stato delle lettere italiane, nella quale si protestava contro le illegalità della amministrazione austriaca, che mise in moto il processo insurrezionale del ’48.
Ma particolare attenzione meritano due poeti che segnano la transizione fra l’età del Romanticismo [7] e quella successiva del Decadentismo e sono entrambi veneti, il veronese Aleardo Aleardi [8] (1812-1878) e il trentino Giovanni Prati [9] (1814-1884), entrambi amici, compagni di studi in giurisprudenza all’Università di Padova, entrambi patrioti e perseguitati dagli austriaci: la loro poesia, languida e malinconica, rappresenta la fase estrema ed estenuata del Romanticismo italiano; essi tuttavia non presentano molti tratti localistici, e da questo punto di vista segnano un momento abbastanza importante nella evoluzione della cultura letteraria italiana, il momento di una unità di accenti e di stile anche in campo letterario. Di poco più giovane di loro fu l’abate Giacomo Zanella (1820-1888) che da loro segna un certo distacco proponendo una poesia riflessiva attenta al progresso scientifico e preoccupata di conciliarlo con la fede cristiana. Tra i suoi allevi Antonio Fogazzaro [10] (1842-1911), e la delicata poetessa padovana Vittoria Aganoor Pompilj (1855-1910).
A Venezia a fine secolo.- Alla fine del secolo due personalità di notevole spessore rilanciano la vita culturale veneziana: uno è il sindaco poeta e deputato al Parlamento, Riccardo Selvatico (1849-1901), ideatore della Biennale. Di lui ci restano undici poesie, di cui meritatamente famose sono A Venezia e La Regata. Ma i suoi testi più validi sono le due commedie La bozeta de l'ogio rappresentata al teatro Rossini il 27 febbraio del 1871 e I recini da festa del 1876. Egli rappresentava quindi un tipo di letterato moderno, ricco di interessi, che sapeva coniugare il momento sognato e sognante della meditazione lirica con quello assiduo e attivo della pratica politica innovativa. L’altro è il commediografo Giacinto Gallina (1852-1897), portatore di tesi diverse, più fortemente conservatrici, che sulla scia di Goldoni rilancia il teatro in dialetto veneziano scegliendo toni per lo più popolareschi, ma patetici e languidi. Tra le sue commedie più rappresentate (anche al giorno d'oggi) Zente refada. Serenissima, La famegia del Santolo. Con Serenissima, soprattutto, uno dei suoi testi più commossi e più persuasivi, egli prese posizione nel dibattito concernente i destini della città, e si allineò al mito tardo romantico e decadente della morte di Venezia, accentuato negli ultimi due secoli dalla reale ed effettiva fin de la decadence, realizzando un atteggiamento improntato al conservatorismo più oltranzista.
Gli scrittori veneti e il Decadentismo.- Ma mentre la Dominante divenuta suddita mostrava ormai nel campo delle lettere tutta la sua inadeguatezza (così non si può dire nel campo della pittura dove fiorisce lo splendido impressionismo veneziano), in altri luoghi del Veneto si registrano episodi di alto valore culturale; due personalità in particolare danno con la loro opera un’impronta decisiva allo svolgimento della letteratura italiana del momento senza peraltro smentire le radici locali, di tratta di due dei massimi esponenti del Decadentismo italiano, Antonio Fogazzaro [11] , che nei suoi romanzi, sopratutto Malombra del 1981, Daniele Cortis del 1885, Piccolo mondo antico del 1895, Piccolo mondo moderno del 1900, Il Santo del 1905 e Leila del 1911, e in diversi saggi interpretò le inquietudini del Cattolicesimo non solo veneto in un momento difficile di transizione e di contrasto tra la tradizione della fede e le innovazioni della scienza in una città come Vicenza particolarmente esposta e sensibile a questo genere di problemi, e Italo Svevo (1861-1928), che viveva in una città come Trieste, crogiolo di diverse esperienze mitteleuropee, sensibile all’influenze di culture diverse dalle introspezioni di Joyce, che Svevo conobbe e frequentò durante il soggiorno di questo a Trieste, alla psicoanalisi di Freud, di cui non solo sarà esplicito interprete nel suo capolavoro La coscienza di Zeno del 1923, ma del cui pensiero aveva anticipato alcuni aspetti nelle opere precedenti, Una vita del 18892 e Senilità del 1898. Del resto la dimensione nazionale assunta in quegli anni dalla letteratura veneta tra i due secoli è confermata anche da altri autori, basti pensare per la letteratura popolare al veronese Emilio Salgari (1862-1911)
E ancora di Verona è Vittorio Betteloni (1840-1910) con atteggiamenti e movenze poetiche e psicologiche non lontane dalla scapigliatura milanese: affidato dal padre Cesare, poeta anch’esso, prima di morire suicida alla tutela di Aleardo Aleardi, si sottrasse ad essa con le raccolte In primavera, Nuovi versi, con prefazione di Carducci, Crisantemi, per mettersi sotto quella di Carducci. Fogazzaro ebbe per maestro Giacomo Zanella.
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[1] Luigi Carrer nacque a Venezia il 12 febbraio 1801 e morì il 23 dicembre 1850. Si laureò in legge a Padova nel 1822. Della sua varia produzione si parla a più riprese nel testo. Della sua attività di operatore culturale è da dire che fu insegnante al ginnasio comunale di Castelfranco nel 1822-23, assistente alla cattedra di Filosofia all’Università di Padova dal 1827 al 1830, e docente di lettere e geografia alla Scuola tecnica di Venezia dal 1842 al 1844, insegnamento che dovette abbandonare per motivi di salute. Lavorò per il tipografo editore veneziano G. Tasso e nel 1825 fu direttore della Stamperia della Minerva di Padova, appartenente al famoso editore d'allora Niccolò Bettoni. Dal 1833 iniziò le pubblicazioni del “Gondoliere, giornale di amena conversazione” di cui era anche proprietario. Fu socio effettivo e vicesegretario dell'Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, socio l'Ateneo veneto di cui fu dapprima segretario e poi vicepresidente, e nel 1846 conservatore e direttore del Museo Correr. Scrisse anche un romanzo intitolato Osanna, rimasto inedito fino ai nostri giorni, il cui manoscritto si conserva nella biblioteca del Museo Correr: l’edizione critica è stata pubblicata da Monica Giachino nel 1997 per i tipi dell’Editoriale Programma di Padova.
[2] cfr. G. Gambarin, La polemica classico-romantica nel Veneto, in “Ateneo Veneto”, XXXV (1912), II, pp. 105-138, e XXXVI (1913), I, pp. 43-67. La tesi è sostanzialmente condivisa da Umberto Bosco, Romanticismo letterario veneto, in Storia della Civiltà Veneziana, Firenze 1979, III, pp. 279 - 287.
[3] Secondo un cliché ripetuto lavorava presso uno studio legale a Venezia, ma preferiva dedicarsi al teatro: le sue due opere più celebri sono Le convenienze teatrali del 1792 e Le inconvenienze teatrali del 1800.
[4] Partecipò attivamente alla difesa di Venezia nel ’48 - ’49, quindi fu aiutante di Garibaldi e deputato alla Assemblea Costituente della Repubblica Romana.
[5] Combattente nel ’48 - ’49, autore di liriche patriottiche e di componimenti satirici, fra cui è celebre Lo studente di Padova..
[6] cfr. M. Gorra Cecconi, Nievo fra noi, Firenze 1970; id. Nievo e Venezia, Venezia 1982.
[7] Cfr. A. Balduino, Letteratura romantica dal Prati al Carducci, Bologna 1967.
[8] Aleardo Aleardi ottenne una certa notorietà con le Lettere a Maria del 1846. Più tardi ebbe successo con l’idillio Raffaello e la Fornarina del 1855 e i canti Monte Circello e Le antiche città italiane marinare e commercianti del 1856.
[9] Scrisse molte raccolte di versi, ma la sua fama resta legata al poemetto Edmenegarda del 1841. Subì le critiche dei democratici per le sue simpatie sabaude.
[10] Cfr. C. Salinari, “Il Santo”, in Id., Miti e coscienza del Decadentismo italiano,
[11] Da lui poi derivò tutta una linea, la linea vicentina, che animerà la cultura veneta nel secolo successivo. A Fogazzaro infatti vanno ricondotte le radici di gran parte della letteratura veneta del Novecento, non solo di quella vicentina. Il suo lungo soggiorno milanese e alcuni contatti con la Scapigliatura non modificò sostanzialmente la sua impostazione, sostanzialmente idealistica, anche se manzonianamente sensibile alle esigenze della realtà vissuta.
Il Novecento
La mappa.- Con la fine dell’Ottocento nell’area veneta la produzione letteraria subisce una consistente trasformazione. Venezia da molto tempo ormai non ha più rispetto al Veneto la funzione egemone esercitata nel passato in campo culturale e in particolar modo nel Settecento in campo letterario: non ci sono a Venezia scrittori di rilievo; la città non offre nessuna attrattiva, se non la sua trascurata bellezza. Così certe presenze, come quelle di D’Annunzio o di Proust, di James o di Pound, hanno il valore di visite turistiche, che valgono ad alimentare l’ispirazione dei singoli artisti, ma non determinano una autentica vita culturale nella città.
L’istituzione della Biennale, voluta nel 1895 dal Sindaco poeta Riccardo Selvatico, aveva dato a Venezia qualche giovamento alle arti visive già in netta ripresa nella splendida precedente stagione dell’impressionismo veneziano, ma non stimolò altre attività culturali, e la produzione letteraria cittadina continuò a languire e si rifugiò per lo più nel dialetto, seguendo l’esempio dei due migliori epigoni di Goldoni, sopra citati, Riccardo Selvatico, appunto, e il commediografo Giacinto Gallina.
E non costituisce una eccezione l’eredità dannunziana presente in Giovanni Comisso (1895-1969), trevigiano, soprattutto nel suo primo romanzo Porto dell’amore [1] del 1925, che esprime una sensualità forte e vitale, che si respira del resto anche nelle altre opere successive, come Capricci italiani, premio Viareggio del 1952 e La mia casa di campagna del 1958, che è forse il suo capolavoro, perché Comisso colse proprio da D’Annunzio il senso della positiva peculiarità delle culture locali. Ed è su questa linea che si prospetta una letteratura veneta anche nel Novecento.
Così nel più vasto ambito regionale si vanno definendo delle vere e proprie “linee” con una loro continuità: una linea vicentina, per esempio, che dall’abate Giacomo Zanella (1820-1888) attraverso Antonio Fogazzaro, Eugenio Ferdinando Palmieri (1904-1968), Guido Piovene (1907-1974), Goffredo Parise (1929-1986), arriva a Mario Rigoni Stern (1921-viente) di Asiago, Luigi Meneghello (1922-vivente) e a Ferdinando Bandini (1931-vivente), o una linea triestina o più estesamente istriana, da Svevo ai poeti dialettali come il triestino Virgilio Giotti (1885-1957) o il gradense Biagio Marin (1891-1985), e per la poesia in lingua da un poeta, anch’egli triestino come Umberto Saba (1883-1957), che è tra i massimi poeti del Novecento italiano [2] e a scrittori come Scipio Slataper (1888-1915) e Giani Stuparich (1891-1961), fino a Fulvio Tomizza (1935-1999) e a Susanna Tamaro (1957-vivente).
Il teatro in dialetto.- Ma anche chi dopo di loro ebbe una produzione un dialetto di alto livello e fortemente innovativa, come il poeta e commediografo Domenico Varagnolo [3] (1882-1949), non trovava in città sufficiente consenso e comprensione, tant’è vero che molte opere di Varagnolo furono rappresentate ripetutamente con successo in altre città d’Italia ma ebbero in proporzione minor successo a Venezia. Maggiore successo ebbero due altri autori di teatro, che, pur non essendo veneziani, si posero sulla stessa linea di Varagnolo, realizzando una produzione in dialetto veneziano, il veronese Renato Simoni (1875-1952), autore di Tramonto del 1906 e Congedo del 1901, che scrisse anche commedie in italiano e il libretto della Turandot di Puccini, e il mantovano Gino Rocca (1891-1941), il cui capolavoro è Se no i xe mati no li volemo del 1926, cui sono da aggiungere La scorzeta de limon del 1928 e Sior Tita paron pure del 1928.
La poesia in dialetto.- Ma il dialetto non è solo teatro, è anche poesia. E anche in questo settore, al di sopra di un nutrito sottobosco di scrittori dialettali di varia levatura, ci sono i maggiori, quelli che col dialetto fanno alta poesia, e sono quasi tutti non veneziani: Berto Barbarani [4] (1872-1945) è di Verona, Virgilio Giotti [5] (1885-1957) triestino, Biagio Marin [6] (1891-1985) di Grado, Giacomo Noventa [7] (1898-1960) di Noventa di Piave (il suo vero nome era Ca’ Zorzi) e poi ancora Eugenio Ferdinando Palmieri [8] (1903-1968) di Vicenza ed Ernesto Calzavara [9] (1907-vivente) di Treviso. Non solo questi poeti non sono nati a Venezia e non vivono a Venezia, il che significa che non fanno parte di un milieu culturale veneziano, ma portano nel linguaggio usato, e anche in certe movenze espressive ed emotive ed in certi contenuti, i segni espliciti della specificità del loro dialetto, diversificato rispetto a quello parlato a Venezia, triestino in Giotti, gradense in Marin; Noventa, che scrisse versi in dialetto di estrema semplicità e purezza, usa una sorta di koiné veneto, pur non molto lontano del veneziano propriamente detto, e Zanzotto arriva alla elaborazione di un dialetto artificiale il petel, che sapientemente piega alle ragioni del suo poetare, e gli altri tutti usano il dialetto della loro città o paese. Solo due poeti, ancora Domenico Varagnolo ed Ugo Facco De Lagarda (1896-1982) [10] , veneziani entrambi di Venezia, quando scrivono in dialetto, scrivono in veneziano puro, ma è da considerare che i loro testi dialettali un versi pur pregevoli non hanno avuto in città il riconoscimento che avrebbero meritato.
Nel campo della poesia in lingua italiana nel Novecento domina la figura di Diego Valeri (1888-1976) [11] , autore di versi delicati, lievemente malinconici, ma aperti alla descrizione della realtà esterna e sensibili al fascino di Venezia. Della tradizione veneta Valeri assume lo stile, quello “stile medio” esaltato da Gasparo Gozzi ed evidentemente consono al carattere temperato dei veneti. E accanto a Valeri, ma così diverso e quasi opposto, Andrea Zanzotto (1921-vivente) [12] , il rappresentante della generazione successiva, ricca di volontà innovative, che spazia dalle prime composizioni in lingua (Dietro il paesaggio del 1951) sull’onda lunga dell'ermetismo alle ardite composizioni di avanguardia degli ultimi quarant’anni (Vocativo del 1957 e IX Egloghe del 1962), alla creazione di un suo linguaggio di origine dialettale (Filò), che riprendendo antiche vocazioni venete amalgama latinismi, dialettismi e perfino il “petel”, il linguaggio dei bambini in modo assolutamente originale (Il galateo in bosco del 78 e Fosfemi del 1983), e simile operazione compie Luisa Zille Cozzi (1941-1995).
Per quanto riguarda la natura di questa produzione è da rimarcare come anche negli autori più grandi, come quelli testé citati, che di diritto fanno parte del patrimonio culturale della nazione tutta e non solo del Veneto, si mostrano delle inequivocabili caratteristiche locali, ma non regionali. Il Veneto, la terra dai mille campanili, mostra nei suoi scrittori tutte le differenze di mentalità e di cultura che ne costituiscono l’intrinseca ricchezza. E questo accade anche per la letteratura in lingua: anzi sembra quasi che paradossalmente avvenga il contrario di quanto si può credere, e cioè che le differenze e le specificità emergono più facilmente e nella letteratura in lingua, soprattutto nella narrativa, che in quella in dialetto, che fatte selve le differenze linguistiche, mantiene spesso dei tratti simili.
La narrativa.- C’è un punto cruciale nella cultura letteraria veneta del Novecento, che è rappresentato dal testo teatrale di Domenico Varagnolo, L’omo che no capisse gnente del ‘26, dove -come ha chiarito Nicola Mangini- “il tema è incentrato sul motivo della incomprensione, della incomunicabilità”, nella “analisi psicologica che indugia sui dubbi e le inquietudini esistenziali, sulla muta angoscia” [13] . Ha agito su Varagnolo soprattutto Ibsen, ma questa posizione, che diventa prevalente nella narrativa veneta del Novecento, aveva però più remote e più autoctone radici un Fogazzaro.
Su questa linea si pone il bellunese Dino Buzzati (1906-1972), che esordì con Barnabò delle montagne nel 1933, vinse nel 1958 il premio Strega con Sessanta racconti, ma il suo capolavoro è certamente Il deserto dei Tartari del 1940; in lui è prevalente il senso del mistero e della magia del vivere, ma questa carica di irrazionalità si arricchisce delle tematiche proprie del Novecento nel quadro di una visione drammatica della esistenza. Si parte da qui per arrivare al Male oscuro (1964) di Giuseppe Berto (1914-1978) di Mogliano Veneto, il momento alto e paradigmatico di questo processo, dove attraverso il filtro della condizione psichiatrica di finisce, e lo dice anche il titolo, per mettere in discussione la realtà della realtà e il flusso del pensiero è posto al servizio dell’indagine psicologica sul malessere, processo che Berto aveva iniziato a sviluppare ridimensionando il senso del reale, ancora col suo primo libro Il cielo è rosso del ’47, e che si ritrova con ambientazione veneziana nella Cosa buffa del ‘66. L’intenzione psicologica infatti finisce per determinare in questi scrittori una visione della realtà che risulta deformata. E un anno Il male oscuro vede la luce il fine romanzo di Alberto Ongaro (1925-vivente), Il complice, la storia di un giovane che ha imparato a curare l’apparenza più che la realtà e crea un se stesso immaginario al quale finisce per soggiacere. Quanto più realistica è la narrazione, quanto più appuntito si presenta lo scavo psicologico, tanto più si affacciano nella scrittura altri significati, quasi sempre più d'uno, che esprimono questa dimensione di incerta esistenza, di evanescenti certezze. La taverna del doge Loredan del 1980, la cui vicenda per un gioco di specchi e lo scardinamento di convenzioni narrative si svolge contemporaneamente nella Londra dei primi decenni dell’Ottocento e nella Venezia di oggi. Così in Ongaro questi altri significati prendono sempre più il sopravvento con La partita (premio Campiello 1986) per culminare con La terra degli stregoni del 1996. Un altro esempio ancora di questa tendenza è Paolo Barbaro (alias Ennio Gallo, 1922-vivente) nato a Mestrino Padovano nel quale dalla eloquente secchezza del linguaggio risalta un sovrasenso sempre aleggiante: il linguaggio diventa allusivo proprio perché di suo dice solo quello che deve e può dire; prese le mosse da un Giornale dei lavori (1966); ebbe il premio selezione Campiello nel '76 con Le pietre l'amore (1976) , pubblicò ancora Malalali (1984), Diario a due (1987) che pure ebbe il premio selezione Campiello. Lo stesso si potrebbe dire del veneziano Carlo Della Corte (1930-2001), dove il senso dell’irreale propinato con naturalezza crea effetti da realismo magico come in Di alcune comparse a Venezia del 1967 e più ancora in Cuor di padrone del 1977 dove la realtà quotidiana si dissolve nella precarietà dell’esistere, fino al crudo suo ultimo romanzo A fuoco lento del 1996; a lui tra l’altro si deve quella antologia Pulsatilla sexuata, considerato “il primo libro della fantascienza italiana” [14] , e del padovano Fernando Camon (1935-vivente) che soprattutto ne La donna dei fili (1986) riprende la linea della malattia psicologica come sintomo del disagio dell’esistenza e della civiltà. E’ un atteggiamento che non risparmia neanche una scrittrice attenta al quotidiano come Milena Milani (1922-vivente), savonese di nascita e veneziana di adozione: la incertezza della vicenda della Ragazza di nome Giulio, specie nella sua fase finale, o il senso di catastrofe imminente della Rossa di via Tadino, trasmettono questo senso di precarietà. Ma questo non significa che non rimanga una componente che più che realistica si potrebbe definire referenziale, che del resto non viene mai esclusa nemmeno Si potrebbe farla iniziare con La grande Olga di Ugo Facco De Lagarda del ‘58; e continua con testi che mutuano linguaggio e problemi dal giornalismo migliore come Stramalora di Antonio Cibotto (1925-vivente), di cui peraltro è da ricordare ancora Scanoboa del 1961 e La vaca mora del 1964 o dalla narrazione storiografica come Dorsoduro di Pier Maria Pasinetti.
Un posto a sé, nel quadro della letteratura veneta, occupa Romano Pascutto (1909-1982), che scrisse poesie in lingua e dialetto, raccolte nel volume L’acqua, la piera, la tera ed altre poesie [15] , racconti raccolti sotto il titolo, Il pretore delle baracche, e due romanzi, La lodola mattiniera e Il viaggio [16] .
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[1] Poi ristampato col titolo Al vento dell’Adriatico.
[2] Le sue poesie si leggono nella raccolta Canzoniere la cui edizione definitiva è del 1948, seguita da due altre edizioni del ’51 e del ’61 (postuma).
[3] Una sua commedia di grande valore culturale, Per la regola, venne rappresentata dalla compagnia di F. Benini al Teatro Apollo di Roma il 30 gennaio 1914. Domenico Varagnolo aveva in sé la capacità e la forza di sollevare il teatro veneziano al di sopra dei livelli vernacoli in cui si era collocato. Come commediografo proseguì l’opera di Giacinto Gallina, ma fu aperto alle novità culturali europee e soprattutto con la commedia L’omo che no capisse gnente del ‘26, diede gli elementi per un rinnovamento in chiave psicologica del teatro veneto. Varagnolo fu anche l’iniziatore dell’Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Biennale. Cfr. N. Mangini, Domenico Varagnolo e il teatro veneto del primo Novecento, in Alle origini del teatro moderno e altri saggi, Modena 1989, pp. 207-229; B. Rosada, Domenico Varagnolo e il suo tempo in D. Varagnolo, Sie monologhi veneziani, Venezia 1999.
[4] Giornalista del “Gazzettino”, amico di D’Annunzio, di Ojetti, di Di Giacomo: la sua poesia è legata al senso del patetico che predomina in quegli anni e lo collega ai crepuscolari. Le sue raccolte sono El rosario del cor (1895), I pitocchi (1896), L’autunno del poeta (1937). Una silloge uscì postuma col titolo Tutte le poesie nel 1953.
[5] Il suo vero nome era Schönbeck. Dal 1907 al 1920 fu a Firenze a contatto con la rivista “La Voce” e con gli esuli giuliani Scipio Slataper, i fratelli Stuparich, Biagio Marin.. Gran parte delle sue composizioni un dialetto sono state da lui raccolte col titolo Colori.
[6] Visse per lo più a Trieste dove era impiegato come bibliotecario presso le Assicurazioni generali, solo nella vecchiaia tornò a Grado, sua città natale. Si era laureato in filosofia con Giovanni Gentile all’Università di Roma. Tutte le sue poesie estremamente delicate e tristi (specie dopo la morte del figlio) sono state pubblicate in due volumi col titolo I canti de l’isola.
[7] Fece l’Università a Torino, dove conobbe Piero Gobetti e gli fu amico. Dopo aver trascorso parecchio tempo all’estero si stabilì a Firenze dove con Alberto Carocci fondò “La Riforma letteraria” una rivista coraggiosamente polemica nei confronti della vita culturale di quegli anni. Scrisse molte opere di saggistica tra cui Nulla di nuovo e I calzoni di Beethoven, uscito postumo nel 1965. Le sue poesie in dialetto sono state pubblicate nel 1975 col titolo Versi e poesie.
[8] Visse a Rovigo e poi a Bologna. Scrisse una decina di commedie in dialetto, delle quali la più nota si intitola I lazzaroni del 1935. Critico teatrale e cinematografico di quotidiani e settimanali accolse poi le sue critiche in volumi. I suoi versi sono stati pubblicati nel 1950 col titolo Poesie.
[9] Vive a Milano dove ha fatto l’avvocato. Nel 1950 ha pubblicato un testo trevigiano del Trecento, El planto de la Verzene Maria di Fra Enselmino da Montebelluna. Ha pubblicato otto libri di poesie in dialetto, l’ultimo Rio terà dei pensieri all’età di ottantanove anni.
[10] Scrittore estroso e versatile, autore di romanzi di successo, come Il commissario Pepe e La grande Olga. Per un approccio al suo mondo lirico Poesie scelte (1918-1978), Venezia 1979. Per la critica cfr. AAVV, Ugo Facco De Lagarda 1896-1982. La vocazione inquieta di uno scrittore veneziano, a cura di A. Scarsella, Venezia 1999.
[11] AAVV, Omaggio a Diego Valeri, a cura di Ugo Fasolo, Firenze 1979. AAVV, L'opera di Diego Valeri, a cura di G. Manghetti, Piove di Sacco, 1998. B. ROSADA, Diego Valeri, in Profili veneziani del novecento, I, pp. 83-106.
[12] “Il migliore di poeti italiani nati in questo secolo” lo ha definito Gianfranco Contini.
[13] N. MANGINI, Alle origini del teatro moderno e altri saggi, Modena 1989, pp. 221-222.
[14] In questo clima si incontrano autori più legati alla produzione fantascientifica, che nel Veneto ha trovato ottime firme (ma il termine "fantascienza" è inadeguato e rischia di ingenerare equivoci), come Gustavo Gasparini, Ivo Prandin, Sandro Sandrelli.
[15] A c. di A. Daniele, Venezia 1994; a c. di
[16] Pubblicati in un unico volume a c. di Saveria Chemotti, Venezia 1996.
Da: http://www.lapiazzamercato.it/veneto/html/home.htm
